• Ritorna l’Anteprima di uno dei vini bianchi italiani più intriganti: la Vernaccia di San Gimignano

    Ritorna l’Anteprima di uno dei vini bianchi italiani più intriganti: la Vernaccia di San Gimignano

    Giovedì 16 febbraio si terrà a San Gimignano l’Anteprima della Vernaccia di San Gimignano DOCG, con la presentazione delle nuove annate alla stampa italiana e internazionale, all’interno del programma delle Anteprime di Toscana.
    Protagonisti i vini dell’ultima vendemmia, la 2022, e l’annata 2021 per la tipologia Riserva.
     
    La degustazione dei 96 vini in anteprima di 41 aziende, verrà ospitata nelle sale del Museo di Arte Moderna e Contemporanea De Grada, nel centro storico di San Gimignano, che sarà aperto con orario continuato dalle 9.00 alle 18.30.
     
    Alle ore 9.00 si terrà nella Sala Dante del Palazzo Comunale una masterclass – riservata alla stampa e su prenotazione – dal titolo “Timeless Vernaccia di San Gimignano”. Si tratterà di una verticale di annate vintage condotta dal primo Master of Wine italiano, Gabriele Gorelli, che si concentrerà sulla potenzialità e sulla capacità evolutiva della Vernaccia di San Gimignano con il trascorrere del tempo.
    In assaggio 12 Vernaccia di San Gimignano DOCG da lui stesso selezionate di annate comprese fra il 1997 e il 2018, per raccontare un vino bianco italiano d’eccellenza.
     
    La giornata dell’Anteprima si concluderà con la cena stampa dislocata nei ristoranti della città, presenti i produttori, e con un menu specifico pensato in abbinamento alla Vernaccia di San Gimignano.
     
    Quest’anno ritorna anche la formula tradizionale dell’apertura agli operatori di settore e ai wine lover, che potranno accedere gratuitamente durante tutta la giornata e incontrare i produttori ai banchi di assaggio.
     
    Anteprima della Vernaccia di San Gimignano 2023:
    Abbazia Monteoliveto, Alessandro Tofanari, Cappellasantandrea, Casa alle Vacche, Casa Lucii, Casale Falchini, Cesani, Collemucioli, Collina dei Venti, Fattoria di Fugnano, Fattoria La Torre, Fattoria Poggio Alloro, Fattoria San Donato, Fattorie Melini, Fornacelle, Geografico, Guicciardini Strozzi, Guidi, Il Colombaio di Santa Chiara, Il Lebbio, Il Palagione, La Lastra, La Roccaia , Macinatico, Montenidoli, Mormoraia, Palagetto, Panizzi, Pietraserena, Podere Le Volute, Poderi Arcangelo, Poderi del Paradiso, San Benedetto, San Quirico, Signano, Tenuta La Vigna, Tenuta Le Calcinaie, Terre di Sovernaja, Teruzzi, Tollena, Vagnoni.

    Nei weekend del 18-19-20 e 25-26-27 febbraio si svolgerà inoltre l’ormai consueto appuntamento alla Rocca di Montestaffoli, Degusta le nuove annate, dove –  su prenotazione – sarà possibile per operatori e pubblico assaggiare le nuove annate di Vernaccia di San Gimignano. Ciascuna giornata prevede tre sessioni di tasting della durata di un’ora e mezzo ciascuna, alle 11.30, alle 15.00 e alle 17.30.

  • Come ai vecchi tempi: Amarone Opera Prima ritorna a febbraio

    Come ai vecchi tempi: Amarone Opera Prima ritorna a febbraio

    Una sfilata di 64 aziende pronte a celebrare il millesimo 2018 del re della Valpolicella, il protagonista di Amarone Opera Prima in programma a Verona, al Palazzo della Gran Guardia – all’ombra dell’Arena -, il 4 e il 5 febbraio. Organizzato dal Consorzio vini Valpolicella, l’evento di punta della denominazione torna così alla tradizionale collocazione invernale, mantenendo però il restyling del nome dell’anteprima straordinaria del giugno scorso a beneficio di un format versatile realizzabile anche fuori stagione, seppure con focus tematici diversificati.

    In apertura della due giorni di Amarone Opera Prima a Verona, città che detiene il primato del vigneto urbano più esteso dello Stivale, la conferenza stampa inaugurale (sabato 4 febbraio, Auditorium Gran Guardia ore 11) con la presentazione dei dati di mercato della denominazione, il valore del ricambio generazionale e prospettive dell’enoturismo in Valpolicella a cura del presidente del Consorzio, Christian Marchesini, e dell’annata viticola 2018 introdotta da Giambattista Tornielli, professore associato di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree dell’Università scaligera.

    A seguire riflettori puntati sull’ultimo step della candidatura della tecnica secolare dalla messa a riposo delle uve della Valpolicella a patrimonio immateriale dell’Unesco, con i contributi di Pier Luigi Petrillo, professore e direttore della cattedra Unesco sui Patrimoni culturali immateriali dell’Università Unitelma Sapienza di Roma e di Elisabetta Moro, professoressa ordinaria di Antropologia culturale dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Al talk show intervengono Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del made in Italy, Gianmarco Mazzi, sottosegretario al ministero della Cultura, Luca Zaia, presidente della Regione Veneto e Damiano Tommasi, sindaco di Verona.

    Dopo le call to action sul territorio realizzate l’anno scorso dal Comitato promotore (di cui il Consorzio è coordinatore) l’iter della candidatura entra ora nella fase finale con la presentazione ufficiale del dossier che successivamente sarà trasmesso ai ministeri della Cultura e dell’Agricoltura e alla Commissione nazionale per l’Unesco (organismo interministeriale che fa capo al ministero degli Affari esteri),  che entro il 30 marzo dovrà scegliere la candidatura italiana da inviare a Parigi per la complessa valutazione da parte dell’Unesco.  

