Il modo di bere sta sensibilmente cambiando e le scelte di chi siede a tavola si orientano sempre più verso la leggerezza. Oggi non si cercano più vini pesanti o eccessivamente strutturati; si preferiscono la freschezza, la facilità di beva e quell’eleganza sottile che si scopre soprattutto lasciando riposare la bottiglia in cantina qualche anno. In questo scenario, il vino rosa dovrebbe essere il re assoluto del mercato, il prodotto più contemporaneo in circolazione. Ha tutto ciò che serve per intercettare il gusto moderno e accompagnare i momenti di socialità. Eppure, in Italia, questa tipologia fa ancora un’enorme fatica ad affermarsi su larga scala, intrappolata in un paradosso difficile da scardinare.

Mentre all’estero il successo è consolidato, da noi il vino rosa viene ancora guardato con diffidenza. Pesa un forte pregiudizio culturale, il vecchio e falso mito che lo descrive come un “mezzo vino”, un prodotto di serie B nato dagli scarti della lavorazione dei rossi o da improbabili mescolanze. A questo si aggiunge la nostra storica incapacità di fare squadra. Se la Provenza francese ha creato un marchio globale partendo da uno stile preciso e riconoscibile, l’Italia frammenta la sua straordinaria ricchezza in tante piccole zone, come il Bardolino, la Valtènesi, l’Abruzzo o il Salento, senza riuscire a presentarsi unita con un’unica identità forte.

C’è poi una miopia commerciale che penalizza il settore: il vino rosa viene quasi sempre confinato alla stagione estiva, dimenticando la sua straordinaria versatilità nei mesi freddi. Nei ristoranti e nei supermercati lo spazio a disposizione è pochissimo, perché si preferisce andare sul sicuro con i classici bianchi o rossi. Questa mancanza di coraggio contagia persino la promozione istituzionale, come dimostra la scomparsa dal calendario di appuntamenti importanti come l’anteprima del Chiaretto. È un peccato, perché si rinuncia a raccontare il mondo dei vini rosa, una tipologia capace di regalare bottiglie straordinarie che non temono il passare degli anni e che dimostrano, nei fatti, di avere la stessa identica dignità del vino bianco e del vino rosso, rivelandosi una scelta di assoluta qualità.

Il superamento di questi storici steccati culturali trova una risposta concreta e illuminante nel lavoro di Matilde Poggi, pioniera fra le donne del vino e vignaiola dal 1984 alla guida dell’azienda agricola Le Fraghe, a Cavaion Veronese. Nel cuore della DOC Bardolino, la sua è una viticoltura lontana dalle mode passeggere, che privilegia l’identità e il legame viscerale con il territorio. In questo paesaggio abbracciato dal lago di Garda, dal Monte Baldo e dalla Valdadige, le correnti fresche e i terreni morenici creano le condizioni ideali per dare vita a vini caratterizzati da precisione, sapidità e naturale freschezza.

Matilde Poggi segue in prima persona l’intera filiera, dalla coltivazione delle uve fino all’imbottigliamento e alla commercializzazione, offrendo una garanzia autentica di qualità al consumatore. Il suo impegno scavalca i confini della cantina: è stata tra i fondatori della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti), che ha guidato come presidente dal 2013 al 2021, e dal 2021 al 2025 ha ricoperto la carica di Presidente della CEVI (Confédération Européenne des Vignerons Indépendants), portando per la prima volta la voce dei vignaioli italiani direttamente a Bruxelles. Inoltre, Le Fraghe è stata tra le prime tre aziende italiane a entrare nell’associazione internazionale Rosés de Terroirs, nata in Francia nel 2021 proprio per valorizzare e sviluppare il mercato dei vini rosa legati a un territorio d’eccellenza. Questa visione si riassume perfettamente nelle sue parole: “Tutto quello che faccio in vigna è teso al rispetto e alla conservazione di quelle espressioni uniche e irripetibili di territorialità che ritrovo nei miei vini”.

In questo contesto, la cantina si distingue per la produzione di Chiaretto di Bardolino di particolare eleganza e longevità, interpretato attraverso due etichette che emergono nel panorama italiano per la capacità di uscire sul mercato dopo affinamenti più lunghi: il Ròdon e il Traccia di Rosa. Nati dalle medesime uve di Corvina e Rondinella, rappresentano due visioni complementari della stessa tipologia. Il Ròdon, le cui uve provengono da vigneti di 23 anni di età, esprime il lato più immediato, fresco e fragrante del vitigno. Il Traccia di Rosa propone invece una maggiore profondità e complessità: prodotto a partire dalla vendemmia 2019 con le migliori uve selezionate e raccolte a mano nella vigna Ronchilonghi di Affi, è stato il primo Chiaretto di Bardolino ad aggiudicarsi i Tre Bicchieri della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso.

