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Custodi del Lambrusco: una voce collettiva per raccontare un vino autentico

Dall’Emilia arriva un segnale forte: nel mondo del vino c’è chi ha deciso di fare squadra, non per inseguire una tendenza, ma per affermare un’identità. Ventisette produttori – dalle piccole realtà artigiane alle cantine più strutturate – si sono uniti sotto un nome che è già tutto un programma: Custodi del Lambrusco. Un progetto che nasce con l’obiettivo di restituire a questo vino la dignità e la complessità che merita, superando gli stereotipi e aprendo nuovi scenari.
Alla base c’è un Manifesto, una dichiarazione d’intenti condivisa che non guarda al passato con nostalgia, ma al presente con consapevolezza e al futuro con ambizione. Il gruppo parla con una voce corale, determinata e inclusiva, mettendo al centro valori comuni e una visione chiara: raccontare il Lambrusco nella sua forma più autentica e contemporanea.

“Siamo custodi dell’essenza più pura del Lambrusco”: è il cuore del Manifesto, ma anche il ritmo che accompagna ogni passo di questo percorso. In quel “siamo” si ritrova la forza di una comunità che non difende un simbolo, ma ne rinnova il significato. Perché il Lambrusco non è – e non è mai stato – un vino banale. Può essere leggero e conviviale, certo, ma sa anche essere complesso, sfaccettato, capace di esprimere con profondità il carattere della sua terra.

Oggi più che mai i consumatori chiedono verità, responsabilità, passione. I Custodi rispondono con una proposta concreta, radicata nel lavoro quotidiano in vigna, in cantina, in una filiera che parte dalla terra e si conclude in bottiglia. Un approccio che fa della qualità un punto fermo, senza rinunciare alla sperimentazione, al dialogo, alla voglia di crescere insieme.
“Siamo nati da un sogno – scrivono – raccontare la migliore manifestazione del Lambrusco. Essere avanguardia e professionalità, qualità estrema e pura artigianalità”. Due anime che convivono e si rafforzano a vicenda. Perché i Custodi non appartengono solo a un vino, ma a un territorio: anzi due, Modena e Reggio Emilia, culle storiche di una viticoltura profondamente identitaria.

La ricchezza del Lambrusco sta proprio nella sua pluralità di espressioni. Non una voce sola, ma un coro di stili, interpretazioni, storie personali. I Custodi lo sanno bene e lo rivendicano: ogni produttore porta la propria visione, ma è nella condivisione che trovano forza e coerenza. “Siamo un gruppo che si nutre delle differenze del singolo e siamo singoli produttori che diventano forti in un gruppo.”
L’associazione è nata da pochi mesi, ma si è già messa in movimento. Dopo il debutto ufficiale lo scorso 31 marzo, i Custodi stanno costruendo una rete viva fatta di incontri, confronti e nuove narrazioni. L’obiettivo? Portare il Lambrusco oltre i suoi confini abituali, raccontarlo con nuovi strumenti, a un pubblico più ampio, anche a chi finora lo ha guardato con sufficienza.

“Siamo Custodi di un cambiamento culturale – dichiarano –. Questa è la nostra piccola rivoluzione gentile.” Un modo per affermare, con pacatezza ma senza esitazioni, che il Lambrusco ha tutte le carte in regola per essere protagonista. Basta saperlo ascoltare. Basta raccontarlo per quello che è: autentico, sorprendente, profondamente attuale.
ELENCO SOCI CUSTODI DEL LAMBRUSCO
AZIENDA AGRICOLA BUONARIVA
AZIENDA AGRICOLA MANICARDI
AZIENDA AGRICOLA MESSORI
AZIENDA AGRICOLA PEZZUOLI
AZIENDA AGRICOLA SAN PAOLO
CA’ DE’ MEDICI
CANTINA DELLA VOLTA
CANTINA DIVINJA
CANTINA VENTIVENTI
CANTINA VEZZELLI FRANCESCO
CANTINA ZUCCHI
CAVALIERA
CLETO CHIARLI TENUTE AGRICOLE
FATTORIA MORETTO
GARUTI VINI
LA BATTAGLIOLA
LA PIANA WINERY
LE CASETTE
LINI 910
MARCHESI DI RAVARINO
OPERA02
PODERE IL SALICETO
RINALDINI AZ. AGR. MORO
TERRAQUILIA
VENTURINI BALDINI
VILLA DI CORLO
ZANASI SOCIETA’ AGRICOLA
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Wine Business Program 2025: aperte le candidature per il corso dedicato ai futuri manager del vino