    Al via, dalle 12.30 della prima giornata, le degustazioni presso gli stand delle aziende riservate alla stampa nazionale e internazionale, mentre dalle 16.30 alle 19.00 Amarone Opera Prima aprirà anche agli operatori e ai winelover che potranno replicare i tasting il giorno successivo, domenica 5 febbraio, dalle 10.00 alle 19.30 (ingresso a pagamento riservato ai maggiori di 18 anni. Ticket: 35 euro in prevendita e 40 euro nelle giornate di manifestazione).

    www.amaroneoperaprima.it

  • Simon di Brazzan Malvasia 2020

    Simon di Brazzan Malvasia 2020

    La cantina Simon di Brazzan si trova a Brazzano di Cormos, siamo nella Doc Isonzo, anzi, se non ricordo male, una parte dell’azienda è situata nella DOC Collio, ma non è questo il punto. La questione qui è solo una, Daniele Drius fa vino di qualità assoluta, anzi, mi sbilancio, la sua è una delle realtà del Friuli enoico tra le più sorprendenti, per le quali è facile l’innamoramento. Daniele, persona riservata, poco incline al cancan mediatico,  ha ereditato la passione per la viticoltura dal nonno materno Enrico, che lo ha affiancato nella conduzione dell’azienda, dagli anni novanta, fino alla sua scomparsa nel 2021 alla veneranda età di centotré anni.

    La gestione dei vigneti è biodinamica, ed è un’attività dello spirito oltre che tecnica, ma anche in questo caso non è questo il punto, conta solo il risultato finale del vino che si manifesta in sole due parole: eleganza e profondità.

    Nel bicchiere si presenta con un giallo dorato luminoso. Naso di notevole intensità aromatica, glicine, camomilla, agrume candito. Il sorso è pieno, teso, di grande dinamicità e profondità.

  • I bordolesi del Veneto

    I bordolesi del Veneto

    Antefatto

    Il 16 ottobre 2022, presso Palazzo Giacomelli, antica dimora seicentesca situata nel cuore di Treviso, si è tenuta la prima edizione di Rosso Bordò, la rassegna vinicola promossa dal Consorzio Vini del Montello assieme al Consorzio Vini Colli Euganei.  

    Palazzo Giacomelli

    La manifestazione ha presentato al pubblico oltre 60 vini da uvaggio bordolese (Cabernet, Merlot, Carmenère)prodotti nelle denominazioni trevigiane Montello Docg e Montello Asolo Doc (con la sottozona Venegazzù) e nella denominazione padovana Colli Euganei Doc. In assaggio anche i rari vini a base di Recantina, l’uva autoctona a bacca rossa riscoperta sul Montello e sui Colli Asolani, grazie al progetto di recupero coordinato dal Consorzio.

    I bordolesi del Veneto

    Si narra che I vitigni bordolesi mettano radici in Veneto nella seconda metà dell’Ottocento, ma è proprio così? In realtà ci sarebbe un legame ben più profondo tra Merlot, Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Carmenère e Veneto.  A questo proposito è davvero illuminante la lettura dell’ebook di Angelo Peretti “Che cosa ci fanno le oche tra le vigne dei vini del Montello?” reperibile sul sito vinimontello.it. Angelo, quasi si trattasse di una dimostrazione di un teorema con tanto di ipotesi e tesi, ci fa comprendere che tra bordolesi veneti e Francia possa esserci un legame antico. Spoilerando un po’ la trama del delizioso ebook, si arriva a supporre che i vitigni bordolesi, assieme ai culti celtici, possano essere arrivati in Veneto grazie ai Galli cisalpini, ovvero l’insieme delle tribù galliche (celtiche) stanziate in età antica in Gallia cisalpina, un’area corrispondente più o meno all’odierna Italia settentrionale.

    Montello con vista sull’Abbazzia di Sant’Eustachio

    La cosa si fa ancora più intrigante quando scopriamo che In Veneto una delle zone più vocate, per la produzione di vini rossi derivati da vitigni bordolesi,  è quella del Montello. Areale che ha straordinarie testimonianze di remoti culti celtici, come quelli che riguardano i festeggiamenti novembrini in onore di  San Martino vescovo di Tours e il consumo di carne d’oca, abbinata ai vini rossi fatti con le uve francesi provenienti dalla terra d’origine di quei vitigni nonchè degli stessi Celti. Senza dimenticare il famoso aneddoto che vede il Presidente francese Charles de Gaulle, in visita a Venezia, scambiare per uno dei più grandi Bordeaux mai bevuti il Venegazzù Rosso del Conte Loredan Gasparini, ça va sans dire.

    masterclass a Rosso Bordò

    Tornando con i piedi per terra è assodato che i vitigni bordolesi nel Veneto siano arrivati intorno alla metà dell’Ottocento, eppure miti e leggende, ma anche fatti concreti, fanno pensare che nel Montello esista una sorta di memoria atavica che trasmessasi dagli antenati Celti in poi, ha permesso a quel territorio di diventare una sorta di enclave bordolese.

    Montello Docg

    Dalla vendemmia 2011, la piccola produzione del Montello ha ottenuto lo status di Denominazione di Origine Controllata e Garantita, un riconoscimento che premia l’alta qualità dei vini rossi che qui nascono dai vitigni bordolesi (Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc, Merlot e Carmenère), acclimatatisi in terra veneta fin dalla seconda metà dell’Ottocento e che in questo territorio assumono una loro identità ben precisa, fatta di territorialità e di potenza “montanara”.

