Ricordo ancora nitidamente il primo incontro con Nicola Manferrari nel 2011 e il mio arrivo a Borgo del Tiglio. Ad indicare la cantina non c’erano cartelli sbandierati ai crocicchi, né effetti speciali ad accogliere il visitatore al civico 71 di via San Giorgio; solo la sobria eleganza di una casa antica che sembra quasi volersi nascondere all’ombra della chiesa di San Lorenzo. Era il biglietto da visita di Nicola Manferrari, un uomo che ha fatto della riservatezza e della sottrazione una cifra stilistica, nel lavoro come nella vita. All’epoca muovevo i primi passi nel racconto del vino e trovarmi di fronte a una personalità così complessa fu una sfida e un privilegio. Manferrari non è uomo di facili sorrisi, e io, che condivido con lui una certa propensione al silenzio e alla distanza, avvertii subito un’intesa rara, nata da un iniziale e quasi sacro imbarazzo. In quella sala degustazione, tra sorsi di un Friulano 2009 e di uno Studio di Bianco che riscrivevano il concetto di eleganza, Nicola mi raccontò la sua visione: un Collio che respirava la lezione di Mario Schiopetto, lontano dalle mode barocche e dalle forzature delle macerazioni estreme. Mi mostrò come il legno, se usato con la precisione chirurgica di chi lo fa costruire su misura in Francia, possa essere un alleato e non un oppressore della materia.

Quell’anno fu speciale. Mi invitò al suo stand al Vinitaly 2011, un’esperienza che ricordo come un viaggio sulla luna accanto a Neil Armstrong. Degustare le vecchie annate di Chardonnay e Tocai con lui significava atterrare nella “Base della Tranquillità”, dove il tempo si ferma e il vino diventa prova inconfutabile di una grandezza che non teme il confronto con i cugini d’oltralpe. Il 2011 si chiuse poi con una delle interviste a cui tengo di più, un confronto sulla allora nascente DOC Friuli che vide protagonisti Manferrari e il compianto Roberto Felluga. In quelle parole Nicola fu profetico: parlò del valore delle DOP non solo come marchio commerciale, ma come presidio di un territorio fragile. Sostenne con forza che il vignaiolo di collina non produce solo vino, ma offre “servizi ambientali” gratuiti alla collettività, proteggendo il suolo dalla devastazione e dall’incuria.

Oggi, a quindici anni da quegli incontri, quelle parole tornano a suonare come un monito doloroso. Dopo i tragici eventi dell’alluvione del 17 novembre 2025, non ho trovato il coraggio di scrivergli, quasi temessi di disturbare un dolore pudico di fronte a una terra ferita. Ma la voce dei vignaioli non è rimasta in silenzio. Proprio nei giorni scorsi, durante l’ultimo Vinitaly, un gruppo di produttori ha deciso di unire le forze per inviare una lettera aperta al Presidente della Regione Massimiliano Fedriga.

Il cuore dell’appello è la richiesta di un confronto urgente sulla gestione delle aree collinari devastate dal fango, con un focus che tocca da vicino proprio il simbolo della resilienza e della qualità di Borgo del Tiglio: il vigneto storico “Ronco della Chiesa” a Brazzano. Quella “devastazione ambientale” che Nicola aveva paventato anni fa, figlia di un abbandono dei suoli e di una gestione del territorio che talvolta dimentica la specificità della collina, è diventata realtà. La lettera non è solo una richiesta di aiuti, ma un richiamo al “buon senso contadino” per salvare luoghi che, se perduti, non portano via solo una produzione d’eccellenza, ma l’identità stessa di un territorio che non può permettersi di restare solo nel fango. Walter Massa, primo firmatario dell’appello, lo ha spiegato con la consueta lucidità:

“Chiediamo di essere messi in condizione di portare ciò che sappiamo fare da generazioni: leggere e curare questi territori prima che diventino fragili.” Il punto focale della discordia e della speranza è il Ronco della Chiesa. Parliamo di un impianto degli anni Cinquanta, un monumento vivo della viticoltura collinare che oggi giace ferito da una frana e da una colata di fango scivolata dal versante del Monte Quarin. Il timore dei firmatari è che gli interventi di messa in sicurezza, se non gestiti con la sensibilità di chi quel fango lo calpesta ogni giorno, possano comprometterne per sempre l’identità e la continuità produttiva.
C’è una frase, nella lettera, che colpisce come uno schiaffo: “Il Ronco della Chiesa non deve diventare la Redipuglia dei vignaioli”. È un monito fortissimo. Il rischio è che questo fazzoletto di terra nel Collio si trasformi in un simbolo di perdita, in un sacrario della sconfitta agricola, anziché rimanere un patrimonio da recuperare.

