Il caldo ha segnato la vendemmia 2026, ma non ha prodotto ovunque le stesse conseguenze. Da Nord a Sud il racconto delle cantine restituisce un quadro molto diverso da territorio a territorio, nel quale alle temperature elevate si sono aggiunte disponibilità d’acqua, piogge estive, caratteristiche dei suoli e capacità delle vigne di reagire alle condizioni dell’annata.
Dopo il primo confronto sulla vendemmia 2026, un nuovo gruppo di produttori permette di allargare lo sguardo e capire come la viticoltura italiana stia affrontando un clima sempre meno prevedibile. Le risposte arrivano da Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Toscana, Sardegna e Sicilia e mettono in evidenza un elemento comune: non esiste più una ricetta valida per tutti. Ogni vigneto sembra chiedere una lettura specifica e, spesso, anche decisioni diverse da quelle prese negli anni precedenti.
Tra caldo, siccità e vendemmie anticipate
Nel Collio Orientale, Meroi descrive una vendemmia anticipata, secca e scarsa, iniziata il 18 agosto, una data mai raggiunta in precedenza dall’azienda. La combinazione tra caldo e mancanza d’acqua ha inciso sia sulle quantità sia sulla qualità. Per i prossimi anni l’attenzione sarà quindi rivolta soprattutto all’approvvigionamento idrico, alla gestione della chioma e alla ricerca di portainnesti, densità d’impianto e varietà più adatti alle temperature elevate. Tra queste, la Ribolla emerge come una possibile risorsa.

A Conegliano, L’Antica Quercia definisce invece l’annata anticipata, calda e rapida. Qui una delle scelte destinate a diventare strutturali riguarda la protezione fisica dei vigneti: le reti antigrandine installate su una piccola parcella potrebbero essere estese agli appezzamenti più pregiati dopo i danni subiti negli ultimi anni. Sul lungo periodo, l’azienda continua inoltre a puntare sulla selezione massale da vecchie viti, per aumentare la diversità genetica del vigneto.

In Valpolicella, Musella restituisce un’immagine decisamente più positiva, definendo il 2026 straordinario, veloce e pulito. Tra le scelte adottate, l’erba lasciata più alta e l’aumento del numero di varietà. Guardando avanti, però, la produttrice individua anche la necessità di ripensare la geografia dei vigneti, arrivando a espiantare quelli collocati in aree che il cambiamento climatico rende progressivamente meno adatte, e di aumentare le superfici condotte a biologico.

La gestione della chioma diventa sempre più centrale
In Toscana il quadro cambia ancora. A Lucca, Fattoria Sardi parla di un’annata tropicale per il clima, equilibrata per la quantità e buona per la qualità. Non sono mancati temperature elevate sia di giorno sia di notte, ma senza particolari stress idrici. La risposta è passata dalla gestione del suolo e della chioma: poca cimatura per mantenere ombreggiati grappoli e foglie e più passaggi di raccolta per trovare il giusto equilibrio tra maturazione tecnologica ed evoluzione aromatica e polifenolica.

A Impruneta, Podere Mastrilli usa parole insolite per descrivere la vendemmia: Šostakovič, Alice e buona. Il riferimento al compositore russo richiama la capacità di rompere i paradigmi; quello ad Alice racconta invece un’annata piena di imprevisti che, grazie all’acqua disponibile fino a maggio e giugno, ha comunque portato uve mature ed equilibrate. Le pratiche che hanno fatto la differenza sono soprattutto quelle sulla parete fogliare e sui cotici erbosi, capaci di proteggere grappoli e terreno dal calore e dall’evaporazione. Per il futuro, però, l’investimento indicato come decisivo è quello sul fattore umano: persone preparate, reattive e capaci di prendere decisioni rapidamente.

Anche a Cortona, Iviti Winery descrive una vendemmia asimmetrica, precoce e caratterizzata da un’eccellente sanità delle uve. Nessuna nuova tecnica introdotta nel 2026, ma la prosecuzione di un lavoro sull’equilibrio della vigna iniziato negli anni precedenti. Il prossimo passo sarà una gestione ancora più precisa dei suoli, della potatura e della parete fogliare, adattando l’allevamento della vite alla variabilità stagionale.