    I vini della Docg del Montello sono dei rossi di grande pregio, la cui produzione implica basse rese per ettaro, volte a concentrare il frutto e ottenere un’ampia e avvolgente struttura, premessa fondamentale per avere un vino in grado di affrontare lunghi mesi di affinamento nelle botti di legno.

    vigneti sul Montello

    Di colore rosso rubino brillante tendente al granato con l’invecchiamento, i vini rossi della Docg Montello hanno un profumo intenso, fruttato ed etereo e un sapore secco, robusto e speziato. Sono vini dalla personalità forte e decisa e si accompagnano a piatti corposi, come sono talvolta quelli della tradizione della montagna veneta.

    Due le versioni: Montello e Montello Superiore. L’affinamento è di almeno 18 mesi (di cui almeno nove in botti di rovere e altrettanti in bottiglia) per la prima tipologia e di almeno 24 mesi (un anno in botti di rovere e sei mesi in bottiglia) per l’altra.

    bosco ddel Montello

    La zona di produzione dei vini del Montello Docg comprende l’intero territorio dei Comuni di Castelcucco, Cornuda e Monfumo e parte del territorio dei comuni di Asolo, Borso del Grappa, Caerano San Marco, Cavaso del Tomba, Crocetta del Montello, Fonte, Giavera del Montello, Maser, Montebelluna, Nervesa della Battaglia, Pederobba, Pieve del Grappa, Possagno, San Zenone degli Ezzelini e Volpago del Montello, tutti in provincia di Treviso.

    Colli Asolani

    Montello Asolo Doc

    A ridosso del Montello, ai piedi del monte Grappa, si sviluppa anche un’altra denominazione di origine che ha dato vita a celebri vini rossi, insieme a piccole produzioni di vini bianchi: è la Doc Montello Asolo.

    Nella Doc Montello Asolo rientrano i vini rossi varietali a base di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carmenère, Merlot e Recantina. La Recantina merita una particolare menzione: si tratta infatti di un vitigno autoctono recentemente riscoperto. Citata più volte dall’Agostinetti già alla fine del Seicento tra le migliori varietà del Trevigiano, la Recantina sembrò scomparire nel Novecento, fino a quando il Consorzio non ne fece oggetto di un significativo progetto di recupero.

    Recantina

    All’interno dell’area di produzione della Doc Montello Asolo è stata individuata la sottozona Venegazzù (dal nome di una frazione del comune di Volpago del Montello), nella quale si producono vini rossi da vitigni di origine bordolese.

    Nell’ambito della zona di produzione della Doc Montello Asolo esiste altresì una tradizione legata alla produzione di piccole quantità di vini bianchi varietali a base di Bianchetta, un’uva autoctona locale, e soprattutto di Manzoni Bianco, un vitigno a bacca bianca ricavato negli anni Trenta dal professor Luigi Manzoni della Scuola enologica di Conegliano dall’incrocio tra Pinot Bianco e Riesling Renano.

    L’area della Doc Montello Asolo corrisponde a quella del Montello Docg.

    vigneti nel Montello – Colli Asolani

    I numeri dei vini del Montello

    Le cantine produttrici dei Vini del Montello associate al Consorzio di tutela sono 25 e producono complessivamente circa 560.000 bottiglie annue.

    Più in dettaglio, la Doc Montello Asolo ha una produzione di 530.000 bottiglie annue, di cui 495.000 costituite da vini rossi (di questi, 39.000 sono bottiglie di Recantina). La Docg Montello, invece, ha un imbottigliato annuo pari a 30.000 bottiglie.

    La superficie totale dei vigneti dei Vini del Montello (esclusa quindi la Glera e le altre varietà complementari destinate all’Asolo Prosecco, la cui area di produzione di sovrappone a quella dei Vini del Montello) è pari a 102 ettari.

    Abbazia di Sant’Eustachio

    La varietà più coltivata fra quelle di origine bordolese è il Merlot, con 47 ettari. Seguono il Cabernet Sauvignon con 23 ettari e il Cabernet Franc con 12, mentre il Carmenère è presente appena su poco più di un ettaro. Gli ettari in produzione coltivati a Recantina sono in tutto 10. Ci sono poi 9 ettari di vigneto di Manzoni Bianco, incluso della Doc Montello Asolo.

    Dei 102 ettari complessivi, 76 sono propriamente sul Montello e 26 sui Colli Asolani.

    Nella graduatoria dei 18 comuni interessati dalla Docg Montello e dalla Doc Montello Asolo, al primo posto, in termini di superfici vitate, c’è Volpago del Montello, con 29 ettari (poco meno di un terzo del totale, quindi). Seguono Montebelluna con 19 ettari e Nervesa della Battaglia con 18. Completano le posizioni di vertice Giavera del Montello, con 7 ettari, e Asolo con quasi 6 ettari, tallonato da Maser che dispone di 5 ettari di vigneto, mentre Fonte è a quota 4 ettari.

  • Alla scoperta di Sua Maestà il Nero d’Avola

    Alla scoperta di Sua Maestà il Nero d’Avola

    Il Nero d’Avola è considerato il vitigno a bacca rossa più importante della Sicilia, con più di 48 milioni di bottiglie certificate nel 2021. La necessità di approfondirne la conoscenza è un atto quanto mai necessario per chi si occupa di vino, soprattutto per collocarlo nell’attualità, sia dal punto di vista produttivo, sia dal punto di vista della fruizione da parte del consumatore.

