• Sicily on Wine: un racconto di vino, territorio e relazione

    Sicily on Wine: un racconto di vino, territorio e relazione

    Ci sono luoghi che sembrano fuori dal tempo, eppure ne custodiscono ogni battito. Luoghi dove la bellezza non è riparo, ma direzione. In Sicilia, tra i rilievi silenziosi dei Monti Sicani, la memoria non è solo un esercizio del ricordo: è sostanza viva delle cose, è paesaggio che respira, è gesto quotidiano. Qui, tra le pietre chiare di Chiusa Sclafani, le curve antiche di Sambuca, l’asprezza luminosa di una natura selvaggia, ogni cosa racconta chi siamo stati — e chi scegliamo ancora di essere.

    Perché i paesi non muoiono solo per lo spopolamento, ma quando chi resta smette di riconoscersi nello sguardo dell’altro, quando la memoria si sfilaccia fino a diventare estranea. E invece, in questi luoghi marginali solo in apparenza, si resiste. Si tiene viva la trama sottile della bellezza vera: non quella citata distrattamente come un mantra stanco, ma quella fatta di mani che lavorano la terra, di vino che racconta un territorio, di comunità che si ritrova intorno a un rito condiviso.

    Sicily on Wine nasce così, come un atto di cura. Non una celebrazione effimera, ma un tempo sospeso in cui cultura, paesaggio, lavoro e memoria si intrecciano per dire che sì, la bellezza può ancora salvarci — ma solo se sapremo, noi per primi, salvare lei.

    Ed è proprio in questa visione che ha preso forma la manifestazione: dieci buyer da sette Paesi e tre continenti, ventuno produttori siciliani, oltre duecento incontri B2B, tour nelle cantine e scoperta del territorio. Numeri che raccontano un progetto concreto, ma che da soli non bastano a spiegare l’energia che si è respirata tra le navate del seicentesco Monastero dei Padri Olivetani, a Chiusa Sclafani, dove si sono svolti gli incontri e le degustazioni.

    Organizzato da Sicindustria — partner di Enterprise Europe Network (EEN), la più grande rete europea a supporto delle PMI — insieme a WonderFood Communication, al Comune di Chiusa Sclafani e al Sector Group Agrifood, Sicily on Wine è stato pensato per restituire visibilità e prospettive alle piccole e medie realtà vitivinicole dell’Isola. Aziende spesso a conduzione familiare, con produzioni limitate — inferiori alle 100.000 bottiglie l’anno — che scelgono la via più lunga: quella della qualità, della sostenibilità, dei vitigni autoctoni.

    Monastero dei Padri Olivetani – Chiusa Sclafani

    Qui, tra un bicchiere condiviso e uno scambio di idee, le imprese siciliane hanno incontrato il mondo: buyer dal Canada alla Polonia, dalla Grecia all’India, e giornalisti di settore hanno ascoltato storie che profumano di terra e fatica, assaggiato vini che parlano con voce distinta del proprio luogo d’origine.

    I giorni di Sicily on Wine sono stati anche occasione di visite aziendali, degustazioni e incontri autentici: buyer e giornalisti sono entrati nelle cantine, hanno ascoltato storie familiari, scoperto i prodotti locali, che insieme compongono un mosaico vivo di relazioni.

    Sicily on Wine non è solo un evento: è un invito a tornare, a restare, a credere che la bellezza, quella vera, possa ancora essere una promessa mantenuta.

    Focus sui vini

    Che i vini siciliani godano oggi di ottima salute è fuori discussione. E non si tratta solo dei nomi più noti o delle grandi denominazioni: è nelle produzioni più piccole, rarefatte, spesso al di sotto delle centomila bottiglie annue, che si coglie la vitalità autentica del vino siciliano contemporaneo. Sicily on Wine ha dato voce proprio a questa realtà, mettendo in luce un panorama di altissimo livello, in particolare sul fronte dei bianchi – tra i più interessanti d’Italia e di respiro sempre più internazionale.

    Tra le degustazioni che hanno lasciato il segno, spicca il Sicilia Grillo DOC “Contravénto” di TerreGarcia, un bianco dalla personalità netta, così come il sorprendente vino rosa 2024 di Serra Ferdinandea, un nero d’Avola in purezza che ribalta gli stereotipi del rosato. Non mancano le bollicine, come il Perle di Grazia di Terre di Gratia, a conferma di quanto sia ampio e dinamico il ventaglio delle interpretazioni enologiche siciliane, ma l’elenco potrebbe continuare perché tutte le cantine presenti al Monastero dei Padri Olivetani hanno presentato referenze di livello assoluto.

    E poi ci sono i “geni liberi” – come Marilena Barbera, Francesco Guccione, Salvatore Tamburello – che con i loro vini sanno creare visioni e risonanze profonde. Produzioni che si sottraggono a qualsiasi standardizzazione e che ricordano cosa dovrebbe essere davvero il vino: un racconto sincero, coraggioso, capace di sorprendere. Guccione, in particolare, dimostra come un vino naturale possa essere fatto con eleganza, grazia e profondità, indicando una via alternativa e credibile rispetto a certa deriva modaiola del “naturale”.

    Il segreto del nuovo Rinascimento del vino siciliano risiede anche in una fiducia crescente nelle nuove generazioni. Giovani produttori, sempre più spesso donne, stanno riportando in primo piano concetti come sostenibilità, consapevolezza ambientale e rispetto del territorio, contribuendo a una trasformazione culturale che mette al centro la qualità, ma anche l’identità.

    Sicily on wine Buyer

    Quella della Sicilia è una rivoluzione che affonda le radici nel passato. Negli ultimi vent’anni, infatti, si è assistito a un grande lavoro di riscoperta e valorizzazione delle varietà autoctone: sono oltre cento i vitigni selezionati e catalogati, di cui almeno una ventina con potenziale qualitativo straordinario. Se il nero d’Avola è ormai un ambasciatore internazionale, accanto a lui si affermano vitigni come il nerello mascalese e cappuccio, il frappato, l’alicante, il perricone e la nocera. Sul versante bianco brillano nomi come inzolia, carricante, grecanico, catarratto, zibibbo, malvasia di Lipari e moscato di Siracusa.

    Questo straordinario patrimonio ampelografico – spesso ancora poco conosciuto – è parte integrante dell’identità culturale dell’isola, e racconta una Sicilia che non ha mai smesso di credere nella propria unicità. Chi ha scelto di rimanere, o di tornare, e di metterci la faccia, ha fatto scelte coraggiose: conversione al biologico, apertura all’enoturismo, nuovi linguaggi per comunicare il vino e il territorio.

    La Sicilia si candida così a essere, oggi più che mai, una delle regioni vinicole più espressive e interessanti del mondo. Un laboratorio a cielo aperto, dove si incontrano storia e sperimentazione, paesaggio e visione. Un’Isola del Vino che guarda al futuro con radici ben salde nella propria terra.

    I produttori presenti a Sicily on Wine

  • Custodi del Lambrusco: una voce collettiva per raccontare un vino autentico

    Custodi del Lambrusco: una voce collettiva per raccontare un vino autentico

    Dall’Emilia arriva un segnale forte: nel mondo del vino c’è chi ha deciso di fare squadra, non per inseguire una tendenza, ma per affermare un’identità. Ventisette produttori – dalle piccole realtà artigiane alle cantine più strutturate – si sono uniti sotto un nome che è già tutto un programma: Custodi del Lambrusco. Un progetto che nasce con l’obiettivo di restituire a questo vino la dignità e la complessità che merita, superando gli stereotipi e aprendo nuovi scenari.

