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La nuova voce del Syrah di Cortona: I Viti Winery

I Viti Winery, giovane realtà vitivinicola di Cortona che, con il suo Cortona Syrah DOC “S90”, si sta ritagliando uno spazio di rilievo tra le etichette di riferimento della denominazione.
Tutto comincia negli anni ’50, quando Pietro Viti e suo figlio Lidio acquistano un podere a Centoia, piccolo borgo nell’agro cortonese. Quella terra, coltivata inizialmente per il sostentamento della famiglia, rivela negli anni un potenziale straordinario. È Enrico Viti, nipote di Pietro, insieme al figlio Luca, a compiere il passo decisivo: piantare la vite e dare vita, nel 2013, a una cantina nata per raccontare il territorio attraverso scelte consapevoli, cura artigianale e una visione contemporanea del Syrah.
Oggi la cantina produce circa 8.000 bottiglie all’anno, ma la visione è chiara: crescere senza perdere identità, con nuovi vigneti in fase di impianto e una filosofia di lavoro che privilegia la biodiversità e la cura artigianale. Il podere non è solo vigneto: ci sono un piccolo lago alimentato dal drenaggio naturale e animali che completano il mosaico di un ambiente vivo e armonico.

Elisa Solfanelli e Luca Viti Il terroir cortonese: la culla del Syrah italiano
Cortona è una terra unica, sospesa tra le colline della Valdichiana e l’influenza del Lago Trasimeno. I suoli – composti da sabbie, argille, marne e antichi sedimenti fluviali – e il clima temperato, con forti escursioni termiche, rendono quest’areale una culla naturale per la vite. Non è un caso se qui, accanto ai vitigni autoctoni, i grandi internazionali come il Syrah hanno trovato un equilibrio raro.
Il Syrah, che oggi rappresenta circa l’80% della produzione Cortona DOC, ha saputo radicarsi in questo territorio fin dagli anni ’60, quando i primi produttori visionari ne intuirono il potenziale. Studi condotti negli anni ’70 confermarono la straordinaria affinità tra il clima cortonese e quello della Valle del Rodano, patria storica del vitigno. Oggi Cortona è considerata la capitale italiana del Syrah, capace di offrire interpretazioni eleganti e riconoscibili, in grado di competere con i migliori esempi mondiali.

Il S90: delicatezza e profondità nel calice
Tra i vini di I Viti Winery, il Cortona Syrah DOC “S90” rappresenta l’etichetta più identitaria. È un Syrah che affascina per la nitidezza dei profumi – tra note floreali, piccoli frutti rossi e una delicata speziatura – che accompagnano una trama gustativa capace di unire raffinatezza e complessità. Il suo nome è un omaggio a Elisa Solfanelli, enologa classe 1990 e moglie di Luca Viti, che segue in prima persona i vini della cantina, imprimendo loro una sensibilità moderna e raffinata.
Nonostante la giovane età della cantina, il “S90” si inserisce nel solco dei Syrah cortonesi più autentici, con un’interpretazione che predilige l’acciaio per preservare la purezza varietale e la brillantezza aromatica.
Cortona e il futuro del Syrah
Accanto a realtà storiche come Stefano Amerighi, Tenimenti D’Alessandro, Antinori e Avignonesi, oggi il panorama del Syrah cortonese si arricchisce di cantine giovani e determinate, come I Viti Winery, che portano una ventata di freschezza e nuovi orizzonti stilistici. Il “S90” rappresenta proprio questo: la sintesi tra un vitigno cosmopolita e un terroir che ne amplifica l’eleganza, confermando quanto Cortona sia una delle zone più interessanti della Toscana contemporanea.
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La nuova via del Prosecco secondo Serena Wines 1881

C’è un modo nuovo di raccontare il Prosecco, e non passa (solo) per il calice. Parte dal bancone, si muove tra shaker, bitter e infusi d’erbe, approda nei cocktail bar più attenti alla ricerca e finisce nei video tutorial accessibili via QR code. È il mondo della mixology secondo Serena Wines 1881, storica azienda veneta che con un piede ben saldo tra le colline di Conegliano e l’altro nei mercati internazionali, ha deciso di parlare anche un’altra lingua. Più visiva, più dinamica, più aperta alla contaminazione.

Il pretesto è un ricettario – ma non solo. Dentro ci sono idee, visioni e un dialogo tra due mondi che raramente si incontrano in modo così diretto: quello del vino e quello dei cocktail. Protagonista assoluto è il Prosecco, naturalmente, declinato in una serie di ricette originali, che si traducono il 10 cocktail realizzati in collaborazione con il Nudi e Crudi Cocktail Club di Mestre. Non la solita spritz-mania: qui si gioca su profili aromatici più complessi e combinazioni inattese, dal “Negroni Errato” al “Mestrino Fizz”, passando per il “Camoma” e “Capri” e altri ancora. In ogni drink, una bottiglia della linea Serena 1881 come ingrediente identitario, riconoscibile, anche visivamente.