    Un po’ di storia

    L’arrivo del Nero d’Avola in Sicilia, con tutta probabilità, si deve ai greci dai quali deriva anche il tipo di allevamento ad alberello. Il Nero d’Avola è conosciuto anche come “Calabrese”. Le ragioni di questo nome, utilizzato già nel 1600, derivano dal fatto che con Calavrisi o Calaulisi, venivano indicati tutti quei vini associabili al Sud Italia per caratteristiche qualitative, metodo di lavorazione, colore e zuccheri. C’è poi anche una derivazione che trova origine nell’antica lingua siciliana dove con “Calea” si indicava l’uva e con “Aulisi” si indicava Avola, borgo di Siracusa, dando quindi origini alla parola “Caulisi”. Come spesso accade le origini di un vitigno sono sempre molto affascinanti e spesso ammantate di leggenda.

    Dal bacino della Sicilia sud-orientale, il Nero d’Avola si è gradualmente diffuso in tutta la Sicilia, oggi è presente in modo esteso nelle nove provincie siciliane ed è la cultivar più rappresentativa di Agrigento, Caltanissetta, Siracusa, Ragusa ed Enna, mentre nelle altre provincie figura al secondo (Palermo, Catania, Messina) o al terzo posto (Trapani).

    Descrizione della varietà

    Il Nero d’Avola, in funzione della sua antica origine e della elevata superficie su cui è coltivato, presenta una significativa variabilità intravarietale: sono stati, infatti, definiti quattro biotipi che si caratterizzano sia per aspetti morfologici, in special modo forma e dimensione del grappolo, sia per quelli agronomici ed enologici. Questi quattro biotipi sono identificati come A, individuato nell’area della Sicilia centro-meridionale, il biotipo B quello maggiormente diffuso sul territorio isolano ma identificato nella Sicilia occidentale, il biotipo B1 proveniente dall’area viticola della Sicilia sud-orientale, il biotipo B2, molto simile al B1.

    Il Biotipo A si presta bene all’ottenimento di vini ricchi e complessi, ideali per gli affinamenti.

    Il Biotipo B si presta invece per produzione di vini tendenzialmente più leggeri e facili da bere, che possiedono un profilo aromatico più fresco e un corpo meno pesante, da consumarsi preferibilmente dopo brevi affinamenti.

    I Biotipo B1 e B2 sono adatti per la produzione di vini di medio lungo affinamento anche in legno.

    Vista questa ricchezza di biotipi è facile intuire che all’interno del territorio siciliano esiste un Nero d’Avola diverso dall’altro e per i quali è necessario tenere conto anche di altri fattori quali tipo di suolo e altimetrie.

    Fatta questa analisi e considerata tutte le variabili, viene spontaneo chiedersi, esiste una zona più vocata per la produzione di Nero d’Avola? La risposta è si colloca nell’areale di Siracusa, comprendendo Avola, Noto, Eloro e Pachino.

    Il Nero d’Avola contemporaneo

    Premesso che parlare di modernità di un vino o peggio contemporaneità mette sempre un filo d’ansia: scrive quel geniale cantautore genovese che di nome fa Ivano Fossati: “Contemporaneo, che parola opportuna, che moto apparente, delle idee più contrastanti. Se vuoi salire all’altare maggiore di questi tempi, niente e nessuno può fermarti”. Ecco che tutto invece diventa più facile se si ragiona in termini di bevibilità e versatilità. In questo senso il Nero d’Avola degustato, nelle sue varie sfaccettature, durante la tre giorni organizzata dal Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia denominata “Discovery Nero d’Avola”, ha restituito la fotografia piuttosto nitida di un vino che sa stare al passo con i tempi, attento alle esigenze del consumatore e duttile nell’abbinamento.

    Non solo carne ma anche preparazioni di pesce tipiche della cucina siciliana, purché lo si serva ad una temperatura adeguata, ovvero appena qualche grado in meno dei canonici 18 gradi. Senza dimenticarne la nuova dimensione, ancora tutta da esplorare, della spumantizzazione, attualmente esistono prevalentemente referenze ottenute con metodo Martinotti, ma c’è anche qualche Metodo Classico.

    Discovery Nero d’Avola – le masterclass

    Durante la tre giorni organizzata dal Consorzio di Tutela Vini Doc Sicilia “Discovery Nero d’Avola”, si sono tenute due interessanti masterclass, una denominata “Le diverse espressioni del Nero d’Avola per suolo”, guidata da uno dei massimi esperti di vino siciliano che è il giornalista/sommelier Luigi Salvo e dall’agronomo Filippo Buttafuoco, la seconda intitolata “Le diverse espressioni del Nero d’Avola per altimetrie”, condotta sempre da Luigi Salvo. Per ciascuna masterclass era prevista la degustazione alla cieca di sei vini. Obiettivo finale raggiunto? In parte, oltre a suolo e altimetria ci sono altri fattori che entrano in gioco, non da ultimo lo stile produttivo delle cantine, che davvero rende difficile cogliere appieno le differenze.

    Ad ogni modo, alcuni dati certi sono emersi:

    • La coltivazione del Nero d’Avola è per lo più sviluppata tra 30 e 500 m. s.l.m. ma esistono vigneti praticamente al livello del mare e altri che arrivano a 900 m.s.l.m.
    • Agrigento è la provincia con il maggior numero di ettari vitati a Nero d’Avola pari a 5.105
    • il vigneto di Nero d’Avola più alto in quota si trova nella provincia di Palermo
    • la superficie vitata della Sicilia è pari a 97.080 ettari distribuiti per il 65% in collina, 30% in pianura e 5% montagna. La Sicilia è la prima regione in Italia per estensione di superficie vitata di collina

    Consorzio di tutela vini DOC Sicilia

    Il Consorzio di tutela vini DOC Sicilia (https://siciliadoc.wine) prende vita nel 2012, con l’obiettivo di rappresentare il vino del territorio siciliano e promuovere la denominazione DOC Sicilia, con azioni di promozione mirate alla crescita della visibilità di un marchio simbolo del Made in Italy e alla tutela e vigilanza a difesa del consumatore e dei produttori. Oltre 7.000 viticoltori e quasi 500 imbottigliatori sono promotori della Denominazione di Origine Controllata, un riconoscimento utile a rappresentarli ma anche a valorizzare e salvaguardare la produzione vinicola dell’isola.