    Alla base c’è un Manifesto, una dichiarazione d’intenti condivisa che non guarda al passato con nostalgia, ma al presente con consapevolezza e al futuro con ambizione. Il gruppo parla con una voce corale, determinata e inclusiva, mettendo al centro valori comuni e una visione chiara: raccontare il Lambrusco nella sua forma più autentica e contemporanea.

    Siamo custodi dell’essenza più pura del Lambrusco”: è il cuore del Manifesto, ma anche il ritmo che accompagna ogni passo di questo percorso. In quel “siamo” si ritrova la forza di una comunità che non difende un simbolo, ma ne rinnova il significato. Perché il Lambrusco non è – e non è mai stato – un vino banale. Può essere leggero e conviviale, certo, ma sa anche essere complesso, sfaccettato, capace di esprimere con profondità il carattere della sua terra.

    Oggi più che mai i consumatori chiedono verità, responsabilità, passione. I Custodi rispondono con una proposta concreta, radicata nel lavoro quotidiano in vigna, in cantina, in una filiera che parte dalla terra e si conclude in bottiglia. Un approccio che fa della qualità un punto fermo, senza rinunciare alla sperimentazione, al dialogo, alla voglia di crescere insieme.

    Siamo nati da un sogno – scrivono – raccontare la migliore manifestazione del Lambrusco. Essere avanguardia e professionalità, qualità estrema e pura artigianalità”. Due anime che convivono e si rafforzano a vicenda. Perché i Custodi non appartengono solo a un vino, ma a un territorio: anzi due, Modena e Reggio Emilia, culle storiche di una viticoltura profondamente identitaria.

    La ricchezza del Lambrusco sta proprio nella sua pluralità di espressioni. Non una voce sola, ma un coro di stili, interpretazioni, storie personali. I Custodi lo sanno bene e lo rivendicano: ogni produttore porta la propria visione, ma è nella condivisione che trovano forza e coerenza. “Siamo un gruppo che si nutre delle differenze del singolo e siamo singoli produttori che diventano forti in un gruppo.”

    L’associazione è nata da pochi mesi, ma si è già messa in movimento. Dopo il debutto ufficiale lo scorso 31 marzo, i Custodi stanno costruendo una rete viva fatta di incontri, confronti e nuove narrazioni. L’obiettivo? Portare il Lambrusco oltre i suoi confini abituali, raccontarlo con nuovi strumenti, a un pubblico più ampio, anche a chi finora lo ha guardato con sufficienza.

    Siamo Custodi di un cambiamento culturale – dichiarano –. Questa è la nostra piccola rivoluzione gentile.” Un modo per affermare, con pacatezza ma senza esitazioni, che il Lambrusco ha tutte le carte in regola per essere protagonista. Basta saperlo ascoltare. Basta raccontarlo per quello che è: autentico, sorprendente, profondamente attuale.

    ELENCO SOCI CUSTODI DEL LAMBRUSCO

    AZIENDA AGRICOLA BUONARIVA

    AZIENDA AGRICOLA MANICARDI

    AZIENDA AGRICOLA MESSORI

    AZIENDA AGRICOLA PEZZUOLI

    AZIENDA AGRICOLA SAN PAOLO

    CA’ DE’ MEDICI

    CANTINA DELLA VOLTA

    CANTINA DIVINJA

    CANTINA VENTIVENTI

    CANTINA VEZZELLI FRANCESCO

    CANTINA ZUCCHI

    CAVALIERA

    CLETO CHIARLI TENUTE AGRICOLE

    FATTORIA MORETTO

    GARUTI VINI

    LA BATTAGLIOLA

    LA PIANA WINERY

    LE CASETTE

    LINI 910

    MARCHESI DI RAVARINO

    OPERA02

    PODERE IL SALICETO

    RINALDINI AZ. AGR. MORO

    TERRAQUILIA

    VENTURINI BALDINI

    VILLA DI CORLO

    ZANASI SOCIETA’ AGRICOLA

  • Brunello di Montalcino: Giacomo Bartolommei è il nuovo presidente del Consorzio

    Brunello di Montalcino: Giacomo Bartolommei è il nuovo presidente del Consorzio

    Cambio generazionale alla guida del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino: Giacomo Bartolommei, classe 1991, è stato nominato nuovo presidente dall’assemblea dei soci, riunita per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Con i suoi 33 anni, Bartolommei è il più giovane presidente nella storia del Consorzio e uno dei più giovani in Italia in questo ruolo. Subentra a Fabrizio Bindocci, che ha guidato l’ente per due mandati consecutivi.

    Accanto a Bartolommei, sono stati eletti anche i vicepresidenti che coordineranno le principali commissioni del Consorzio: Andrea Cortonesi (Uccelliera) per la Commissione tecnica, Fabio Ratto (Antinori) per quella istituzionale e Bernardino Sani (Argiano) per la promozione.

    “Ringrazio i soci per la fiducia accordata a me e alla nuova squadra – ha commentato Bartolommei –. L’ampia partecipazione alle elezioni è un segnale importante di attaccamento al Consorzio. L’obiettivo è rafforzare la coesione interna e lavorare insieme per far crescere il nostro territorio. In un contesto economico complesso come quello attuale, è fondamentale investire con decisione su promozione e comunicazione, per valorizzare al meglio l’identità e il posizionamento dei nostri vini sui mercati internazionali”.

    Nel passaggio di testimone, Bindocci ha sottolineato i buoni risultati raggiunti: “Lascio un Consorzio in salute, con un bilancio 2024 che ha sfiorato i 4,5 milioni di euro, in crescita del 4,3% rispetto all’anno precedente, e un utile di quasi 627 mila euro destinato a riserva. Sono certo che la nuova governance saprà affrontare con visione le sfide future, puntando ancora sulla promozione e sulla valorizzazione dell’intera piramide qualitativa dei vini di Montalcino”.

    Bartolommei è enologo e responsabile export dell’azienda di famiglia, Caprili, fondata nel 1965 nella zona sud-occidentale di Montalcino. Dopo gli studi in Enologia e un percorso universitario in Economia e commercio, è entrato ufficialmente in azienda nel 2016, anno della sua prima vendemmia. Già vicepresidente del Consorzio nel triennio precedente, rappresenta una nuova generazione pronta a raccogliere il testimone della tradizione con uno sguardo proiettato al futuro.

    Nel nuovo consiglio è entrata anche Violante Gardini Cinelli Colombini (Casato Prime Donne), che ha preso il posto di Andrea Costanti, dimessosi per motivi personali dopo le recenti elezioni del 14 maggio.

    Il Consorzio del vino Brunello di Montalcino rappresenta oggi 214 soci e tutela un patrimonio viticolo di oltre 4.300 ettari nel territorio comunale di Montalcino, di cui circa 2.100 destinati alla produzione del Brunello, a denominazione contingentata dal 1997. Le denominazioni tutelate sono quattro: Brunello di Montalcino, Rosso di Montalcino, Moscadello e Sant’Antimo.