Un’opportunità concreta per entrare da protagonisti nel mondo del vino. Il Consorzio Italia del Vino, in collaborazione con la Luiss Business School, ha aperto le candidature per il Wine Business Program 2025, un percorso formativo di alto livello rivolto a giovani talenti interessati a costruire una carriera nel settore vitivinicolo.
C’è tempo fino all’11 giugno per inviare la propria candidatura, esclusivamente online, tramite il link ufficiale:
👉 https://businessschool.luiss.it/news/wine-business-program-luiss-business-school-e-consorzio-italia-del-vino-insieme-per-i-futuri-manager-del-vino-pubblicato-il-bando-di-selezione
Villino centrale – Luiss Un percorso intensivo e interamente finanziato
Il programma, erogato in lingua inglese, è aperto a un massimo di 20 partecipanti tra laureati e laureandi (triennali o magistrali), selezionati in base al curriculum, alla motivazione e, se necessario, a un colloquio individuale. Tutte le spese – incluse formazione, alloggio e tirocinio – sono totalmente coperte dal Consorzio Italia del Vino, a testimonianza dell’impegno concreto delle aziende aderenti nel formare le nuove professionalità del settore.
“Vogliamo contribuire a far crescere competenze strategiche e visione internazionale, indispensabili per affrontare le sfide dell’industria del vino di oggi e di domani”, spiega Roberta Corrà, presidente del Consorzio.

Roberta Corrà – Presidente Consorzio Italia del vino Formazione, tirocinio, project work
Il programma si articola in tre fasi distribuite su circa nove mesi:
- Formazione in aula (settembre–dicembre 2025), presso la sede Luiss Business School di Villa Blanc, con 37 giornate full immersion dedicate a economia del vino, marketing, export, sostenibilità, digitalizzazione e leadership.
- Tirocinio curriculare (gennaio–marzo 2026) in una delle aziende del Consorzio, per mettere subito in pratica quanto appreso.
- Project work finale, da presentare alla Commissione in occasione del Graduation Day ad aprile 2026.

Villa Blanc – Luiss A chi completerà con successo il percorso verrà rilasciato un attestato ufficiale della Luiss Business School. I profili più promettenti potranno ricevere un’offerta di lavoro a tempo determinato da una delle aziende partner.
Consorzio Italia del Vino
Il Consorzio raggruppa 23 prestigiose realtà leader del vino italiano, con un fatturato complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro e una quota export pari a circa il 15% dell’export nazionale di settore. Dal 2009 lavora sui mercati internazionali con lo scopo di incrementare la conoscenza e la cultura del vino italiano, di aumentarne la diffusione nel mondo e di sviluppare la conoscenza complessiva dell’Italian lifestyle.
Le 23 realtà consorziate operano in 17 regioni vinicole italiane, coprendo una proprietà complessiva di 15mila ettari vitati e muovendo una forza lavoro totale di oltre 3.500 unità dirette. Sono: Angelini Estates, Banfi, Bisol, Cà Maiol, Collis Heritage, Di Majo Norante, Diesel Farm, Drei Donà, Duca di Salaparuta, Ferrari F.lli Lunelli, Gruppo Italiano Vini, Gruppo Mezzacorona, Le Monde, Librandi Antonio e Nicodemo, Lunae Bosoni, Marchesi di Barolo, Medici Ermete & Figli, Mesa, Herita Marzotto Wine Estates, Tenimenti Leone, Terre de La Custodia, Torrevento e Zonin1821.Luiss Business School
Fondata nel 1987 come Scuola di management dell’Università Luiss, prende il naming di Luiss Business School nel 2006 e dal 2017 ha sede nella prestigiosa cornice di Villa Blanc a Roma. Nel panorama nazionale ha acquisito una posizione di indiscussa leadership nell’higher education, con focus sullo sviluppo delle competenze manageriali. Grazie agli accreditamenti internazionali ottenuti – AACSB, EQUIS e AMBA – si posiziona nell’élite mondiale delle business school e, attraverso il modello multi-hub, persegue una strategia che consente di arricchire l’esperienza formativa con programmi erogati in diverse sedi, sia in Italia (Roma, Milano, Belluno), sia all’estero (Amsterdam, Dubai).
La Faculty rappresenta uno dei fattori distintivi della Luiss Business School grazie alla sua capacità di implementare il modello educativo, rafforzare i legami con il mondo aziendale e aumentare il livello di internazionalizzazione della Scuola.
L’offerta formativa comprende: MBA, Master, Executive Programmes, Programmi Custom e Consulenza, Digital Programmes. -
Vini d’Abbazia 2025: l’eredità del vino monastico si racconta a Fossanova

Dal 6 all’8 giugno l’Abbazia di Fossanova, nel comune di Priverno, tornerà a essere teatro di un incontro raro tra spiritualità, cultura e vino. Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione Vini d’Abbazia si conferma come un appuntamento unico nel panorama nazionale, capace di mettere in dialogo la tradizione enologica custodita nei monasteri con le nuove sensibilità del pubblico contemporaneo.
L’iniziativa è nata da un’idea di Rocco Tolfa, giornalista, autore e appassionato divulgatore delle culture del vino, che ha saputo costruire attorno al concetto di “vino d’abbazia” un racconto corale e identitario. Tolfa è anche curatore del programma culturale, affiancato da un comitato scientifico e da un gruppo di lavoro che coinvolge giornalisti, sommelier, storici e professionisti del settore.