È un cambio di passo per un’azienda da oltre 140 anni nel mondo del vino. Fondata nel 1881 da Pietro Serena, oggi alla quinta generazione con Luca Serena, l’azienda ha saputo trasformarsi da realtà locale a player globale senza perdere il proprio baricentro produttivo a Conegliano. La svolta arriva negli anni Ottanta con l’introduzione del vino in fusto, destinato al canale Ho.re.ca., di cui Serena Wines 1881 è tuttora leader di mercato. Poi, dal 2004, inizia un’espansione internazionale guidata da un approccio diretto ai mercati, soprattutto europei e dell’Est, con una forte accelerazione anche in Asia e Medio Oriente.

Oggi Serena Wines 1881 esporta in oltre 60 paesi, con Germania, Francia e Polonia tra i mercati principali, ma con presenze consolidate anche nel Regno Unito, Scandinavia, Cina e Caucaso. L’export vale oltre il 56% del fatturato, che nel 2024 ha superato i 110 milioni di euro, trainato da una crescita a doppia cifra delle bottiglie da 0,75 l. A impressionare non sono solo i numeri – oltre 425.000 ettolitri prodotti, di cui 150.000 destinati ai fusti – ma la capacità di leggere i tempi e anticiparli.

Questa attitudine si riflette anche nei valori aziendali: attenzione alla filiera, trasparenza, affidabilità logistica e sostenibilità, non come dichiarazione d’intenti ma come prassi documentata. La recente certificazione Equalitas – uno dei più completi standard di sostenibilità nel mondo del vino – racconta un’azienda che ha investito sulla qualità del processo, oltre che del prodotto. Non stupisce quindi che Serena Wines 1881 sia tra le poche grandi realtà italiane a gestione ancora familiare: una continuità che si riflette anche nella struttura interna e nelle relazioni costruite con clienti e partner nel tempo.

Il progetto mixology è parte di una più ampia strategia di rilancio del marchio Serena 1881, nato nel 2021 per celebrare il secolo e mezzo di storia della famiglia. Una linea trasversale, riconoscibile, pensata per raccontare il vino anche attraverso il design: ogni etichetta ha una sua nuance, ogni bottiglia è pensata come oggetto narrativo. Prosecco DOC, DOCG, Rosé, versioni biologiche e ora anche analcoliche: la gamma è ampia, inclusiva, pensata per occasioni diverse ma con la stessa impronta stilistica.

Tenuta Ville d’Arfanta Accanto a Serena 1881, il portfolio dell’azienda si articola in altri marchi, ciascuno con un’identità ben precisa:
- Ville d’Arfanta: il volto più sofisticato e paesaggistico dell’azienda. Nasce tra le colline UNESCO di Arfanta di Tarzo, nella DOCG Conegliano Valdobbiadene, e si completa con un progetto di ospitalità rurale curato nei minimi dettagli. Vini di pregio per un pubblico esigente, e uno storytelling che unisce territorio e accoglienza.
- The Deer: il brand giovane e giocoso, pensato per chi ama vivere in modo disinvolto ma non rinuncia alla qualità. Etichette colorate, nomi ironici, e anche un nuovo spritz “ready to drink” in fusto che ha già conquistato il canale bar.
- Corte delle Calli: un omaggio dichiarato a Venezia, tra spumanti, frizzanti e fermi che evocano la città d’acqua anche attraverso le etichette, costruite su dettagli grafici ispirati alla laguna.
- Champagne De Vilmont: l’incursione oltreconfine, nata da una passione di famiglia e oggi ben radicata in catalogo con una gamma raffinata che include anche un Premier Cru.
- Audace Underwater Wine: il progetto più sperimentale, nato in collaborazione con l’azienda Parovel nel Golfo di Trieste, dove il Prosecco viene affinato in mare a venti metri di profondità. Un’idea fuori dagli schemi, che unisce ricerca e identità territoriale.