  • Wine Business Program 2025: aperte le candidature per il corso dedicato ai futuri manager del vino

    Wine Business Program 2025: aperte le candidature per il corso dedicato ai futuri manager del vino

    Un’opportunità concreta per entrare da protagonisti nel mondo del vino. Il Consorzio Italia del Vino, in collaborazione con la Luiss Business School, ha aperto le candidature per il Wine Business Program 2025, un percorso formativo di alto livello rivolto a giovani talenti interessati a costruire una carriera nel settore vitivinicolo.

    C’è tempo fino all’11 giugno per inviare la propria candidatura, esclusivamente online, tramite il link ufficiale:
    👉 https://businessschool.luiss.it/news/wine-business-program-luiss-business-school-e-consorzio-italia-del-vino-insieme-per-i-futuri-manager-del-vino-pubblicato-il-bando-di-selezione

    Villino centrale – Luiss

    Un percorso intensivo e interamente finanziato

    Il programma, erogato in lingua inglese, è aperto a un massimo di 20 partecipanti tra laureati e laureandi (triennali o magistrali), selezionati in base al curriculum, alla motivazione e, se necessario, a un colloquio individuale. Tutte le spese – incluse formazione, alloggio e tirocinio – sono totalmente coperte dal Consorzio Italia del Vino, a testimonianza dell’impegno concreto delle aziende aderenti nel formare le nuove professionalità del settore.

    “Vogliamo contribuire a far crescere competenze strategiche e visione internazionale, indispensabili per affrontare le sfide dell’industria del vino di oggi e di domani”, spiega Roberta Corrà, presidente del Consorzio.

    Roberta Corrà – Presidente Consorzio Italia del vino

    Formazione, tirocinio, project work

    Il programma si articola in tre fasi distribuite su circa nove mesi:

    • Formazione in aula (settembre–dicembre 2025), presso la sede Luiss Business School di Villa Blanc, con 37 giornate full immersion dedicate a economia del vino, marketing, export, sostenibilità, digitalizzazione e leadership.
    • Tirocinio curriculare (gennaio–marzo 2026) in una delle aziende del Consorzio, per mettere subito in pratica quanto appreso.
    • Project work finale, da presentare alla Commissione in occasione del Graduation Day ad aprile 2026.
    Villa Blanc – Luiss

    A chi completerà con successo il percorso verrà rilasciato un attestato ufficiale della Luiss Business School. I profili più promettenti potranno ricevere un’offerta di lavoro a tempo determinato da una delle aziende partner.

    Consorzio Italia del Vino
    Il Consorzio raggruppa 23 prestigiose realtà leader del vino italiano, con un fatturato complessivo che supera il miliardo e mezzo di euro e una quota export pari a circa il 15% dell’export nazionale di settore. Dal 2009 lavora sui mercati internazionali con lo scopo di incrementare la conoscenza e la cultura del vino italiano, di aumentarne la diffusione nel mondo e di sviluppare la conoscenza complessiva dell’Italian lifestyle. ​
    ​Le 23 realtà consorziate operano in 17 regioni vinicole italiane, coprendo una proprietà complessiva di 15mila ettari vitati e muovendo una forza lavoro totale di oltre 3.500 unità dirette. Sono: Angelini Estates, Banfi, Bisol, Cà Maiol, Collis Heritage, Di Majo Norante, Diesel Farm, Drei Donà, Duca di Salaparuta, Ferrari F.lli Lunelli, Gruppo Italiano Vini, Gruppo Mezzacorona, Le Monde, Librandi Antonio e Nicodemo, Lunae Bosoni, Marchesi di Barolo, Medici Ermete & Figli, Mesa, Herita Marzotto Wine Estates, Tenimenti Leone, Terre de La Custodia, Torrevento e Zonin1821.

    Luiss Business School
    Fondata nel 1987 come Scuola di management dell’Università Luiss, prende il naming di Luiss Business School nel 2006 e dal 2017 ha sede nella prestigiosa cornice di Villa Blanc a Roma. ​ Nel panorama nazionale ha acquisito una posizione di indiscussa leadership nell’higher education, con focus sullo sviluppo delle competenze manageriali. Grazie agli accreditamenti internazionali ottenuti – AACSB, EQUIS e AMBA – si posiziona nell’élite mondiale delle business school e, attraverso il modello multi-hub, persegue una strategia che consente di arricchire l’esperienza formativa con programmi erogati in diverse sedi, sia in Italia (Roma, Milano, Belluno), sia all’estero (Amsterdam, Dubai).
    ​La Faculty rappresenta uno dei fattori distintivi della Luiss Business School grazie alla sua capacità di implementare il modello educativo, rafforzare i legami con il mondo aziendale e aumentare il livello di internazionalizzazione della Scuola.
    ​L’offerta formativa comprende: MBA, Master, Executive Programmes, Programmi Custom e Consulenza, Digital Programmes.

  • Vini d’Abbazia 2025: l’eredità del vino monastico si racconta a Fossanova

    Vini d’Abbazia 2025: l’eredità del vino monastico si racconta a Fossanova

    Dal 6 all’8 giugno l’Abbazia di Fossanova, nel comune di Priverno, tornerà a essere teatro di un incontro raro tra spiritualità, cultura e vino. Giunta alla sua quarta edizione, la manifestazione Vini d’Abbazia si conferma come un appuntamento unico nel panorama nazionale, capace di mettere in dialogo la tradizione enologica custodita nei monasteri con le nuove sensibilità del pubblico contemporaneo.

    L’iniziativa è nata da un’idea di Rocco Tolfa, giornalista, autore e appassionato divulgatore delle culture del vino, che ha saputo costruire attorno al concetto di “vino d’abbazia” un racconto corale e identitario. Tolfa è anche curatore del programma culturale, affiancato da un comitato scientifico e da un gruppo di lavoro che coinvolge giornalisti, sommelier, storici e professionisti del settore.

    Rocco Tolfa, Giancarlo Righini, Giovanni Acampora e Massimiliano Raffa

    Protagonisti d’eccezione da tutta Europa

    Trai partecipanti alla quarta edizione di Vini d’Abbazia figurano Abbazia di Novacella, Abbazia di Praglia, Abbazia di Santa Maria di Propezzano, Abbazia di Busco – Liasora, Arnaldo Caprai – Viticoltore in Montefalco, Badia a Passignano – Marchesi Antinori, Cantina dei Monaci, Cascina del Monastero – Opera Pia Barolo, Castello di Magione, Abbazia del Goleto – Feudi di San Gregorio, Monastero dei Frati Bianchi di Fivizzano, Monastero di Bose Fraternità di Assisi San Masseo, Monastero dei Santi Gervasio e Protasio, Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, Cantina Convento Muri-Gries, Abbazia di Rosazzo – Livio Felluga, San Francesco della Vigna, Abbazia di Santa Maria della Matina, Convento dell’Annunciata di Rovato – Bellavista, Monastero di Santo Stefano Belbo – Beppe Marino, Tenuta Santa Cecilia Croara, Monastero delle Suore Trappiste di Vitorchiano e Monastero di Sabiona – Cantina Valle Isarco. A questi si aggiunge il Monastero di Alaverdi – Badagoni, cuore della cristianità ortodossa in Georgia, custode di una delle più antiche tradizioni vitivinicole del mondo.