Rocco Tolfa, Giancarlo Righini, Giovanni Acampora e Massimiliano Raffa Protagonisti d’eccezione da tutta Europa
Trai partecipanti alla quarta edizione di Vini d’Abbazia figurano Abbazia di Novacella, Abbazia di Praglia, Abbazia di Santa Maria di Propezzano, Abbazia di Busco – Liasora, Arnaldo Caprai – Viticoltore in Montefalco, Badia a Passignano – Marchesi Antinori, Cantina dei Monaci, Cascina del Monastero – Opera Pia Barolo, Castello di Magione, Abbazia del Goleto – Feudi di San Gregorio, Monastero dei Frati Bianchi di Fivizzano, Monastero di Bose Fraternità di Assisi San Masseo, Monastero dei Santi Gervasio e Protasio, Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Cantina Convento Muri-Gries, Abbazia di Rosazzo – Livio Felluga, San Francesco della Vigna, Abbazia di Santa Maria della Matina, Convento dell’Annunciata di Rovato – Bellavista, Monastero di Santo Stefano Belbo – Beppe Marino, Tenuta Santa Cecilia Croara, Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano e Monastero di Sabiona – Cantina Valle Isarco. A questi si aggiunge il Monastero di Alaverdi – Badagoni, cuore della cristianità ortodossa in Georgia, custode di una delle più antiche tradizioni vitivinicole del mondo.

Abbazzia di Novacella A rappresentare la Rete delle Abbazie Francesi Les Vins d’Abbayes: Abbaye de Cîteaux – Borgogna, Abbaye de Fontfroide – Linguadoca-Rossiglione, Abbaye de Lérins – Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Abbaye de Morgeot – Borgogna, Abbaye de Valmagne – Linguadoca-Rossiglione, Abbaye des Monges – Linguadoca-Rossiglione, Abbaye du Barroux – Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Abbaye Notre-Dame de Fidélité de Jouques – Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Abbaye de Vallières – Valle della Loira, Abbaye de Villers – Vallonia, Belgio, Cellier aux Moines – Champagne-Ardenne, Château de la Tour – Clos de Vougeot – Borgogna, Château des Antonins – Bordeaux, Chartreuse de Valbonne – Rodano-Alpi, Domaine de l’Abbaye du Petit Quincy – Borgogna, Domaine de Bon Augure – Abbaye de Joncels – Linguadoca-Rossiglione e Domaine des Palais – Alvernia-Rodano-Alpi.

Completano il quadro i consorzi e le realtà territoriali del Lazio: la Strada del Vino della provincia di Latina, la Strada del Vino del Cesanese, il Consorzio Cori DOC, il Consorzio Cesanese del Piglio DOCG e il Consorzio del Cabernet di Atina DOC.
Un viaggio tra fede, gusto e racconto del territorio
Vini d’Abbazia si inserisce quest’anno nel progetto regionale “Le Vie del Giubileo”, promosso da Regione Lazio e ARSIAL in vista dell’Anno Santo 2025. L’iniziativa intende valorizzare i luoghi della spiritualità attraverso percorsi di accoglienza e promozione agroalimentare, con l’obiettivo di far emergere un Lazio autentico, ricco di storie e di sapori.

In quest’ottica, l’Abbazia di Fossanova si fa nodo di una rete che unisce cultura, imprese e istituzioni, con il vino come simbolo di coesione e di appartenenza.
Degustazioni, incontri e masterclass
Il programma, già disponibile online, si sviluppa su tre giornate con un calendario ricco di appuntamenti aperti al pubblico. Le degustazioni, attive ogni giorno dalle 16.30 alle 22.00, saranno accompagnate dal Villaggio Food&Wine, con proposte gastronomiche del territorio.
Tra gli appuntamenti più attesi, sei masterclass tematiche guidate da voci autorevoli del mondo del vino come Andrea Amadei, Chiara Giovoni, Cristina Mercuri, Chiara Giorleo, Manuela Zennaro e Helmuth Köcher. Nel Refettorio dell’Abbazia e nell’Infermeria del Borgo si alterneranno inoltre incontri e talk su identità, spiritualità, paesaggio e nuove forme di racconto enoturistico.