Il caso di Avignonesi, a Montepulciano, racconta forse meglio di altri quanto sia diventato difficile ragionare per schemi. La vendemmia è stata definita spiazzante, contraddittoria e selettiva. Un’annata partita molto presto e segnata dal caldo ha portato, in alcune parcelle, ad aspettare il fresco e a lasciare il Merlot in pianta fino al 22 settembre. Non significa semplicemente vendemmiare più tardi, ma mantenere aperte più possibilità e leggere continuamente ciò che accade in ogni singolo vigneto.

Anche in questo caso la gestione della chioma viene indicata come una delle priorità per il futuro, insieme allo studio dei portainnesti e alla valorizzazione delle varietà autoctone, che potrebbero offrire freschezza, acidità e identità in un clima più caldo.
Suolo, acqua e biodiversità
A Murlo e Montalcino, Le Verzure racconta una vendemmia sana, anticipata e sorprendente, affrontata senza modificare sostanzialmente il metodo di lavoro. L’osservazione della vigna e interventi ridotti al necessario hanno guidato le decisioni. Più che inseguire l’adattamento attraverso nuove tecniche, la prospettiva indicata per il futuro è lavorare sulla capacità del vigneto di affrontare le difficoltà, intervenendo sulla fertilità del suolo e sulla gestione dell’acqua.

A Montalcino, Collemattoni definisce invece il 2026 generoso, promettente e intenso. Le piogge di agosto, quasi 200 millimetri ben distribuiti, hanno contribuito a contenere gli effetti dell’estate calda e hanno permesso di ottenere uve con gradazioni potenzialmente più equilibrate rispetto alle annate precedenti. La scelta di ritardare la vendemmia verde e lasciare più uva sulla pianta ha consentito di allungare la permanenza dei grappoli e contenere le gradazioni, anche se la stessa strategia non viene considerata necessariamente replicabile: ogni annata, ancora una volta, farà storia a sé.

In Maremma, Ampeleia sintetizza il 2026 con tre parole: intensa, sorprendente, formativa. Più che una singola innovazione tecnica, la vera novità è stata l’atteggiamento: cambiare programma e reagire alle condizioni della stagione. Per il futuro, la direzione è quella di aumentare la biodiversità dentro e attorno al vigneto, costruendo un organismo agricolo sempre più complesso.
Sardegna e Sicilia: alte temperature, lavoro e nuovi equilibri
In Ogliastra, Perda Rubia racconta una vendemmia assolata, analitica e sartoriale, nella quale il caldo e la luce hanno richiesto monitoraggi costanti e una gestione più accurata dell’irrigazione. La difficoltà nel reperire manodopera ha inoltre reso centrale il tema della meccanizzazione, con la vendemmiatrice utilizzata nei vigneti che lo consentono. La raccolta manuale rimane destinata ai vini più importanti.
Per i prossimi anni l’azienda guarda anche al ritorno del piede franco, considerato particolarmente interessante per la resistenza ai cambiamenti climatici, e a una nuova valorizzazione delle varietà autoctone. Tra queste il Cannonau, ritenuto adatto anche a interpretazioni in bianco.

In Sicilia, nell’Alto Belice Corleonese, Centopassi definisce la vendemmia semplicemente faticosa, ripetendo tre volte la stessa parola. Le vigne hanno reagito in modo molto diverso al caldo e alle piogge, con molte maturazioni arrivate prima e una vendemmia meno diluita nel tempo. Anche qui la vendemmiatrice è stata utilizzata dove possibile per ridurre i tempi di raccolta.
L’azienda sta inoltre spostando da tempo il proprio patrimonio vitato verso terreni più alti e punta a ridurre al minimo la cimatura. Una direzione che guarda alla capacità della vite di confrontarsi con temperature sempre più elevate senza rinunciare alla propria identità territoriale.

Dalle Alpi alle isole, la vendemmia 2026 sembra dunque confermare che il cambiamento climatico non si traduce soltanto in vendemmie anticipate o temperature più alte. Sta modificando il modo stesso di leggere il vigneto. Non si tratta di trovare una soluzione definitiva al clima che cambia, quanto costruire vigneti e aziende capaci di reagire a ciò che ancora non sappiamo prevedere. In molti dei racconti raccolti, la parola chiave non è quindi resistenza, ma adattamento: del suolo, della chioma, delle varietà, delle tecniche e, soprattutto, del modo di osservare la vigna.

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