    Abbazzia di Novacella

    A rappresentare la Rete delle Abbazie Francesi Les Vins d’Abbayes: Abbaye de Cîteaux – Borgogna, Abbaye de Fontfroide – Linguadoca-Rossiglione, Abbaye de Lérins – Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Abbaye de Morgeot – Borgogna, Abbaye de Valmagne – Linguadoca-Rossiglione, Abbaye des Monges – Linguadoca-Rossiglione, Abbaye du Barroux – Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Abbaye Notre-Dame de Fidélité de Jouques – Provenza-Alpi-Costa Azzurra, Abbaye de Vallières – Valle della Loira, Abbaye de Villers – Vallonia, Belgio, Cellier aux Moines – Champagne-Ardenne, Château de la Tour – Clos de Vougeot – Borgogna, Château des Antonins – Bordeaux, Chartreuse de Valbonne – Rodano-Alpi, Domaine de l’Abbaye du Petit Quincy – Borgogna, Domaine de Bon Augure – Abbaye de Joncels – Linguadoca-Rossiglione e Domaine des Palais – Alvernia-Rodano-Alpi.

    Completano il quadro i consorzi e le realtà territoriali del Lazio:  la Strada del Vino della provincia di Latina, la Strada del Vino del Cesanese, il Consorzio Cori DOC, il Consorzio Cesanese del Piglio DOCG e il Consorzio del Cabernet di Atina DOC.

    Un viaggio tra fede, gusto e racconto del territorio

    Vini d’Abbazia si inserisce quest’anno nel progetto regionale “Le Vie del Giubileo”, promosso da Regione Lazio e ARSIAL in vista dell’Anno Santo 2025. L’iniziativa intende valorizzare i luoghi della spiritualità attraverso percorsi di accoglienza e promozione agroalimentare, con l’obiettivo di far emergere un Lazio autentico, ricco di storie e di sapori.

    In quest’ottica, l’Abbazia di Fossanova si fa nodo di una rete che unisce cultura, imprese e istituzioni, con il vino come simbolo di coesione e di appartenenza.

    Degustazioni, incontri e masterclass

    Il programma, già disponibile online, si sviluppa su tre giornate con un calendario ricco di appuntamenti aperti al pubblico. Le degustazioni, attive ogni giorno dalle 16.30 alle 22.00, saranno accompagnate dal Villaggio Food&Wine, con proposte gastronomiche del territorio.

    Tra gli appuntamenti più attesi, sei masterclass tematiche guidate da voci autorevoli del mondo del vino come Andrea Amadei, Chiara Giovoni, Cristina Mercuri, Chiara Giorleo, Manuela Zennaro e Helmuth Köcher. Nel Refettorio dell’Abbazia e nell’Infermeria del Borgo si alterneranno inoltre incontri e talk su identità, spiritualità, paesaggio e nuove forme di racconto enoturistico.

    Venerdì l’apertura sarà affidata al convegno “Custodi della vite: i monaci e la cultura del vino”, condotto da Marcello Masi, mentre sabato si discuterà di Giubileo e turismo rigenerativo. Domenica spazio al punto di vista femminile nel vino, con il talk “Radici antiche e idee innovative: il vino secondo le donne”, che vedrà protagoniste imprenditrici e professioniste del settore.

    Un modello di sinergia territoriale

    Vini d’Abbazia è frutto di un lavoro corale che coinvolge enti pubblici, associazioni di categoria, realtà imprenditoriali e operatori culturali. Tra i promotori figurano Regione Lazio, ARSIAL, Camera di Commercio Frosinone-Latina e Comune di Priverno, con l’organizzazione affidata alla Strada del Vino, dell’Olio e dei Sapori della provincia di Latina, Taste Roots, UpWell Development Consulting e Associazione Polygonal.

    “L’Abbazia di Fossanova – ha dichiarato l’Assessore regionale Giancarlo Righini – è il luogo ideale per testimoniare il valore di questi vini, frutto di un sapere antico, che oggi torna protagonista con qualità e passione”.

    Un’occasione da vivere con lentezza

    Più che un evento, Vini d’Abbazia si propone come un’esperienza. Tra antiche architetture, storie di spiritualità e vini che parlano di memoria e dedizione, la manifestazione invita a rallentare, a ritrovare il senso del tempo e del gusto, a lasciarsi guidare dalla curiosità.

    Nel cuore del basso Lazio, un’occasione per scoprire che il vino non è solo prodotto, ma racconto: di luoghi, di comunità e di un sapere che, ancora oggi, continua a fermentare.

    Ulteriori approfondimenti su https://vinidabbazia.com/ e https://www.smstudiopr.it/it/news/dettagli/dal-6-all8-giugno-torna-vini-dabbazia-la-4edizione-dellevento-che-celebra-la-tradizione-enologi.html

  • Nel segno del tempo: Aquileia e i vini che raccontano la storia

    Nel segno del tempo: Aquileia e i vini che raccontano la storia

    Pochi vini al mondo possono vantare un legame tanto profondo con la storia quanto quelli della DOC Friuli Aquileia. In nessun altro luogo la viticoltura affonda le radici nel cuore di una civiltà millenaria come quella dell’antica Aquileia, snodo commerciale dell’Impero romano, crocevia di culture e custode di saperi. Qui, il vino non è solo prodotto agricolo, ma simbolo di continuità: testimone silenzioso di epoche lontane, oggi capace di raccontare con autenticità l’identità di un territorio che si rinnova senza perdere sé stesso.

    Nel 2025, l’appuntamento con Esplorâ — giunto alla quarta edizione — diventa l’occasione per svelare la vitalità contemporanea di questa denominazione. La Selezione dei vini, giunta alla 62ª edizione, premia le etichette più rappresentative e introduce il nuovo Sigillo d’Argento, riconoscendo la costante crescita qualitativa delle aziende. Ma Esplorâ è soprattutto un invito a guardare da vicino un mosaico fatto di vigne, paesaggi, storie e persone. Un’esperienza che, come la città da cui prende nome, coniuga passato e futuro in un racconto che non smette di sorprendere.

    Una storia millenaria tra viti e pietre

    Aquileia fu fondata nel 181 a.C. come colonia romana e divenne ben presto uno dei centri nevralgici dell’Impero. Crocevia di traffici tra Adriatico, Alpi e Danubio, la città vide nella vite una delle colture simbolo della sua prosperità. A testimoniarlo sono le numerose raffigurazioni musive e i reperti archeologici che collegano la viticoltura all’economia, alla religione e alla vita quotidiana di Aquileia romana.

    La Basilica di Aquileia

    È un’eredità tangibile, che non si è mai spezzata. La presenza continua della vite sul territorio — dalle bonifiche medievali alle sistemazioni ottocentesche — racconta una cultura agricola che ha saputo attraversare i secoli. E oggi, in un contesto di rinnovata attenzione al paesaggio e alla qualità, diventa valore fondante della DOC Friuli Aquileia.