Venerdì l’apertura sarà affidata al convegno “Custodi della vite: i monaci e la cultura del vino”, condotto da Marcello Masi, mentre sabato si discuterà di Giubileo e turismo rigenerativo. Domenica spazio al punto di vista femminile nel vino, con il talk “Radici antiche e idee innovative: il vino secondo le donne”, che vedrà protagoniste imprenditrici e professioniste del settore.
Un modello di sinergia territoriale
Vini d’Abbazia è frutto di un lavoro corale che coinvolge enti pubblici, associazioni di categoria, realtà imprenditoriali e operatori culturali. Tra i promotori figurano Regione Lazio, ARSIAL, Camera di Commercio Frosinone-Latina e Comune di Priverno, con l’organizzazione affidata alla Strada del Vino, dell’Olio e dei Sapori della provincia di Latina, Taste Roots, UpWell Development Consulting e Associazione Polygonal.
“L’Abbazia di Fossanova – ha dichiarato l’Assessore regionale Giancarlo Righini – è il luogo ideale per testimoniare il valore di questi vini, frutto di un sapere antico, che oggi torna protagonista con qualità e passione”.
Un’occasione da vivere con lentezza
Più che un evento, Vini d’Abbazia si propone come un’esperienza. Tra antiche architetture, storie di spiritualità e vini che parlano di memoria e dedizione, la manifestazione invita a rallentare, a ritrovare il senso del tempo e del gusto, a lasciarsi guidare dalla curiosità.
Nel cuore del basso Lazio, un’occasione per scoprire che il vino non è solo prodotto, ma racconto: di luoghi, di comunità e di un sapere che, ancora oggi, continua a fermentare.
Ulteriori approfondimenti su https://vinidabbazia.com/ e https://www.smstudiopr.it/it/news/dettagli/dal-6-all8-giugno-torna-vini-dabbazia-la-4edizione-dellevento-che-celebra-la-tradizione-enologi.html
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Cantina Kurtatsch: l’identità di un territorio, la forza di una comunità

Nel 2025 Cantina Kurtatsch celebra i 125 anni dalla sua fondazione. Un traguardo importante, che testimonia la continuità di un progetto cooperativo nato nel 1900 e diventato oggi un punto di riferimento per la viticoltura di montagna in Alto Adige. Forte di una storia condivisa, di una visione concreta e del motto Viribus Unitis – con le forze unite – la cantina continua a evolversi, con uno sguardo saldo sul territorio e un impegno collettivo che coinvolge 190 famiglie socie.

Penon-Kofl Un secolo e un quarto di sfide e scelte condivise
La storia di Cantina Kurtatsch è fatta di passaggi difficili, cambi di paradigma e tappe fondamentali. “I primi decenni furono segnati da difficoltà enormi – racconta Andreas Kofler, presidente della cantina – tra guerra, fillossera e crisi economiche. Ma la svolta arrivò nel secondo dopoguerra, quando si decise di abbandonare l’approccio produttivista per costruire un’identità fondata sulla qualità e sulla conoscenza del territorio.”

Simbolo concreto di questo cambio di rotta fu il Cabernet Sauvignon Riserva Freienfeld, presentato con il millesimo 1988: un vino che ancora oggi rappresenta l’ambizione della cantina. A quel momento seguirono investimenti importanti, una riconversione dei vigneti e una crescente attenzione al rapporto tra varietà, suolo, altitudine e microclima. Oggi come allora, è la forza della cooperazione a rendere possibile tutto questo.

Glen Negli ultimi vent’anni Cantina Kurtatsch ha rinnovato la propria immagine, ampliato la sede con un’architettura ispirata ai materiali locali, e consolidato il suo modello di sviluppo fondato sulla partecipazione, sulla responsabilità condivisa e su un forte senso di appartenenza.

Graun Altitudini, parcelle, comunità: il valore del dettaglio
Con una superficie frammentata in piccoli appezzamenti – in media un ettaro per socio – distribuiti tra i 220 e i 900 metri di altitudine, la cantina può contare su una straordinaria varietà di condizioni pedoclimatiche. “Ogni vigneto ha le sue caratteristiche, ogni vino è il risultato di un equilibrio unico – spiega Kofler – e questa ricchezza richiede un impegno costante da parte dei soci, che conoscono il proprio terreno palmo a palmo.”

È proprio questa relazione profonda con le vigne a rendere possibile una viticoltura di precisione, in grado di valorizzare al meglio le zone più vocate. Non a caso, Cantina Kurtatsch è oggi la realtà altoatesina con il maggior numero di etichette riconosciute come Unità Geografiche Aggiuntive (UGA), tra cui spiccano nomi come Graun, Penon, Glen, Mazon e Brenntal. Una leadership che conferma la centralità del legame tra vitigno, territorio e identità.

Penon-Hofstatt Coerenza, innovazione e rispetto
Tra il 2014 e il 2020, la cantina ha condiviso con i propri soci una Carta della Sostenibilità che ha definito linee guida comuni su ambiente, lavoro e responsabilità. “Il nostro approccio è quello della coerenza – afferma Kofler –: agiamo con piccoli passi, tutti condivisi, ma sempre nella stessa direzione. Non cerchiamo slogan, ma risultati concreti.”

Brenntal Oggi la cooperativa accoglie al suo interno viticoltura biologica, biodinamica e integrata (secondo il protocollo SQNPI), con l’obiettivo, dal 2026, di una certificazione integrata al 100%. Nel frattempo, sono state avviate numerose azioni: dall’installazione di impianti fotovoltaici alla riduzione degli imballaggi, fino alla scelta di bottiglie alleggerite per abbattere l’impronta di carbonio.
Un esempio emblematico è la rinnovata linea Selection, che si presenta con una veste grafica essenziale e moderna, una bottiglia più leggera (395 g) e un packaging composto per il 75% da materiale riciclato. Un cambiamento estetico che riflette un’evoluzione sostanziale e che, nel linguaggio visivo, unisce simboli alpini e mediterranei per raccontare l’identità del territorio.