L’occasione per toccare con mano questa attitudine all’evoluzione è arrivata con una verticale comparata intitolata significativamente “Il tempo secondo Matilde Poggi: l’evoluzione di Ròdon e Traccia di Rosa”. La degustazione ha permesso di mettere in parallelo diverse annate delle due etichette, offrendo uno spaccato ravvicinato su come lo stile e le scelte produttive dialoghino con il passare degli anni. Nei calici hanno avuto spazio le annate 2025, 2023, 2021, 2020 e 2013 per il Ròdon, affiancate alle annate 2023, 2021, 2020 e 2019 del Traccia di Rosa.

Il vero paradosso emerso dall’assaggio risiede nel fatto che, se il Traccia di Rosa nasce con l’obiettivo dichiarato di sfidare il tempo in virtù della sua vinificazione rigorosa, il Ròdon non è affatto da meno. La sorpresa più grande è arrivata proprio dall’estremo cronologico della verticale, quel Ròdon 2013 che si è rivelato un bicchiere straordinario e sorprendente. A tredici anni dalla vendemmia, il vino si è mostrato assolutamente vivo e integro e intrigante, smentendo definitivamente e inequivocabilmente l’idea che il vino d’annata debba essere consumato in fretta. Il confronto ravvicinato tra i due stili ha così dimostrato la straordinaria versatilità gastronomica e la capacità del Chiaretto di esprimere complessità ed equilibrio, confermando che il tempo, per chi sa lavorare con rispetto, non è un nemico ma un prezioso alleato.

C’è un’onestà disarmante nel modo in Matilde Poggi traduce la sua terra in bottiglia. Una coerenza che non ha mai ceduto il passo alle lusinghe delle mode passeggere e del mercato e che oggi, a quarant’anni dalle sue prime vendemmie, brilla di una luce nitida e senza compromessi. Guardando la sua storia, l’impegno tra i filari e le battaglie portate fino a Bruxelles, si comprende come per lei il vino non sia mai stato un mero prodotto, ma un atto di rispetto verso il paesaggio del Garda e chi lo vive.

La vera magia di questa verticale non è stata la conta dei riconoscimenti o la sfilata delle annate, ma l’emozione pura di vedere crollare i vecchi paletti mentali sorso dopo sorso. Quando un vino rosa nato per essere immediato come il Ròdon ti si concede nel calice con l’annata 2013, mostrandosi vibrante e spiazzante nella sua giovinezza ritrovata, è la dimostrazione che quando c’è un grande terroir e una mano che sa assecondarlo senza forzature, la distinzione tra vini da bere subito e vini da invecchiamento perde totalmente di significato.