    Roberto Marcolini (Presidente Consorzio Friuli Aquleia) con Giovanni Donda

    I vitigni: autoctoni e internazionali in dialogo

    Il patrimonio ampelografico della denominazione si fonda su un equilibrio tra vitigni storici e varietà introdotte nel Novecento. Accanto ai classici friulano, refosco dal peduncolo rosso, verduzzo friulano e malvasia istriana, si distinguono interpretazioni raffinate di merlot, cabernet franc, sauvignon blanc, chardonnay e pinot grigio. Una compresenza che non è contraddizione, ma cifra stilistica: la DOC Friuli Aquileia rivendica con naturalezza la propria vocazione internazionale, alimentata da secoli di scambi, ma sempre ancorata a un’identità chiara.

    Gli stili produttivi si muovono nel segno dell’equilibrio: vini freschi, nitidi, con una lettura moderna della maturità del frutto, capaci di raccontare la varietà dei suoli e la cura dei vignaioli.

    Terre antiche, clima gentile

    La DOC Aquileia si estende tra il corso dell’Isonzo e quello del Tagliamento, in una pianura disegnata dal tempo e dal lavoro dell’uomo, dove le bonifiche romane e moderne hanno restituito spazio alla vite. I terreni affondano le loro origini in millenni di depositi alluvionali, alternando strati sabbiosi, argillosi e marno-arenacei: una ricchezza geologica che si manifesta anche all’interno dello stesso appezzamento, dando vita a un mosaico di suoli dalle caratteristiche uniche.

    Il clima è mite, dolce per buona parte dell’anno, e sostenuto da una costante ventilazione. Le brezze che risalgono dalla Laguna di Grado portano umidità moderata e un benefico influsso marino, contribuendo a estati calde ma mai torride. Le primavere piovose e l’escursione termica tra giorno e notte favoriscono una maturazione lenta e completa delle uve, intensificando il profilo aromatico nei bianchi e l’equilibrio tra tannini e freschezza nei rossi.

    È questo connubio – tra luce, acqua, vento e terra – a rendere la DOC Friuli Aquileia un luogo naturalmente predisposto alla coltivazione della vite, come già intuivano i Romani. E come confermano oggi i vini che da qui continuano a nascere, espressioni sincere di una terra generosa.

    I riconoscimenti 2025 e il racconto corale di un territorio

    Nel cuore di Esplorâ 2025, la 62ª Selezione dei Vini DOC Friuli Aquileia diventa il momento in cui il territorio si fa voce, memoria e slancio. Otto etichette hanno ottenuto il Sigillo d’Oro, simbolo di un’espressione enologica che, tra coerenza e ricerca, racconta l’identità di una denominazione viva:

    • Friulano DOC Friuli Aquileia 2024Ca’ Bolani
    • Bianco Tamanis DOC Friuli Aquileia 2022Ca’ Bolani
    • Malvasia DOC Friuli Aquileia 2023Mulino delle Tolle
    • Traminer Aromatico DOC Friuli Aquileia 2024Valpanera
    • Merlot DOC Friuli Aquileia 2023Cantine Rigonat
    • Refosco dal Peduncolo Rosso DOC Friuli Aquileia 2022Mulino delle Tolle
    • Refosco dal Peduncolo Rosso Riserva “Campo della Stafula” DOC Friuli Aquileia 2021Vini Brojli
    • Rosso Tamanis DOC Friuli Aquileia 2020Ca’ Bolani

    Tra le novità di quest’anno, il Sigillo d’Argento si affianca ai riconoscimenti principali per valorizzare quelle etichette che, con costanza e passione, hanno compiuto un salto qualitativo notevole. Un segno di attenzione verso chi costruisce ogni giorno il carattere contemporaneo della denominazione, vendemmia dopo vendemmia.

    A Ca’ Bolani va anche il Premio Marco Gottardo, riconoscimento speciale dedicato allo storico viticoltore della DOC, scomparso prematuramente. Un premio che va oltre i numeri, parlando di visione, coerenza e legame profondo con la terra.

    Ed è proprio da questo intreccio di storie, persone e vini che nasce lo spirito di Esplorâ 2025. Un invito rivolto alla stampa internazionale – quest’anno con focus su Austria e Germania – a lasciarsi condurre in un racconto fatto di paesaggi e saperi, di accoglienza e autenticità. Dalle vigne ai nuovi wine bar consorziati, dalla laguna di Grado alla Basilica di Aquileia, fino a Palmanova: un viaggio che apre il territorio al mondo, mostrando con orgoglio ogni sua tessera, nella bellezza di un mosaico che continua a prendere forma.

    Come amavano dire gli antichi romani,
    “Ubi vinum, ibi patria” — dove c’è il vino, lì c’è la patria.

    Un motto che risuona perfettamente nel cuore della DOC Friuli Aquileia, dove ogni bottiglia è un frammento di storia e un legame indissolubile con la propria terra.

    la foto di copertina è di Isabella Bernardin

  • Cantina Kurtatsch: l’identità di un territorio, la forza di una comunità

    Cantina Kurtatsch: l’identità di un territorio, la forza di una comunità

    Nel 2025 Cantina Kurtatsch celebra i 125 anni dalla sua fondazione. Un traguardo importante, che testimonia la continuità di un progetto cooperativo nato nel 1900 e diventato oggi un punto di riferimento per la viticoltura di montagna in Alto Adige. Forte di una storia condivisa, di una visione concreta e del motto Viribus Unitis – con le forze unite – la cantina continua a evolversi, con uno sguardo saldo sul territorio e un impegno collettivo che coinvolge 190 famiglie socie.

    Penon-Kofl

    Un secolo e un quarto di sfide e scelte condivise

    La storia di Cantina Kurtatsch è fatta di passaggi difficili, cambi di paradigma e tappe fondamentali. “I primi decenni furono segnati da difficoltà enormi – racconta Andreas Kofler, presidente della cantina – tra guerra, fillossera e crisi economiche. Ma la svolta arrivò nel secondo dopoguerra, quando si decise di abbandonare l’approccio produttivista per costruire un’identità fondata sulla qualità e sulla conoscenza del territorio.”

    Simbolo concreto di questo cambio di rotta fu il Cabernet Sauvignon Riserva Freienfeld, presentato con il millesimo 1988: un vino che ancora oggi rappresenta l’ambizione della cantina. A quel momento seguirono investimenti importanti, una riconversione dei vigneti e una crescente attenzione al rapporto tra varietà, suolo, altitudine e microclima. Oggi come allora, è la forza della cooperazione a rendere possibile tutto questo.

    Glen

    Negli ultimi vent’anni Cantina Kurtatsch ha rinnovato la propria immagine, ampliato la sede con un’architettura ispirata ai materiali locali, e consolidato il suo modello di sviluppo fondato sulla partecipazione, sulla responsabilità condivisa e su un forte senso di appartenenza.

    Graun

    Altitudini, parcelle, comunità: il valore del dettaglio

    Con una superficie frammentata in piccoli appezzamenti – in media un ettaro per socio – distribuiti tra i 220 e i 900 metri di altitudine, la cantina può contare su una straordinaria varietà di condizioni pedoclimatiche. “Ogni vigneto ha le sue caratteristiche, ogni vino è il risultato di un equilibrio unico – spiega Kofler – e questa ricchezza richiede un impegno costante da parte dei soci, che conoscono il proprio terreno palmo a palmo.”