    La produzione di bottiglie è imponente: nel 2020 sono state prodotte oltre 90 milioni di bottiglie, nel 2021 oltre 95 milioni. Il sistema Sicilia DOC è produttore di eccellenza sostenibile: tanti degli oltre 23mila ettari di vigneto della Denominazione sono coltivati rispettando il disciplinare della vitivinicoltura sostenibile della Fondazione Sostain Sicilia.

  • Nasce il nuovo Salone del vino di Torino

    Nasce il nuovo Salone del vino di Torino

    Nasce il nuovo Salone del vino di Torino, interamente dedicato ai vini piemontesi. Dal 4 al 6 marzo 2023 la Città di Torino diventa una grande cantina che accoglie i produttori piemontesi.

    Un vero e proprio omaggio all’attività vitivinicola della regione, tra storia e innovazione. A partire da martedì 28 febbraio e fino alla conclusione del Salone, saranno più di 100 gli eventi diffusi, per un calendario OFF in cui, oltre ai produttori, diventano protagonisti i grandi ristoranti, le piole e le enoteche, artisti e scrittori, tra masterclass, cene, degustazioni e spettacoli. 

    Una nuova manifestazione rivolta al pubblico e agli addetti professionali che entra nel calendario dei grandi eventi della città

    La Città di Torino da sempre si contraddistingue per la capacità di accogliere e innovare – dichiarano Mimmo Carretta, Assessore Sport, Grandi eventi, Turismo della Città di Torino e Paolo Chiavarino, Assessore Commercio e Mercati della Città di Torino L’idea di portare un nuovo Salone del vino di Torino che ospiti le eccellenze, le sperimentazioni, la storia e il futuro delle nostre terre ha da subito convinto l’amministrazione per la valenza turistica e culturale che la viticultura può regalare ai cittadini e per la ricaduta che può portare sugli operatori del settore. Torino è la città in cui poter degustare tutte le nostre terre”

    Patrizio Anisio, Direttore del Salone del vino di Torino sottolinea: “Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio meraviglioso, dove, attraverso il vino, le eccellenze, le tradizioni e l’innovazione trovano cura e passione. Il salone del vino di Torino nasce per contribuire a questo racconto. Grazie ai  produttori e alle tante realtà che lavorano per far conoscere la nostra regione e le sue unicità, porteremo in città tutti i sapori delle nostre terre”


    Dario Gallina, Presidente della Camera di commercio di Torino aggiunge: “La Camera di commercio di Torino da molti anni attraverso il progetto Torino DOC, selezione enologica realizzata insieme al nostro Laboratorio Chimico, sostiene le filiere del vino di qualità. Il Salone del vino di Torino sarà dunque un’occasione importante per proseguire e valorizzare il lavoro portato avanti finora e contribuire alla diffusione delle eccellenze vitivinicole del territorio torinese.”

    www.salonedelvinotorino.it

  • Festività da record per gli spumanti italiani

    Festività da record per gli spumanti italiani

    Saranno ancora festività da record per le bollicine italiane. Nonostante l’inflazione e la preoccupante situazione geopolitica, gli spumanti tricolore si apprestano a tornare protagonisti delle tavole di tutto il mondo. Secondo l’Osservatorio Uiv-Ismea nella sua consueta analisi sui consumi di sparkling per le feste, saranno 341 milioni le bottiglie di spumante italiano stappate tra Natale e Capodanno, sia in Italia (95 milioni) che, soprattutto, all’estero, sempre più testimone della febbre da Italian sparkling con i 3/4 delle vendite totali. Complessivamente, il 2022 chiuderà con un nuovo record produttivo molto vicino al tetto di un miliardo di bottiglie (970 milioni), per un controvalore di 2,85 miliardi di euro di cui circa 2 miliardi solo di export. A trainare la crescita, la domanda nei mercati chiave di Stati Uniti, Regno Unito e Germania, ma anche piazze consolidate ed emergenti, come Canada, Svezia, Giappone, Est Europa e Francia, sempre più attratta dalle bollicine italiane (+25% la crescita in volume nel Paese dello Champagne).

    Secondo le stime dell’Osservatorio di Unione italiana vini e Ismea, sotto l’albero è il Prosecco (Doc, Conegliano e Colli Asolani) a giocare la parte del leone, forte di una incidenza sulla produzione che oggi è arrivata al 70% degli spumanti imbottigliati nel Belpaese e di una propensione all’export che lo rende il prodotto tricolore dell’agroalimentare più commercializzato nel mondo, con un valore complessivo stimato per il 2022 che supera 1,6 miliardi di euro. Ma accanto alla corazzata Prosecco, alla crescita in doppia cifra del Trento Doc, ai numeri in incremento dell’Asti e alla conferma del Franciacorta, sono centinaia le produzioni (o micro-produzioni) a testimoniare l’effervescenza della tipologia lungo tutto lo Stivale: dall’Oltrepò all’Alta Langa, ai Trebbiani al Verdicchio, dai Moscati alle Falanghine ai Grechetti; dalle Malvasie al Grillo, dal Nero d’Avola al Negroamaro al Durello, ai Vermentini e molti altri.