La lezione che arriva da Cavaion Veronese, insomma, va ben oltre il perimetro di una masterclass. Racconta che il vino rosa non ha bisogno di concessioni paternalistiche né di corsie preferenziali estive: rivendica, per forza espressiva e aderenza territoriale, lo stesso identico diritto di cittadinanza dei grandi bianchi e rossi da evoluzione. Bottiglie come quelle di Matilde Poggi tracciano la strada per il futuro della tipologia, dimostrando che il vino rosa ha già tutto lo spessore necessario per guidare il cambiamento dei consumi: adesso spetta a tutto il sistema vino italiano, avere lo stesso coraggio di chi quel vino lo produce.
The Time of Rosé: The Example of Matilde Poggi
Drinking habits are visibly changing, and choices at the table are increasingly leaning toward lightness. Today, people no longer look for heavy or overly structured wines; instead, they prefer freshness, ease of drinking, and that subtle elegance that reveals itself especially when letting the bottle rest in the cellar for a few years. In this scenario, rosé should be the absolute king of the market, the most contemporary product in circulation. It possesses everything needed to intercept modern tastes and accompany moments of socializing. Yet, in Italy, this category still struggles immensely to establish itself on a large scale, trapped in a paradox that is difficult to break.
While its success abroad is well-consolidated, rosé is still viewed with suspicion here at home. A strong cultural prejudice weighs heavily—the old and false myth that describes it as a “half-wine,” a second-class product born from the leftovers of red winemaking or from improbable blends. Added to this is our historical inability to work as a team. While French Provence has created a global brand starting from a precise and recognizable style, Italy fragments its extraordinary wealth into many small zones, such as Bardolino, Valtènesi, Abruzzo, or Salento, without managing to present a united front with a single, strong identity.
There is also a commercial myopia that penalizes the sector: rosé is almost always confined to the summer season, overlooking its extraordinary versatility during the colder months. In restaurants and supermarkets, the space allocated to it is minimal, as businesses prefer to play it safe with classic whites or reds. This lack of courage even affects institutional promotion, as demonstrated by the disappearance of important events from the calendar, such as the preview (anteprima) of Chiaretto. It is a pity, because it means giving up on telling the story of the world of rosé—a category capable of offering extraordinary bottles that do not fear the passage of time and that prove, in practice, to have the exact same dignity as white and red wine, revealing themselves as a choice of absolute quality.
The overcoming of these historical cultural barriers finds a concrete and enlightening response in the work of Matilde Poggi, a pioneer among women in wine and a winemaker since 1984 at the helm of the Le Fraghe estate in Cavaion Veronese. In the heart of the Bardolino DOC, hers is a viticulture far removed from passing trends, one that privileges identity and a visceral bond with the land. In this landscape embraced by Lake Garda, Monte Baldo, and the Valdadige, cool currents and morainic soils create the ideal conditions to give life to wines characterized by precision, sapidity, and natural freshness.
Matilde Poggi personally oversees the entire production chain, from cultivating the grapes to bottling and marketing, offering an authentic guarantee of quality to the consumer. Her commitment goes well beyond the cellar walls: she was among the founders of FIVI (Italian Federation of Independent Winegrowers), which she led as president from 2013 to 2021, and from 2021 to 2025 she held the position of President of CEVI (European Confederation of Independent Winegrowers), bringing the voice of Italian independent winemakers directly to Brussels for the first time. Furthermore, Le Fraghe was among the first three Italian wineries to join the international association Rosés de Terroirs, founded in France in 2021 specifically to enhance and develop the market for rosés rooted in exceptional terroirs. This vision is perfectly summarized in her words: “Everything I do in the vineyard is aimed at respecting and preserving those unique and unrepeatable expressions of territoriality that I find in my wines.”
In this context, the winery stands out for its production of Chiaretto di Bardolino of particular elegance and longevity, interpreted through two labels that emerge in the Italian landscape for their capacity to enter the market after longer aging periods: Ròdon and Traccia di Rosa. Born from the same Corvina and Rondinella grapes, they represent two complementary visions of the same style. Ròdon, whose grapes come from 23-year-old vineyards, expresses the most immediate, fresh, and fragrant side of the variety. Traccia di Rosa, on the other hand, offers greater depth and complexity: produced starting from the 2019 harvest with the finest hand-selected grapes from the Ronchilonghi vineyard in Affi, it was the first Chiaretto di Bardolino to be awarded the Tre Bicchieri by Gambero Rosso’s Vini d’Italia guide.
The opportunity to experience this aptitude for evolution firsthand came with a comparative vertical tasting significantly titled “Time According to Matilde Poggi: The Evolution of Ròdon and Traccia di Rosa.” The tasting allowed for a parallel comparison of different vintages of both labels, offering a close-up view of how style and production choices dialogue with the passing years. In the glasses, space was given to the 2025, 2023, 2021, 2020, and 2013 vintages for Ròdon, alongside the 2023, 2021, 2020, and 2019 vintages of Traccia di Rosa.
The true paradox that emerged from the tasting lies in the fact that, while Traccia di Rosa is born with the declared objective of challenging time by virtue of its rigorous vinification, Ròdon is by no means far behind. The biggest surprise came precisely from the chronological extreme of the vertical—that 2013 Ròdon, which revealed itself to be an extraordinary and astonishing glass. Thirteen years after the harvest, the wine showed itself to be absolutely alive, intact, and intriguing, definitively and unequivocally debunking the idea that vintage rosé must be consumed quickly. The close comparison between the two styles thus demonstrated the extraordinary gastronomic versatility and the capacity of Chiaretto to express complexity and balance, confirming that time, for those who know how to work with respect, is not an enemy but a precious ally.
There is a disarming honesty in the way Matilde Poggi translates her land into the bottle. It is a consistency that has never given way to the allure of passing trends and the market, and which today, forty years after her first harvests, shines with a clear and uncompromising light. Looking at her history, her dedication among the rows of vines, and her battles carried all the way to Brussels, one understands how for her, wine has never been a mere product, but an act of respect toward the landscape of Garda and those who live it.
The true magic of this vertical tasting was not the counting of awards or the parade of vintages, but the pure emotion of watching old mental barriers crumble sip after sip. When a rosé born to be immediate like Ròdon surrenders itself in the glass with the 2013 vintage, showing itself vibrant and startling in its rediscovered youth, it is proof that when there is a great terroir and a hand that knows how to follow it without forcing it, the distinction between wines to be drunk immediately and wines for aging loses all meaning.
The lesson coming from Cavaion Veronese, in short, goes far beyond the perimeter of a masterclass. It shows that rosé does not need patronizing concessions or seasonal summer lanes: it claims, by expressive force and territorial adherence, the exact same right of citizenship as the great age-worthy whites and reds. Bottles like those of Matilde Poggi chart the path for the future of the category, proving that rosé already possesses all the depth necessary to guide the shift in consumption habits: now it is up to the entire Italian wine system to have the same courage as those who produce it.

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