    È proprio questa relazione profonda con le vigne a rendere possibile una viticoltura di precisione, in grado di valorizzare al meglio le zone più vocate. Non a caso, Cantina Kurtatsch è oggi la realtà altoatesina con il maggior numero di etichette riconosciute come Unità Geografiche Aggiuntive (UGA), tra cui spiccano nomi come Graun, Penon, Glen, Mazon e Brenntal. Una leadership che conferma la centralità del legame tra vitigno, territorio e identità.

    Penon-Hofstatt

    Coerenza, innovazione e rispetto

    Tra il 2014 e il 2020, la cantina ha condiviso con i propri soci una Carta della Sostenibilità che ha definito linee guida comuni su ambiente, lavoro e responsabilità. “Il nostro approccio è quello della coerenza – afferma Kofler –: agiamo con piccoli passi, tutti condivisi, ma sempre nella stessa direzione. Non cerchiamo slogan, ma risultati concreti.”

    Brenntal

    Oggi la cooperativa accoglie al suo interno viticoltura biologica, biodinamica e integrata (secondo il protocollo SQNPI), con l’obiettivo, dal 2026, di una certificazione integrata al 100%. Nel frattempo, sono state avviate numerose azioni: dall’installazione di impianti fotovoltaici alla riduzione degli imballaggi, fino alla scelta di bottiglie alleggerite per abbattere l’impronta di carbonio.

    Un esempio emblematico è la rinnovata linea Selection, che si presenta con una veste grafica essenziale e moderna, una bottiglia più leggera (395 g) e un packaging composto per il 75% da materiale riciclato. Un cambiamento estetico che riflette un’evoluzione sostanziale e che, nel linguaggio visivo, unisce simboli alpini e mediterranei per raccontare l’identità del territorio.

    Un modello cooperativo che guarda lontano

    Nel mondo del vino, la forma cooperativa richiede visione, ascolto e tempo. A Kurtatsch questo modello è diventato un motore di sviluppo culturale oltre che economico, capace di coinvolgere nuove generazioni e restituire valore al paesaggio, alla comunità e alla storia locale. Il 125° anniversario non è solo un traguardo, ma un’occasione per rinnovare l’impegno a costruire il futuro, rimanendo fedeli alla nostra identità collettiva, viribus unitis.

  • Vernaccia di San Gimignano, la regina ribelle torna a incantare

    Vernaccia di San Gimignano, la regina ribelle torna a incantare

    Tra le geometrie slanciate delle torri di San Gimignano e i filari che si distendono sulle colline circostanti, si è rinnovato anche quest’anno, con la terza edizione di Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest, l’incontro più autentico tra il vino e le mura millenarie del borgo. Due giornate in cui il bianco più emblematico della Toscana ha ritrovato il suo spazio naturale, trasformando il centro storico in un palcoscenico vivo, dove storia e cultura enologica si intrecciano tra sguardi, calici e memorie condivise.

    La Vernaccia di San Gimignano non è solo un grande vino bianco: è un simbolo culturale che attraversa i secoli, riflesso liquido di una civiltà. Fin dal Medioevo ha sedotto poeti, scrittori e artisti, lasciando tracce nel cuore della letteratura europea. Dante la cita nel Purgatorio, stigmatizzandone l’abuso tra i prelati; Boccaccio e Franco Sacchetti ne fanno parte integrante dei loro affreschi di vita quotidiana; Cecco Angiolieri e Folgòre da San Gimignano la celebrano con toni scherzosi e affettuosi, come parte del buon vivere toscano. E ancora, nel Seicento, Francesco Redi la incorona “regina di tutti i vini bianchi” nel suo Bacco in Toscana, consacrandola nell’immaginario colto del tempo. Non mancano, infine, le voci straniere: da Chaucer a Froissart, da Gower a Deschamps, passando per Jean Froissart, vi è tutta una costellazione di autori che, direttamente o per eco culturale, hanno contribuito a tramandarne la fama.

    Nel calice della Vernaccia si riflettono dunque non solo il paesaggio e la sapienza dei viticoltori di San Gimignano, ma anche secoli di pensiero, di gusto e di immaginazione: un patrimonio liquido che ancora oggi invita a rileggere la storia con gli occhi del presente.

    Un vino e un borgo: un’unica identità
    Pochi angoli del mondo possono vantare un legame così profondo tra un vitigno e la propria terra come la Vernaccia con San Gimignano. Già gli Etruschi, oltre duemila anni fa, coltivavano vigneti sulle colline tufacee che circondano la “città dalle torri”; le prime testimonianze documentali parlano di “terre vignate presso la corte de Gemignano” già nell’1032, quando il borgo stava crescendo come importante nodo commerciale tra Siena e Firenze. Nel Duecento, le cronache dei mercanti genovesi citano la Vernaccia sulle tavole dei potenti – da Lorenzo il Magnifico a Papa Paolo III – e nei diari di viaggiatori come Jean Froissart e Chaucer, che ne esaltarono freschezza e sapidità.

    Nel Rinascimento, la “Regina Bianca” fece il giro d’Europa, protagonista nei banchetti delle corti medicee e celebrata da Boccaccio e Folgòre da San Gimignano; le mura medievali e le torri gemelle, erette tra Duecento e Trecento, divennero simbolo di un vino capace di superare confini e declini – come quello plurisecolare che seguì il Settecento – fino al riscatto ottocentesco e al vero rinascimento vitivinicolo guidato dal dottor Carlo Fregola negli anni Trenta del secolo scorso. Nel 1966 è il primo vino italiano ad ottenere la Denominazione di Origine Controllata, mentre nel 1972 la nascita del Consorzio della Vernaccia, poi Consorzio della Denominazione San Gimignano, dà nuovo slancio alla produzione che cresce progressivamente in quantità e qualità ottenendo nel 1993 la D.O.C.G., il massimo riconoscimento della legislazione italiana vigente.

    la presidente del Consorzio Irina Strozzi e il sindaco di San Gimignano Andrea Marucci

    Oggi, passeggiando tra le stesse pietre lisce battute da pellegrini e mercanti, ogni calice restituisce il profumo e il sapore deciso di una storia che ha saputo rinnovarsi per oltre un millennio, facendo della Vernaccia e di San Gimignano un’unica, indissolubile identità.

    degustazione San Gimignano Doc con Marco Sabellico

    Annata 2024: sfide climatiche e buona tenuta della Vernaccia

    Il 2024 è stato un anno complesso dal punto di vista climatico, con un’alternanza di fresco primaverile, un’estate molto calda e piogge insistenti a settembre. Dopo il calo produttivo del 2023, la produzione è tornata su livelli medi. Le piogge primaverili, ben distribuite, hanno garantito riserve idriche utili durante l’estate, mentre i 330 mm caduti tra fine agosto e inizio ottobre hanno complicato la vendemmia.

    Lunaria – San Gimignano

    Le principali malattie della vite sono rimaste sotto controllo grazie ai monitoraggi e a interventi mirati. I viticoltori hanno evitato di esporre i grappoli al sole diretto, proteggendoli dal caldo estremo e preservando freschezza e aromi. La vendemmia, avviata più tardi, è stata lunga e selettiva, condotta solo nei momenti più favorevoli.

    Galleria Continua San Gimignano -opere di Shilpa Gupta

    Nonostante le difficoltà, la Vernaccia di San Gimignano si è distinta per equilibrio, buona acidità e profumi netti, con vini meno alcolici e più agili rispetto alle ultime annate.