    Produzioni a denominazione di origine nell’83% dei casi (al 6% gli Igt) che quest’anno segneranno una crescita più contenuta rispetto alle ultime annate, ma che consolidano il proprio ruolo di traino in favore di tutto il settore in un periodo certamente meno brillante per i vini fermi. Per il 2022 la crescita produttiva stimata è del 6%, con un aumento dei volumi esportati dell’8% e una variazione minima, ma comunque positiva (+1%), della domanda interna. Nelle festività saranno circa 101 milioni le bottiglie stappate nel Belpaese, di queste quasi 6 milioni quelle d’importazione (+3% volume) e 95 milioni le bollicine italiane (+1%). Migliore invece il trend di consumo all’estero (+8% i volumi), a circa 246 milioni di bottiglie.

    L’analisi dell’Osservatorio Uiv-Ismea è stata redatta sulla base degli incroci di più fonti, a partire da Istat e dagli enti di certificazione.

  • Cecchetto, l’anima sostenibile del Raboso Piave

    Cecchetto, l’anima sostenibile del Raboso Piave

    Di Luciana Dias

    I dogi veneziani nei lunghi viaggi verso Oriente non si privavano mai del Raboso perché, vista la sua tannicità, reggeva bene condizioni di trasporto impervie e sbalzi di temperatura, anzi si affinava. Non è un caso, infatti, che il Raboso in dialetto Veneto sia conosciuto come “vin da viajo”, vino da viaggio, senza dimenticare che è stato il vitigno a bacca rossa più diffuso nella pianura trevigiana fino ad oltre la metà del 900.

    La storia della cantina Cecchetto inizia nel 1985, quando Sante Cecchetto da mezzadro, riesce a rilevare il podere che da tempo curava e coltivava con sapienza e dedizione. Nel frattempo, il giovane figlio Giorgio ottiene il diploma di enologo nel 1982 e dopo un’esperienza in un’azienda del territorio, nel 1986 prende in mano le redini dell’azienda agricola.

    Giorgio Cecchetto

    Giorgio Cecchetto ha sempre creduto e anzi, nel corso del tempo, ha fortificato la sua convinzione di puntare sul Raboso.  Infondo, credere in un territorio vuol dire abbracciare la sua cultura, salvaguardandone l’ambiente per sé e per quelli che verranno dopo.

    Giorgio Cecchetto, dopo anni di ricerca e studio, ha ribaltato il destino di un’uva unica al mondo, cercando sempre di curarla utilizzando tecniche all’avanguardia alternate a culture vitivinicole antiche, tutto questo per far sì che il Raboso Piave restasse il più possibile fedele alla sua tradizione.

    Custodi del Raboso

    Visitando le vecchie vigne Paoletti, adiacenti alla Villa veneta Montalbano Balbi Valier Paoletti, a Mareno di Piave, in un ritratto che rende omaggio all’ambientazione di un film, di quelli che il tempo non è riuscito a corrompere, è possibile ammirare le viti di Raboso di sessant’anni.

    Il Raboso di Piave qui ha trovato il “suo” suolo, risultato di continue alluvioni che hanno dato origine a una tessitura di ghiaia e argilla calcarea in bassa aggregazione di carbonati, una composizione ottimale per la produzione di ottimi vini rossi, rendendoli caratteristici e con un grande potenziale di longevità.

    Dopo la naturale vendemmia tardiva, verso gli ultimi giorni di ottobre, i vigneti di oltre sessant’anni vengono potati secondo il Metodo Simonit & Sirch, che garantisce una maggiore longevità e miglior equilibrio vegeto-produttivo.

    La famiglia Cecchetto, preoccupandosi di tutelare le tecniche contadine di una volta, ha ripristinato la storica forma di allevamento Bellussi. È alla fine del ‘700 che i fratelli Bellussi di Tezze di Piave inventano un sistema di allevamento a raggi per le viti diffuse all’epoca, in seguito definito appunto “bellussera”. Questo sistema per cui la vite viene maritata ad una pianta di sostegno, solitamente il gelso, ha caratterizzato per lungo tempo la campagna trevigiana.

    Cecchetto ha anche lavorato molto sulla densità del vigneto per evitare lo stress produttivo; infatti, si è passati dalle 7000 alle 1600 piante per ettaro.

    La Vinificazione del Raboso

    Giorgio Cecchetto, pur mantenendo uno sguardo alla tradizione del Raboso, non ha mai avuto paura di sperimentare nuove tecniche mantenendo però un carattere identitario ai suoi vini.

    L’obiettivo non era semplicemente smussare gli spigoli, in caso contrario non parleremmo più di Raboso, ma la sfida era renderlo accessibile e autentico, utilizzando il legno del territorio, acacia, gelso, ciliegio e castagno per l’affinamento.

    La tecnica di appassimento delle uve Raboso nell’azienda Cecchetto è iniziata nel 2008, ancora prima del riconoscimento della DOCG Malanotte che è avvenuto nel 2010. La tecnica di appassimento, con temperatura controllata e senza ventilazione forzata è stata sviluppata in collaborazione con Masi Agricola.

    Le Declinazioni del Raboso

    Le successive ricerche e sperimentazioni realizzate hanno permesso a Cecchetto di produrre il Raboso Piave con una veste contemporanea, in quattro diverse interpretazioni: Raboso Piave, Gelsaia DOCG Piave Malanotte, Metodo Classico Rosé “Rosa Bruna” e il passito RP.