Un modello cooperativo che guarda lontano
Nel mondo del vino, la forma cooperativa richiede visione, ascolto e tempo. A Kurtatsch questo modello è diventato un motore di sviluppo culturale oltre che economico, capace di coinvolgere nuove generazioni e restituire valore al paesaggio, alla comunità e alla storia locale. Il 125° anniversario non è solo un traguardo, ma un’occasione per rinnovare l’impegno a costruire il futuro, rimanendo fedeli alla nostra identità collettiva, viribus unitis.
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Vernaccia di San Gimignano, la regina ribelle torna a incantare

Tra le geometrie slanciate delle torri di San Gimignano e i filari che si distendono sulle colline circostanti, si è rinnovato anche quest’anno, con la terza edizione di Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest, l’incontro più autentico tra il vino e le mura millenarie del borgo. Due giornate in cui il bianco più emblematico della Toscana ha ritrovato il suo spazio naturale, trasformando il centro storico in un palcoscenico vivo, dove storia e cultura enologica si intrecciano tra sguardi, calici e memorie condivise.

La Vernaccia di San Gimignano non è solo un grande vino bianco: è un simbolo culturale che attraversa i secoli, riflesso liquido di una civiltà. Fin dal Medioevo ha sedotto poeti, scrittori e artisti, lasciando tracce nel cuore della letteratura europea. Dante la cita nel Purgatorio, stigmatizzandone l’abuso tra i prelati; Boccaccio e Franco Sacchetti ne fanno parte integrante dei loro affreschi di vita quotidiana; Cecco Angiolieri e Folgòre da San Gimignano la celebrano con toni scherzosi e affettuosi, come parte del buon vivere toscano. E ancora, nel Seicento, Francesco Redi la incorona “regina di tutti i vini bianchi” nel suo Bacco in Toscana, consacrandola nell’immaginario colto del tempo. Non mancano, infine, le voci straniere: da Chaucer a Froissart, da Gower a Deschamps, passando per Jean Froissart, vi è tutta una costellazione di autori che, direttamente o per eco culturale, hanno contribuito a tramandarne la fama.

Nel calice della Vernaccia si riflettono dunque non solo il paesaggio e la sapienza dei viticoltori di San Gimignano, ma anche secoli di pensiero, di gusto e di immaginazione: un patrimonio liquido che ancora oggi invita a rileggere la storia con gli occhi del presente.
Un vino e un borgo: un’unica identità
Pochi angoli del mondo possono vantare un legame così profondo tra un vitigno e la propria terra come la Vernaccia con San Gimignano. Già gli Etruschi, oltre duemila anni fa, coltivavano vigneti sulle colline tufacee che circondano la “città dalle torri”; le prime testimonianze documentali parlano di “terre vignate presso la corte de Gemignano” già nell’1032, quando il borgo stava crescendo come importante nodo commerciale tra Siena e Firenze. Nel Duecento, le cronache dei mercanti genovesi citano la Vernaccia sulle tavole dei potenti – da Lorenzo il Magnifico a Papa Paolo III – e nei diari di viaggiatori come Jean Froissart e Chaucer, che ne esaltarono freschezza e sapidità.
Nel Rinascimento, la “Regina Bianca” fece il giro d’Europa, protagonista nei banchetti delle corti medicee e celebrata da Boccaccio e Folgòre da San Gimignano; le mura medievali e le torri gemelle, erette tra Duecento e Trecento, divennero simbolo di un vino capace di superare confini e declini – come quello plurisecolare che seguì il Settecento – fino al riscatto ottocentesco e al vero rinascimento vitivinicolo guidato dal dottor Carlo Fregola negli anni Trenta del secolo scorso. Nel 1966 è il primo vino italiano ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata, mentre nel 1972 la nascita del Consorzio della Vernaccia, poi Consorzio della Denominazione San Gimignano, dà nuovo slancio alla produzione che cresce progressivamente in quantità e qualità ottenendo nel 1993 la D.O.C.G., il massimo riconoscimento della legislazione italiana vigente.

la presidente del Consorzio Irina Strozzi e il sindaco di San Gimignano Andrea Marucci Oggi, passeggiando tra le stesse pietre lisce battute da pellegrini e mercanti, ogni calice restituisce il profumo e il sapore deciso di una storia che ha saputo rinnovarsi per oltre un millennio, facendo della Vernaccia e di San Gimignano un’unica, indissolubile identità.

degustazione San Gimignano Doc con Marco Sabellico Annata 2024: sfide climatiche e buona tenuta della Vernaccia
Il 2024 è stato un anno complesso dal punto di vista climatico, con un’alternanza di fresco primaverile, un’estate molto calda e piogge insistenti a settembre. Dopo il calo produttivo del 2023, la produzione è tornata su livelli medi. Le piogge primaverili, ben distribuite, hanno garantito riserve idriche utili durante l’estate, mentre i 330 mm caduti tra fine agosto e inizio ottobre hanno complicato la vendemmia.