    L’anteprima dell’annata 2024

    Nel cuore di San Gimignano, tra le sale eleganti del Museo d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada, si è svolta l’annuale anteprima dedicata alla Vernaccia di San Gimignano. Una degustazione riservata alla stampa specializzata, che ha messo in fila ben 80 campioni (44 campioni annata 2024, 20 campioni annata 2023 di cui 10 riserva, 10 campioni annata 2022 riserva e 4 campioni annata 2021 di cui 3 riserva e 2 campioni annata 2020 riserva), offrendo uno spaccato ricco e articolato su uno dei bianchi italiani più longevi e identitari. Le Vernaccia 2024 si sono distinte per coerenza e immediatezza. Vini freschi, tesi, dotati di un profilo aromatico nitido e una sapidità che ne esalta la bevibilità. È una Vernaccia che guarda al presente, capace di dialogare con il gusto contemporaneo e con una cucina che predilige leggerezza, freschezza e contaminazioni gastronomiche. Anche in questa veste giovane, il vino mantiene un legame profondo con il territorio, riuscendo a esprimere sfumature stilistiche personali pur restando fedele al suo carattere.

    Galleria Continua – opere di José Antonio Suárez Londoño

    Le annate 2023, 2022, 2021 e 2020 restituiscono un volto diverso della Vernaccia: più strutturato, complesso, ma mai ridondante. La maturazione – in legno, acciaio, vetro – arricchisce i profumi senza intaccarne l’identità. In alcuni casi, tuttavia, l’uso marcato del legno ha evocato certe derive stilistiche degli anni ’90, oggi decisamente superate. I campioni migliori, invece, hanno rivelato una notevole capacità evolutiva, sostenuta da un’acidità ben calibrata e da una materia viva, capace di affrontare il tempo con naturale eleganza.

    Marco Giusti (Fornacelle) – Barbara Bernardi (Tollena)

    Se a livello locale la Vernaccia continua a trovare grande riscontro, anche grazie al flusso turistico che anima la cittadina medievale, segnali incoraggianti arrivano dai mercati internazionali, in particolare dagli Stati Uniti. Lo ha ricordato la presidente del Consorzio, Irina Guicciardini Strozzi, sottolineando come le recenti modifiche al disciplinare permettano ora di accompagnare la denominazione con il termine “Toscana”, rafforzando così il legame regionale e la riconoscibilità globale.

    All’orizzonte si profila una doppia ricorrenza: nel 2026 ricorreranno i 750 anni dalla prima menzione ufficiale della Vernaccia in un documento storico, insieme al sessantesimo anniversario della Doc. Un traguardo importante per un vino che, pur forte di una storia antica, continua a rinnovarsi con intelligenza, mostrando di avere ancora molto da dire, in Italia e all’estero.

    Il press tour: scoprire la longevità della Vernaccia

    Se c’è un momento in cui la Vernaccia di San Gimignano rivela appieno il proprio carattere, è durante il press tour che accompagna la manifestazione “Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest”. In quella cornice, lontano dal clamore delle anteprime e dai riflettori puntati sulle nuove annate, i produttori aprono le loro cantine e, con esse, le loro riserve più intime: vecchie bottiglie, spesso custodite con cura per anni, che raccontano la straordinaria capacità di invecchiamento di questo bianco toscano.

    Michael Falchini

    È qui che la Vernaccia dimostra tutto il suo immenso potenziale È qui che la Vernaccia dimostra tutto il suo immenso potenziale. Assaggiando annate come la 2016 della Vernaccia di San Gimignano DOCG e la Riserva “Fiora” 2018 di Fornacelle, la Riserva 2019 “Signorina Vittoria” di Tollena, la Riserva “Vigna Solatìo” 2012 di Falchini, oppure la straordinaria verticale 2020, 2018, 2015 di Cesani, si coglie la traiettoria di un vino che con il tempo non si spegne, ma si trasforma.

    Le note agrumate e saline dell’esordio si fondono in profili più complessi, dove emergono toni evolutivi di erbe secche, miele, spezie fini e una mineralità profonda che sembra scavare nella memoria del suolo da cui proviene. La struttura resta integra, la freschezza sorprendente, la coerenza stilistica intatta. Non si tratta solo di longevità tecnica, ma di una vera e propria tenuta narrativa: ogni sorso di una “vecchia” Vernaccia racconta l’annata, il vignaiolo, la visione che ha animato quel vino.

    Letizia e Marialuisa Cesani

    In Toscana, regione storicamente votata ai rossi, la Vernaccia di San Gimignano resta l’unica Docg bianca. Ma ciò che in passato poteva sembrare un’anomalia, oggi appare per ciò che è: un punto di forza. E la sua longevità, sempre più riconosciuta, ne è la prova tangibile.

    Regina Ribelle – Vernaccia di San Gimignano Wine Fest si conferma vero moltiplicatore di energie per il territorio: un festival che non celebra solo un vitigno, ma l’intera comunità che lo custodisce da secoli. La partecipazione attiva del Consorzio, dell’amministrazione comunale e di gran parte della filiera produttiva, coadiuvati dalla perfetta macchina organizzativa dell’ufficio stampa Affinamenti, restituisce l’immagine di una comunità che lavora insieme per dare valore a un patrimonio condiviso.

    La strabiliante cena di gala in Piazza Duomo a San Gimignano

    Grazie a questa sinergia, San Gimignano non è più soltanto una tappa d’arte e storia, ma un vero e proprio laboratorio vivo di esperienze sensoriali. Il richiamo delle torri, il fascino del borgo e la forza gustativa della Vernaccia sono oggi un pacchetto unico per gli amanti del buon vivere. San Gimignano si racconta attraverso ogni bicchiere: non solo vino, ma paesaggio, lavoro e accoglienza. Un intreccio di elementi che rende ogni visita un’occasione autentica di scoperta e appartenenza.

    Letizia Cesani presenta l’Azienda Agricola Cesani

  • VinoVip sbarca a Forte dei Marmi: due giorni tra grandi vini e nuove visioni dell’enologia italiana

    VinoVip sbarca a Forte dei Marmi: due giorni tra grandi vini e nuove visioni dell’enologia italiana

    L’8 e 9 giugno 2025, Forte dei Marmi si trasforma in una raffinata vetrina del vino italiano con la nuova edizione di VinoVip al Forte, l’evento firmato Civiltà del bere che porta sulla costa versiliese i nomi più autorevoli del panorama enologico nazionale. Un’occasione per incontrare produttori, assaggiare etichette d’eccellenza e riflettere sul futuro del settore, il tutto in uno dei contesti balneari più esclusivi del Paese.

    Dopo il successo delle edizioni 2018 e 2023, VinoVip torna nella versione “marittima” della celebre manifestazione biennale di Cortina d’Ampezzo, mantenendo intatta la formula che l’ha resa un punto di riferimento: alta qualità, confronto aperto e un parterre d’eccezione. La sede sarà ancora una volta Villa Bertelli, nel cuore di Forte dei Marmi, con il patrocinio del Comune.

    Il programma si apre domenica 8 giugno alle ore 15 con una conferenza di Aldo Fiordelli, giornalista e senior editor di James Suckling, che guiderà una riflessione sui fine wines bianchi a livello internazionale. Segue alle 16.30 una degustazione dedicata ai migliori bianchi italiani, protagonisti di una delle sfide più interessanti dell’enologia contemporanea.