I vignaioli chiedono alle istituzioni un confronto urgente. Chiedono che il sapere agricolo venga riconosciuto come una risorsa concreta nella prevenzione del dissesto idrogeologico. Perché se boschi e vigneti storici sono presidi del territorio, allora il vignaiolo non è solo un produttore di merci, ma il custode di un equilibrio che, se spezzato, ci rende tutti più poveri. Difendere il vigneto di Nicola Manferrari significa oggi difendere l’idea stessa che l’uomo possa ancora abitare la collina con rispetto e lungimiranza.
Why Saving Nicola Manferrari’s Historic Vineyard Concerns Us All
I still vividly remember my first meeting with Nicola Manferrari in 2011 and my arrival at Borgo del Tiglio. To find the winery, there were no flashy signs at the crossroads, nor any special effects to welcome the visitor at number 71 Via San Giorgio; only the sober elegance of an ancient house that almost seems to hide in the shadow of the San Lorenzo church. This was Nicola Manferrari’s calling card—a man who turned discretion and subtraction into a stylistic signature, both in his work and in his life.
At the time, I was taking my first steps in wine writing, and finding myself in front of such a complex personality was both a challenge and a privilege. Manferrari is not a man of easy smiles, and I, who share with him a certain propensity for silence and distance, immediately felt a rare connection, born from an initial and almost sacred awkwardness. In that tasting room, between sips of a 2009 Friulano and a Studio di Bianco that redefined the concept of elegance, Nicola told me about his vision: a Collio that breathed the lessons of Mario Schiopetto, far from baroque fashions and the forced nature of extreme macerations. He showed me how wood, if used with the surgical precision of someone who has it custom-built in France, can be an ally rather than an oppressor of the fruit.
That year was special. He invited me to his stand at Vinitaly 2011, an experience I remember like a trip to the moon alongside Neil Armstrong. Tasting old vintages of Chardonnay and Tocai with him meant landing at the “Base of Tranquility,” where time stands still and the wine becomes irrefutable proof of a greatness that does not fear comparison with our cousins across the Alps. 2011 ended with one of the interviews I am most attached to—a discussion on the then-nascent DOC Friuli featuring Manferrari and the late Roberto Felluga. In those words, Nicola was prophetic: he spoke of the value of DOPs not just as commercial brands, but as garrisons for a fragile territory. He strongly maintained that a hillside winegrower does not just produce goods, but offers “environmental services” for free to the community, protecting the soil from devastation and neglect.
Today, fifteen years after those meetings, those words return to sound like a painful warning. After the tragic events of the flood on November 17, 2025, I did not find the courage to write to him, almost as if I feared disturbing a modest grief in the face of a wounded land. But the voice of the winemakers has not remained silent. Just in the last few days, during the recent Vinitaly, a group of producers decided to join forces to send an open letter to the President of the Region, Massimiliano Fedriga.
The heart of the appeal is the request for an urgent dialogue on the management of the hillside areas devastated by mud, with a focus that closely touches the symbol of resilience and quality of Borgo del Tiglio: the historic “Ronco della Chiesa” vineyard in Brazzano. That “environmental devastation” Nicola had feared years ago—the daughter of soil abandonment and a land management that sometimes forgets the specificity of the hills—has become a reality. The letter is not just a request for aid, but a call to “peasant common sense” to save places that, if lost, take away not only a production of excellence but the very identity of a territory that cannot afford to be left alone in the mud. Walter Massa, the first signatory of the appeal, explained it with his usual clarity:
“We ask to be put in a position to bring what we have known how to do for generations: to read and care for these territories before they become fragile.” The focal point of both discord and hope is Ronco della Chiesa. We are talking about a vineyard planted in the 1950s, a living monument of hillside viticulture that today lies injured by a landslide and a mudflow that slid down from the slopes of Mount Quarin. The signatories fear that security interventions, if not managed with the sensitivity of those who tread that mud every day, could forever compromise its identity and production continuity.
There is a phrase in the letter that hits like a slap: “Ronco della Chiesa must not become the Redipuglia of winemakers.” It is a powerful warning. The risk is that this patch of land in the Collio turns into a symbol of loss, a shrine to agricultural defeat, instead of remaining a heritage to be recovered.
The winemakers are asking the institutions for an urgent meeting. They ask that agricultural knowledge be recognized as a concrete resource in managing the territory and preventing hydrogeological instability. Because if woods and historic vineyards are garrisons of the territory, then the winemaker is not just a producer of goods, but the guardian of an balance that, if broken, makes us all poorer. Defending Nicola Manferrari’s vineyard today means defending the very idea that man can still inhabit the hills with respect and foresight.

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