    Metodo Classico Rosé Rosa Bruna60 Mesi/ Pas Dosè / Sboccatura Primavera ’22

    Preferibilmente andrebbe servito ad una temperatura di servizio più alta rispetto ai classici 6/8° per assaporarne al meglio gli aspetti organolettici. Colore leggermente rosa tendente al ramato, bollicine fini, Al naso si rilevano sinuose note di fragola, frutti di bosco e ribes. Al palato esalta l’espressione genuina del Raboso con sua acidità e una bellissima persistenza in bocca.

    Raboso del Piave DOC 2019

    L’interpretazione classica del Raboso del Piave in una chiave contemporanea. Proveniente dai terreni di Mareno di Piave, senza esposizione diretta al sole, preservando solo le qualità naturali dell’uva, sono state prodotte 15000/16000 bottigliette per quest’annata.

    Presenta la caratteristica acidità con il tenore tannico equilibrato e compatibile con la struttura del vino. Le note olfattive sono marasca, ciliegio e prugna, accenni di susine e caratteristico di una bella ampiezza e bello equilibrio.

    Il vino è stato affinato di 15 a 18 mesi in barrique di legno francese di tostatura media, che ha donato le note vellutate necessarie per smussare i tannini.

    Sara Cecchetto

    Gelsaia 2017 IGT

    Questo vigneto prende il nome dall’albero del gelso, che a inizio del secolo scorso era utilizzato come tutore a sostegno della vite.

    La produzione per l’annata 2017 di di 3600 bottiglie in totale, una gelata ha danneggiato parzialmente le gemme, riducendo sensibilmente la produzione.  Colore rubino fitto, profumi tra marasca, prugna e sottobosco. Un vino di carattere austero, imponente. Al palato si sente la massima esaltazione del Raboso, con i tannini smussati, ingresso molto morbido e ampio in bocca.

    Passito RP

    Qui il Raboso ritrova il suo equilibrio con l’appassimento ed esalta le sue caratteristiche nascoste in una delicata espressione.  Ha trovato il giusto bilanciamento tra la dolcezza e l’acidità con deliziose e intense note di frutta, marasca sotto spirito, frutti di bosco appassiti, fichi e datteri, rendendo ogni sorso una piacevole scoperta.

    Marco Cecchetto

    Pratiche Sostenibili

    Le pratiche virtuose sono routine nella vita della famiglia Cecchetto: nel corso del 202, una delle prime aziende vitivinicole in Veneto, hanno presentato il bilancio di sostenibilità e hanno ottenuto il certificato SQNPI (Sistema di Qualità Nazionale Produzione Integrata) e VIVA – La Sostenibilità nella Viticoltura in Italia. La logica che anima Cecchetto è utilizzare le risorse ambientali per poi restituirle all’ambiente stesso. Un discorso a parte merita l’adozione del bilancio di sostenibilità che è avvenuta utilizzando gli standard di riferimento del Global Reporting Iniziative, dove non basta adottare pratiche virtuose ma occorre tenere conto anche della dimensione dell’impatto sociale nel territorio dove l’azienda opera.  

    Uno degli esempi eclatanti è la collaborazione con l’AIPD -Associazione italiana di persone Down – sezione Marca Trevigiana. Ogni anno, i ragazzi dell’AIPD si trasformano in vignaioli ed enologi, sono infatti coinvolti in tutte le tappe di produzione: dalla vendemmia alla pigiatura, dalla lavorazione all’imbottigliamento, fino alla realizzazione delle etichette, rigorosamente disegnate a mano, producendo 1500 bottiglie di Raboso del Piave.

  • Il Ponente ligure, i suoi vini, un territorio che si rivela

    Il Ponente ligure, i suoi vini, un territorio che si rivela

    Dici Liguria di Ponente e vengono subito in mente luoghi dall’aura favolosa: Bordighera, Spotorno, Sanremo; la Costa Azzurra e Montecarlo a un tiro di schioppo. Posti che da sempre significato bella vita e dimora per il Jet-set, ma a una manciata di chilometri, nell’entroterra, ecco il rovescio della medaglia. Scriveva il “sanremese” Italo Calvino: “Dietro la Liguria dei cartelloni pubblicitari, dietro la Riviera dei grandi alberghi, delle case da gioco, del turismo internazionale, si estende, dimenticata e sconosciuta, la Liguria dei contadini”.

    Questa cosa qui ti entra dentro subito, appena arrivi in Regione Marixe e incontri la giovane vignaiola Giulia dell’Erba, oppure ti fermi a Terzorio da Franco e Alice Lombardi o da quel vulcano di Marco Foresti a Dolceacqua, per poi magari rifocillarti nell’Azienda Agricola Bio Vio a Bastia di Albenga, di proprietà della famiglia Vio. Aimone Giobatta, un riferimento per chi fa vino in Liguria, lo incontrerai di sicuro, anche se adesso preferisce stare dietro le quinte con sua moglie Chiara, lasciando la ribalta alle sue figlie Caterina, Carolina e Camilla. Pare che in casa Vio ci sia una certa predilezione per i nomi che iniziano con la lettera c, resta il fatto che il suo Pigato “Bon in da Bon”, da almeno un decennio, è uno dei più grandi bianchi italiani.

    Esiste e resiste incontaminata, una Liguria di Ponente agreste e selvaggia, con una incredibile comunanza di paesaggi con alcune zone del sud d’Italia, in particolare la Presila cosentina.  La ruralità dell’entroterra Ligure ponentino porta con sé il fascino arcaico e intatto dei paesaggi e degli agricoltori che li abitano, ma non è privo di criticità, soprattutto per quanto riguarda la reale comprensione del proprio potenziale comunicativo necessario per adattarsi alla postmodernità. Tuttavia, la seduzione risiede proprio qui, scoprire che ci sono terre di vino in Italia ancora poco conosciute perché poco comunicate e pertanto quasi inesplorate, gioia assoluta per chi ama il nettare di Bacco.