Lunaria – San Gimignano Le principali malattie della vite sono rimaste sotto controllo grazie ai monitoraggi e a interventi mirati. I viticoltori hanno evitato di esporre i grappoli al sole diretto, proteggendoli dal caldo estremo e preservando freschezza e aromi. La vendemmia, avviata più tardi, è stata lunga e selettiva, condotta solo nei momenti più favorevoli.

Galleria Continua San Gimignano -opere di Shilpa Gupta Nonostante le difficoltà, la Vernaccia di San Gimignano si è distinta per equilibrio, buona acidità e profumi netti, con vini meno alcolici e più agili rispetto alle ultime annate.

L’anteprima dell’annata 2024
Nel cuore di San Gimignano, tra le sale eleganti del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada, si è svolta l’annuale anteprima dedicata alla Vernaccia di San Gimignano. Una degustazione riservata alla stampa specializzata, che ha messo in fila ben 80 campioni (44 campioni annata 2024, 20 campioni annata 2023 di cui 10 riserva, 10 campioni annata 2022 riserva e 4 campioni annata 2021 di cui 3 riserva e 2 campioni annata 2020 riserva), offrendo uno spaccato ricco e articolato su uno dei bianchi italiani più longevi e identitari. Le Vernaccia 2024 si sono distinte per coerenza e immediatezza. Vini freschi, tesi, dotati di un profilo aromatico nitido e una sapidità che ne esalta la bevibilità. È una Vernaccia che guarda al presente, capace di dialogare con il gusto contemporaneo e con una cucina che predilige leggerezza, freschezza e contaminazioni gastronomiche. Anche in questa veste giovane, il vino mantiene un legame profondo con il territorio, riuscendo a esprimere sfumature stilistiche personali pur restando fedele al suo carattere.

Galleria Continua – opere di José Antonio Suárez Londoño Le annate 2023, 2022, 2021 e 2020 restituiscono un volto diverso della Vernaccia: più strutturato, complesso, ma mai ridondante. La maturazione – in legno, acciaio, vetro – arricchisce i profumi senza intaccarne l’identità. In alcuni casi, tuttavia, l’uso marcato del legno ha evocato certe derive stilistiche degli anni ’90, oggi decisamente superate. I campioni migliori, invece, hanno rivelato una notevole capacità evolutiva, sostenuta da un’acidità ben calibrata e da una materia viva, capace di affrontare il tempo con naturale eleganza.

Marco Giusti (Fornacelle) – Barbara Bernardi (Tollena) Se a livello locale la Vernaccia continua a trovare grande riscontro, anche grazie al flusso turistico che anima la cittadina medievale, segnali incoraggianti arrivano dai mercati internazionali, in particolare dagli Stati Uniti. Lo ha ricordato la presidente del Consorzio, Irina Guicciardini Strozzi, sottolineando come le recenti modifiche al disciplinare permettano ora di accompagnare la denominazione con il termine “Toscana”, rafforzando così il legame regionale e la riconoscibilità globale.

All’orizzonte si profila una doppia ricorrenza: nel 2026 ricorreranno i 750 anni dalla prima menzione ufficiale della Vernaccia in un documento storico, insieme al sessantesimo anniversario della Doc. Un traguardo importante per un vino che, pur forte di una storia antica, continua a rinnovarsi con intelligenza, mostrando di avere ancora molto da dire, in Italia e all’estero.

Il press tour: scoprire la longevità della Vernaccia
Se c’è un momento in cui la Vernaccia di San Gimignano rivela appieno il proprio carattere, è durante il press tour che accompagna la manifestazione “Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest”. In quella cornice, lontano dal clamore delle anteprime e dai riflettori puntati sulle nuove annate, i produttori aprono le loro cantine e, con esse, le loro riserve più intime: vecchie bottiglie, spesso custodite con cura per anni, che raccontano la straordinaria capacità di invecchiamento di questo bianco toscano.

Michael Falchini È qui che la Vernaccia dimostra tutto il suo immenso potenziale È qui che la Vernaccia dimostra tutto il suo immenso potenziale. Assaggiando annate come la 2016 della Vernaccia di San Gimignano DOCG e la Riserva “Fiora” 2018 di Fornacelle, la Riserva 2019 “Signorina Vittoria” di Tollena, la Riserva “Vigna Solatìo” 2012 di Falchini, oppure la straordinaria verticale 2020, 2018, 2015 di Cesani, si coglie la traiettoria di un vino che con il tempo non si spegne, ma si trasforma.

Le note agrumate e saline dell’esordio si fondono in profili più complessi, dove emergono toni evolutivi di erbe secche, miele, spezie fini e una mineralità profonda che sembra scavare nella memoria del suolo da cui proviene. La struttura resta integra, la freschezza sorprendente, la coerenza stilistica intatta. Non si tratta solo di longevità tecnica, ma di una vera e propria tenuta narrativa: ogni sorso di una “vecchia” Vernaccia racconta l’annata, il vignaiolo, la visione che ha animato quel vino.