Ma se i numeri impressionano, è nella capacità di adattarsi ai tempi che Serena Wines 1881 continua a giocarsi il futuro. Dopo anni di investimenti in impianti, logistica, comunicazione e sponsorship (dall’Imoco Volley a Zhu Ting, fino al basket e all’hockey), oggi l’azienda guarda a un pubblico sempre più globale e curioso. Con una consapevolezza semplice ma concreta:
il vino si beve, certo. Ma prima ancora, si racconta.Luca Serena presenta Serena Wines 1881
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Concorsi enologici e mercati globali: il caso Concours des Grands Vins du Monde

di Patrizia Vigolo
Nel panorama enologico internazionale, i concorsi rappresentano da decenni una delle modalità più riconosciute – e discusse – per misurare l’eccellenza. Dalle piccole cantine emergenti ai grandi nomi del vino, sono molte le realtà che vedono in queste competizioni un’opportunità concreta: visibilità sui mercati, riconoscimento qualitativo, contatti internazionali. Partecipare – e soprattutto vincere – può tradursi in un sigillo di garanzia per i consumatori, oltre che in un’arma strategica in termini di comunicazione e posizionamento commerciale.
Ma cosa accade quando un concorso decide di superare i propri confini nazionali per aprirsi davvero al mondo? È il caso del Concours des Grands Vins de France, storicamente legato alla produzione transalpina, che oggi evolve in Grands Vins du Monde. Un cambiamento di prospettiva e di scala, che apre nuovi scenari per produttori e osservatori del settore.
Storia
Il Concours des Grands Vins de France nasce nel 1994 nella città di Mâcon, in Borgogna, su iniziativa dell’Union des Producteurs de Vins de France, con l’obiettivo di valorizzare le migliori espressioni del patrimonio vitivinicolo francese. In pochi anni, l’evento si afferma come uno dei principali concorsi enologici a livello nazionale, capace di attrarre ogni anno migliaia di campioni da tutte le regioni vinicole della Francia: dalla Champagne alla Provenza, dall’Alsazia al Sud-Ovest.

La sua forza risiede nella capillarità e nella rappresentatività: piccoli vigneron e grandi maison partecipano fianco a fianco, giudicati da una giuria composta da professionisti del settore, enologi, sommelier, buyer e giornalisti. La medaglia assegnata a Mâcon – soprattutto quella d’oro – è da tempo riconosciuta come un simbolo di qualità sia sul mercato interno sia su quello export, in particolare nei paesi in cui la notorietà dei terroir francesi costituisce già un vantaggio competitivo.
Oltre alla visibilità, il concorso ha saputo costruire nel tempo una reputazione di rigore e affidabilità, elementi sempre più richiesti in un panorama dove i premi si moltiplicano ma non sempre sono percepiti come credibili. Proprio da questa solida base nasce l’idea di ampliare i confini: non più solo un concorso per i vini di Francia, ma un osservatorio sul vino del mondo.
La novità “Concours des Grands Vins du Monde“
La logica di apertura era già stata anticipata nelle recenti edizioni di “Concours des Grands Vins de France”, ma oggi diventa una vera svolta. Nel nuovo format “Concours des Grands Vins du Monde”, il concorso si estende per la prima volta all’intero panorama vinicolo globale: ogni vino del mondo dotato di indicazione geografica può partecipare, a patto che soddisfi alcuni requisiti ben precisi.
La composizione della giuria rappresenta un elemento cruciale per garantire imparzialità e rigore nella valutazione. Nel nuovo format “Grands Vins du Monde”, l’intento è coinvolgere un panel ampio e variegato, con una significativa presenza di esperti provenienti da diversi paesi. Questa internazionalità assicura un confronto multidimensionale sulle diverse espressioni del vino, riflettendo gusti e criteri globali. Una giuria estera ben rappresentata non solo accresce la credibilità delle premiazioni, ma rende il concorso uno specchio più fedele delle dinamiche del mercato mondiale.
I vantaggi per i produttori e l’impatto sul mercato globale
Partecipare a un concorso internazionale come il Concours des Grands Vins du Monde offre numerosi benefici concreti, che vanno ben oltre la semplice medaglia da esporre in etichetta. Per le cantine, soprattutto quelle di dimensioni medie e piccole, rappresenta un’opportunità strategica per:
- Ampliare la visibilità internazionale: un riconoscimento prestigioso apre porte in mercati esteri spesso difficili da penetrare, in particolare in paesi asiatici e nordamericani, dove la medaglia assume valore di “sigillo di qualità” per consumatori e buyer.
- Consolidare la reputazione qualitativa: vincere o essere premiati in un concorso riconosciuto è una forma di validazione tecnica che rassicura distributori, importatori e professionisti, agevolando le trattative commerciali.
- Accesso a una rete globale di contatti: i concorsi come questo sono anche occasioni di networking tra produttori, operatori e media internazionali, con ricadute dirette in termini di marketing e comunicazione.
L’ampliamento del concorso a vini da tutto il mondo rispecchia una tendenza ormai consolidata nel settore enologico: la globalizzazione dei gusti e dei mercati. Non si tratta più solo di confrontarsi con i grandi terroir francesi, ma di inserirsi in una competizione che premia eccellenze da ogni angolo del pianeta, da Bordeaux a Mendoza, dal Douro al Napa Valley.
Questa nuova dimensione rende il concorso uno specchio più autentico delle dinamiche commerciali attuali e un laboratorio dove si incontrano stili, culture e innovazioni diverse.
Guardando avanti, il “Concours des Grands Vins du Monde” si propone come un’occasione concreta di scambio e crescita per produttori di ogni provenienza, favorendo un dialogo e soprattutto offrendo una preziosa possibilità di emergere in Francia, uno dei mercati del vino più maturi e stimolanti al mondo.
Per maggiori informazioni: https://concoursvinsmonde.com/
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Il vino secondo Francesco Guccione: etica, terra, tempo