    Lunedì 9 giugno, alle 10, spazio al consueto talk-show VinoVip, intitolato quest’anno “Il mondo del vino raccontato da chi lo farà”: una tavola rotonda con giovani voci del settore chiamate a immaginare l’evoluzione del comparto. Al termine, verrà assegnato il Premio Pino Khail per la valorizzazione del vino italiano, riconoscimento già attribuito a figure di primo piano come Piero Antinori, Chiara Lungarotti e Marina Cvetic.

    A chiudere l’evento, dalle 17 alle 21, il Grand Tasting con i Protagonisti di VinoVip al Forte 2025: un banco d’assaggio con le aziende che hanno segnato la storia dell’enologia italiana. Una vera e propria full immersion tra eccellenze consolidate e nuove sfide da scoprire calice alla mano.

    Il direttore di Civiltà del bere, Alessandro Torcoli, sottolinea come Forte dei Marmi rappresenti “l’alternativa perfetta a Cortina”, per affinità di stile, eleganza e respiro internazionale. «VinoVip è da sempre anche un laboratorio di idee per il vino italiano: quest’anno il focus sarà sui bianchi di prestigio e sulla visione dei giovani», ha dichiarato.

    VinoVip al Forte nasce da un’idea di Civiltà del bere ed è coordinato dall’editore e direttore della rivista Alessandro Torcoli, affiancato dal comunicatore Gianni Mercatali e dal giornalista e critico enogastronomico Aldo Fiordelli. L’iniziativa è patrocinata dal Comune di Forte dei Marmi, il cui sindaco Bruno Murzi ha accolto con entusiasmo la proposta, evidenziando come la città, con ben quattro ristoranti stellati in soli nove chilometri quadrati, rappresenti un’eccellenza gastronomica perfettamente in linea con lo spirito della manifestazione.

    A VinoVip al Forte, saranno presenti alcune tra le aziende più blasonate d’Italia, di seguito la lista, l’elenco aggiornato in tempo reale su vinovipalforte.it.

    Andreola, Marchesi Antinori, Argiolas, Berlucchi Franciacorta, Nicola Biasi (b), Bortolomiol, Broglia (b), Le Caniette, Casadei, Cavazza, Colle Bereto, Il Colombaio di Santachiara, Livio Felluga (b), Félsina, Tenute Folonari, Fontanafredda, Fonzone, Gabe, Herita Marzotto Wine Estates, Cantine Lunae, Le Manzane, Masciarelli, Masi Agricola, Mezzacorona, Nino Franco, Pasqua Vini, Pio Cesare, Poggio al Tesoro, Quintodecimo, San Michele Appiano (b), Sartori di Verona, Surrau (b), St. Roch (b), Torre Rosazza (b), Vite Colte, Umani Ronchi, Velenosi, Venica&Venica (b), Vigneti La Selvanella, Zorzettig.

    (b): l’azienda partecipa solo alla degustazione “I fine wines bianchi italiani”.

    L’evento è aperto ai professionisti e al pubblico. Biglietti disponibili su vinovipalforte.it

    Per ulteriori informazioni e accrediti stampa:

    Anna Rainoldi eventi@civiltadelbere.com – 02 76110303

    photo Marco Cremonesi

  • Dall’intuizione al calice: cinquant’anni di Malbech secondo Paladin

    Dall’intuizione al calice: cinquant’anni di Malbech secondo Paladin

    Cinquant’anni fa il Malbech Gli Aceri della cantina Paladin otteneva la sua prima medaglia d’oro alla Mostra Campionaria Nazionale dei Vini di Pramaggiore. Correva l’anno 1975 e quel riconoscimento, assegnato nella prima rassegna enologica ufficialmente riconosciute in Italia, segnava l’inizio della storia di un vino controcorrente: uno dei primissimi Malbech vinificati in purezza nel nostro Paese.

    Carlo Paladin – Nicola Frasson

    Oggi, mezzo secolo dopo, la famiglia Paladin ha celebrato quell’intuizione con una verticale d’eccezione, condotta  da Carlo Paladin e da Nicola Frasson (curatore delle guide Gambero Rosso per il Veneto). In degustazione, cinque annate simbolo: 1999, 2004, 2010, 2018 e 2020, tutte estratte dal caveau aziendale e presentate in un packaging speciale. È l’occasione per riscoprire la tenacia visionaria di Valentino Paladin, fondatore dell’azienda e convinto sostenitore di questo vitigno “minore”, ma capace – se trattato con rispetto – di raccontare una storia profonda e coerente.

    Il Malbech Gli Aceri nasce nel Veneto orientale, nel Lison Pramaggiore, dove questo vitigno trova un equilibrio sorprendente tra freschezza, colore e maturazione fenolica. La vinificazione in purezza ne esalta l’identità: un rosso dal timbro elegante e speziato, affinato per un anno in barrique e successivamente in botti grandi, prima di un ulteriore riposo in bottiglia che gli conferisce armonia e pienezza.

    Il Malbec, o Malbech nella sua grafia italianizzata, è un’uva di origine francese – un tempo coltivata nel Médoc, oggi presente soprattutto nel Cahors – che ha trovato il suo vero palcoscenico in Argentina. Proprio lì, nella regione di Mendoza, ha acquisito fama internazionale, diventando simbolo di un’intera nazione enologica. Le versioni argentine si distinguono per potenza e maturità, con frutto nero generoso, struttura importante e una riconoscibile firma speziata data dall’affinamento in legno.

    In Italia, il Malbech ha avuto un ruolo più defilato, spesso vinificato in blend con Merlot e Cabernet o relegato a produzioni di pronta beva. È raro trovarlo interpretato in purezza, come nel caso di Gli Aceri, che rappresenta una delle poche eccezioni coerenti e longeve. Negli ultimi decenni, molti vigneti sono stati sostituiti da varietà più “commerciali”, ma Paladin ha scelto di custodire questa varietà, trasformandola in un marchio di famiglia.

    I vini da Malbec – o Côt, come viene ancora chiamato in alcune aree francesi – si distinguono per intensità cromatica, acidità ben dosata e tannini levigati. Al naso evocano prugne, more, cacao, tabacco e, nei migliori casi, una vena minerale che ne sostiene la beva. In climi temperati e ventilati, come quello del Veneto orientale, il Malbech riesce a mantenere equilibrio senza rinunciare alla complessità, offrendo versioni capaci di invecchiare con grazia. Ne è prova una straordinaria bottiglia del 1999: un vino che, se degustato alla cieca accanto a rossi italiani ben più blasonati (e costosi), saprebbe certamente tenere testa e prendersi le sue soddisfazioni.

    Nel bicchiere, Gli Aceri è un vino che non cerca l’effetto speciale, ma preferisce raccontare una coerenza stilistica costruita nel tempo. Un rosso che riflette la passione artigianale della famiglia Paladin, oggi rappresentata dalle nuove generazioni, ma sempre fedele allo spirito pionieristico del fondatore. In un’Italia enologica spesso orientata alle mode, il Malbech Gli Aceri resta una voce fuori dal coro, e proprio per questo merita attenzione.