Letizia e Marialuisa Cesani In Toscana, regione storicamente votata ai rossi, la Vernaccia di San Gimignano resta l’unica Docg bianca. Ma ciò che in passato poteva sembrare un’anomalia, oggi appare per ciò che è: un punto di forza. E la sua longevità, sempre più riconosciuta, ne è la prova tangibile.

Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest si conferma vero moltiplicatore di energie per il territorio: un festival che non celebra solo un vitigno, ma l’intera comunità che lo custodisce da secoli. La partecipazione attiva del Consorzio, dell’amministrazione comunale e di gran parte della filiera produttiva, coadiuvati dalla perfetta macchina organizzativa dell’ufficio stampa Affinamenti, restituisce l’immagine di una comunità che lavora insieme per dare valore a un patrimonio condiviso.

La strabiliante cena di gala in Piazza Duomo a San Gimignano Grazie a questa sinergia, San Gimignano non è più soltanto una tappa d’arte e storia, ma un vero e proprio laboratorio vivo di esperienze sensoriali. Il richiamo delle torri, il fascino del borgo e la forza gustativa della Vernaccia sono oggi un pacchetto unico per gli amanti del buon vivere. San Gimignano si racconta attraverso ogni bicchiere: non solo vino, ma paesaggio, lavoro e accoglienza. Un intreccio di elementi che rende ogni visita un’occasione autentica di scoperta e appartenenza.
Letizia Cesani presenta l’Azienda Agricola Cesani
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VinoVip sbarca a Forte dei Marmi: due giorni tra grandi vini e nuove visioni dell’enologia italiana

L’8 e 9 giugno 2025, Forte dei Marmi si trasforma in una raffinata vetrina del vino italiano con la nuova edizione di VinoVip al Forte, l’evento firmato Civiltà del bere che porta sulla costa versiliese i nomi più autorevoli del panorama enologico nazionale. Un’occasione per incontrare produttori, assaggiare etichette d’eccellenza e riflettere sul futuro del settore, il tutto in uno dei contesti balneari più esclusivi del Paese.

Dopo il successo delle edizioni 2018 e 2023, VinoVip torna nella versione “marittima” della celebre manifestazione biennale di Cortina d’Ampezzo, mantenendo intatta la formula che l’ha resa un punto di riferimento: alta qualità, confronto aperto e un parterre d’eccezione. La sede sarà ancora una volta Villa Bertelli, nel cuore di Forte dei Marmi, con il patrocinio del Comune.

Il programma si apre domenica 8 giugno alle ore 15 con una conferenza di Aldo Fiordelli, giornalista e senior editor di James Suckling, che guiderà una riflessione sui fine wines bianchi a livello internazionale. Segue alle 16.30 una degustazione dedicata ai migliori bianchi italiani, protagonisti di una delle sfide più interessanti dell’enologia contemporanea.

Lunedì 9 giugno, alle 10, spazio al consueto talk-show VinoVip, intitolato quest’anno “Il mondo del vino raccontato da chi lo farà”: una tavola rotonda con giovani voci del settore chiamate a immaginare l’evoluzione del comparto. Al termine, verrà assegnato il Premio Pino Khail per la valorizzazione del vino italiano, riconoscimento già attribuito a figure di primo piano come Piero Antinori, Chiara Lungarotti e Marina Cvetic.

A chiudere l’evento, dalle 17 alle 21, il Grand Tasting con i Protagonisti di VinoVip al Forte 2025: un banco d’assaggio con le aziende che hanno segnato la storia dell’enologia italiana. Una vera e propria full immersion tra eccellenze consolidate e nuove sfide da scoprire calice alla mano.
Il direttore di Civiltà del bere, Alessandro Torcoli, sottolinea come Forte dei Marmi rappresenti “l’alternativa perfetta a Cortina”, per affinità di stile, eleganza e respiro internazionale. «VinoVip è da sempre anche un laboratorio di idee per il vino italiano: quest’anno il focus sarà sui bianchi di prestigio e sulla visione dei giovani», ha dichiarato.