    Dal 2015, un gruppo ben nutrito di produttori, tramite un Contratto di Rete denominato “Vite in Riviera”, sta lavorando con passione alla divulgazione, promozione e valorizzazione dei vini e degli oli della Riviera di Ponente. La produzione complessiva annua dei soci di Vite in Riviera è di circa 1.300.000 bottiglie e gli ettari vitati totali sono 150,50 (dato di luglio 2022); tra le 25 aziende vi è una Cooperativa Agricola che annovera 200 conferitori. Le aziende coinvolte, direttamente ed indirettamente, nella rete sono quindi 225 e generano complessivamente un volume d’affari pari a 10 milioni di euro annui.

    I vini

    Partiamo subito col dire che nella Liguria di Ponente esiste un’uva a bacca rossa, la grenaccia, in grado di dare eccellenti vini che con una sola parola potremmo definire contemporanei, dal potenziale enorme in grado di incontrare gli attuali gusti del consumatore. Vini gastronomici di estrema bevibilità e mai banali. Senza dimenticare che la grenaccia è uva adattissima per fare vini rosa e, dedicandoci tempo e passione, la Liguria di Ponente potrebbe diventare una nuova enclave per la tipologia, andandosi ad unire ad altre zone italiane vocate.  

    Il Vermentino a Ponente trova sicuramente la sua isola felice nell’imperiese e nel savonese, non lontano dal mare, meno espressivo verso Albenga. Un vino un po’ croce e delizia, nel senso che ha insito in sé questa necessità di confronto con la Sardegna e con i vicini Colli di Luni, cosa che il Pigato non ha perché indigeno vero.

    Il Pigato, al contrario del Vermentino, si esprime a livelli altissimi proprio ad Albenga e, tra l’altro, è un vino che si può tranquillamente dimenticare per qualche anno in cantina, ottenendo risultati davvero sorprendenti.

    E poi c’è il Rossese di Dolceacqua, altro vino dal potenziale enorme e che meriterebbe maggiore attenzione e divulgazione. Anche in questo caso grande piacevolezza di beva e freschezza, che trova nel cru Luvaira la sua massima espressione, una sorta di giardino dell’Eden.

    Non vanno dimenticati l’Ormeasco di Pornassio e l’Ormeasco Sciac-Trà, il Moscatello di Taggia per i quali sospendo il giudizio perché è necessario un maggior approfondimento.

    Un’ultima considerazione riguarda l’uso del legno. Sicuramente con il passaggio in legno, e questo è valso per quasi tutti gli assaggi fatti, si perde in qualità complessiva e tipicità, i vini di Ponente per essere grandi non hanno bisogno di legno, e questo non per dare ragione ai modaioli che adeso vedono nella barrique il male assoluto, ma proprio perché per i vini del Ponente ligure il legno non serve, cosa che in altri territori, invece, può portare a risultati sicuramente più apprezzabili.  

    Da un vigneto situato in un dirupo scosceso si vede il mare, Il vento sibila e ti scava la faccia, lo sguardo si posa sui fianchi della collina che bene ricordano l’entroterra selvaggio, a tratti aspro di Ponete, schivo come il carattere dei liguri, ma dal cuore generoso, al di là di ogni luogo comune, come il loro vino, come il loro olio, tesori custoditi nel ventre della mezzaluna d’Italia.

    Agostino Sommariva presenta l’oleificio Sommariva di Albenga, aderente al Contratto di Rete “Vite in Riviera”

  • In memoria di Roberto Felluga

    In memoria di Roberto Felluga

    Il ricordo di Roberto Felluga vive, non solo per la grande persona che è stata, ma anche, ed è evidente, attraverso il vino. Mi piace pensare che al pari di un musicista, reso eterno dalla composizione di una partitura capolavoro, Roberto verrà ricordato per sempre, per i suoi vini, essenza del Collio più autentico. Un esempio di quanto vado dicendo è questa bottiglia di Collio Bianco 50/90 annata 2015 che quando me la donò, a ottobre 2017, mai avrei pensato di aprire in sua memoria un giorno di novembre di cinque anni dopo. Manca tanto Roberto, alla sua famiglia, a tutto il vino italiano, ma credo che una figura come la sua manchi incommensurabilmente al Collio istituzione. In un periodo complicato come questo, una personalità in grado di analizzare in maniera lucida le criticità, tracciando percorsi di crescita e sviluppo per tutto il territorio, credo sia insostituibile.

    Il Collio Bianco 50/90 (ottenuto da sole uve autoctone quali friulano, ribolla gialla e malvasia, uvaggio che doveva andare a costituire per disciplinare il Collio Gran Selezione, in un progetto poi accantonato) uscì in edizione speciale per festeggiare i primi novant’anni di Marco, patriarca dell’enologia friulana e i 50 anni di Russiz Superiore e che proprio Roberto volle dedicare a Papà Marco.

    Il vino, sintesi dell’idea di Marco e Roberto per riposizionare il Collio tra i grandi terroir del mondo, è un nettare; parola abusata, ma in questo caso credo che non vi sia termine più appropriato. Giallo oro nel bicchiere, il naso è di grande impatto, con agrumi canditi e fiori bianchi, al palato è avvolgente, setoso, espressivo, con un finale che lascia un ricordo indelebile. Non poteva che essere così.

    Ciao Roberto!

Create a website or blog at WordPress.com