VinoVip al Forte nasce da un’idea di Civiltà del bere ed è coordinato dall’editore e direttore della rivista Alessandro Torcoli, affiancato dal comunicatore Gianni Mercatali e dal giornalista e critico enogastronomico Aldo Fiordelli. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Forte dei Marmi, il cui sindaco Bruno Murzi ha accolto con entusiasmo la proposta, evidenziando come la città, con ben quattro ristoranti stellati in soli nove chilometri quadrati, rappresenti un’eccellenza gastronomica perfettamente in linea con lo spirito della manifestazione.
A VinoVip al Forte, saranno presenti alcune tra le aziende più blasonate d’Italia, di seguito la lista, l’elenco aggiornato in tempo reale su vinovipalforte.it.
Andreola, Marchesi Antinori, Argiolas, Berlucchi Franciacorta, Nicola Biasi (b), Bortolomiol, Broglia (b), Le Caniette, Casadei, Cavazza, Colle Bereto, Il Colombaio di Santachiara, Livio Felluga (b), Félsina, Tenute Folonari, Fontanafredda, Fonzone, Gabe, Herita Marzotto Wine Estates, Cantine Lunae, Le Manzane, Masciarelli, Masi Agricola, Mezzacorona, Nino Franco, Pasqua Vini, Pio Cesare, Poggio al Tesoro, Quintodecimo, San Michele Appiano (b), Sartori di Verona, Surrau (b), St. Roch (b), Torre Rosazza (b), Vite Colte, Umani Ronchi, Velenosi, Venica&Venica (b), Vigneti La Selvanella, Zorzettig.
(b): l’azienda partecipa solo alla degustazione “I fine wines bianchi italiani”.
L’evento è aperto ai professionisti e al pubblico. Biglietti disponibili su vinovipalforte.it
Per ulteriori informazioni e accrediti stampa:
Anna Rainoldi eventi@civiltadelbere.com – 02 76110303
photo Marco Cremonesi
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Dall’intuizione al calice: cinquant’anni di Malbech secondo Paladin

Cinquant’anni fa il Malbech Gli Aceri della cantina Paladin otteneva la sua prima medaglia d’oro alla Mostra Campionaria Nazionale dei Vini di Pramaggiore. Correva l’anno 1975 e quel riconoscimento, assegnato nella prima rassegna enologica ufficialmente riconosciute in Italia, segnava l’inizio della storia di un vino controcorrente: uno dei primissimi Malbech vinificati in purezza nel nostro Paese.

Carlo Paladin – Nicola Frasson Oggi, mezzo secolo dopo, la famiglia Paladin ha celebrato quell’intuizione con una verticale d’eccezione, condotta da Carlo Paladin e da Nicola Frasson (curatore delle guide Gambero Rosso per il Veneto). In degustazione, cinque annate simbolo: 1999, 2004, 2010, 2018 e 2020, tutte estratte dal caveau aziendale e presentate in un packaging speciale. È l’occasione per riscoprire la tenacia visionaria di Valentino Paladin, fondatore dell’azienda e convinto sostenitore di questo vitigno “minore”, ma capace – se trattato con rispetto – di raccontare una storia profonda e coerente.

Il Malbech Gli Aceri nasce nel Veneto orientale, nel Lison Pramaggiore, dove questo vitigno trova un equilibrio sorprendente tra freschezza, colore e maturazione fenolica. La vinificazione in purezza ne esalta l’identità: un rosso dal timbro elegante e speziato, affinato per un anno in barrique e successivamente in botti grandi, prima di un ulteriore riposo in bottiglia che gli conferisce armonia e pienezza.
Il Malbec, o Malbech nella sua grafia italianizzata, è un’uva di origine francese – un tempo coltivata nel Médoc, oggi presente soprattutto nel Cahors – che ha trovato il suo vero palcoscenico in Argentina. Proprio lì, nella regione di Mendoza, ha acquisito fama internazionale, diventando simbolo di un’intera nazione enologica. Le versioni argentine si distinguono per potenza e maturità, con frutto nero generoso, struttura importante e una riconoscibile firma speziata data dall’affinamento in legno.

In Italia, il Malbech ha avuto un ruolo più defilato, spesso vinificato in blend con Merlot e Cabernet o relegato a produzioni di pronta beva. È raro trovarlo interpretato in purezza, come nel caso di Gli Aceri, che rappresenta una delle poche eccezioni coerenti e longeve. Negli ultimi decenni, molti vigneti sono stati sostituiti da varietà più “commerciali”, ma Paladin ha scelto di custodire questa varietà, trasformandola in un marchio di famiglia.

I vini da Malbec – o Côt, come viene ancora chiamato in alcune aree francesi – si distinguono per intensità cromatica, acidità ben dosata e tannini levigati. Al naso evocano prugne, more, cacao, tabacco e, nei migliori casi, una vena minerale che ne sostiene la beva. In climi temperati e ventilati, come quello del Veneto orientale, il Malbech riesce a mantenere equilibrio senza rinunciare alla complessità, offrendo versioni capaci di invecchiare con grazia. Ne è prova una straordinaria bottiglia del 1999: un vino che, se degustato alla cieca accanto a rossi italiani ben più blasonati (e costosi), saprebbe certamente tenere testa e prendersi le sue soddisfazioni.
Nel bicchiere, Gli Aceri è un vino che non cerca l’effetto speciale, ma preferisce raccontare una coerenza stilistica costruita nel tempo. Un rosso che riflette la passione artigianale della famiglia Paladin, oggi rappresentata dalle nuove generazioni, ma sempre fedele allo spirito pionieristico del fondatore. In un’Italia enologica spesso orientata alle mode, il Malbech Gli Aceri resta una voce fuori dal coro, e proprio per questo merita attenzione.


























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