Nel mondo del vino così detto naturale, troppo spesso diviso tra dogmi e approssimazioni, Francesco Guccione incarna una via solida e coerente, fatta di rigore, ascolto, tecnica e intuizione, tempo e misura. I suoi vini, biodinamici sono tra i più puliti, espressivi e vitali che si possano trovare in Italia. E proprio per questo, tra i più “naturali”, nel senso pieno del termine.
In un tempo in cui la parola naturale ha perso quasi ogni significato, diluita tra marketing e ideologia, Guccione ha scelto un’altra via: lasciar parlare il vino, e farlo bene. Dietro ogni bottiglia c’è una vigna condotta con attenzione artigianale e sensibilità agricola; c’è la capacità di attendere il momento giusto, anche quando questo vuol dire rimandare l’uscita di un vino di anni; c’è un pensiero profondo e mai gridato su cosa voglia dire coltivare, trasformare e infine condividere un pezzo di terra.

Un’altra Sicilia, in Contrada Cerasa
Siamo a Cerasa, nel cuore dell’entroterra palermitano, tra le colline che separano la valle dello Jato da quella del Belìce. Qui, il bisnonno di Francesco, durante la Prima guerra mondiale, decise di piantare vigna per sottrarsi al mercato nero del grano. Da allora, la storia agricola della famiglia Guccione ha attraversato generazioni, terremoti, fratture e rinascite. Fino a quando, nel 2005, Francesco decide di iniziare una nuova fase: vinificare in proprio, con il proprio nome, le uve che da sempre crescevano in quelle terre.

La svolta è anche spirituale, oltre che tecnica. «In biodinamica – dice – l’agricoltore deve avere un approccio che possiamo definire artistico, cioè la capacità di sentire quello che è veramente necessario per la propria vigna». È una frase che racconta molto del suo metodo: non un’adesione dogmatica, ma un dialogo costante con la natura, con la memoria, con il ritmo del tempo. A Cerasa non si rincorre la moda, non si forzano le annate: si attende. Si studia. Si riflette. E si produce vino solo quando ha senso farlo.

Pulizia, profondità, consapevolezza
Nel mondo del vino cosiddetto naturale, troppo spesso si tollerano scorrettezze e difetti in nome di una supposta autenticità. Ma Francesco Guccione dimostra con ogni etichetta – che sia Trebbiano, Catarratto, Perricone o Nerello – che si può fare vino pulito, elegante, espressivo, e al tempo stesso pienamente agricolo, pienamente vivo. Un vino che non ha bisogno di travestirsi da altro, perché è già se stesso.

La sua è una lezione implicita ma fondamentale: fare vino naturale non significa lasciare fare alla natura, ma lavorare il doppio per metterla nelle condizioni di esprimersi senza forzature. Significa conoscere a fondo ogni parcella, ogni fermentazione, ogni attesa. Significa – e questo è il punto – partire sempre dalla qualità dell’uva, non dalla narrativa che la circonda. Perché non basta dire “biodinamico” per garantire bontà o salubrità. Serve rigore, serve cultura, serve un’etica agricola che sia anche etica umana.

La ferita e la rinascita
Come spesso accade alle storie autentiche, anche quella di Francesco ha conosciuto una frattura. Dopo aver costruito con anni di lavoro la prima cantina, l’identità aziendale e la reputazione dei vini di Cerasa, si è ritrovato fuori da ciò che aveva fondato. «Come in un brutto sogno – ha scritto – ti trovi la porta della cantina chiusa e qualcuno che ti dice: “tu sei fuori”». È una ferita profonda, che avrebbe potuto chiudere ogni strada. E invece ha dato inizio a un nuovo percorso.
Francesco Guccione ha ricominciato. Senza clamore, senza recriminazioni, ma con la forza interiore di chi sa che la coerenza, alla lunga, ha più valore di ogni marchio. Ha ricostruito la sua identità viticola pezzo dopo pezzo, ha continuato a portare in giro per il mondo i suoi vini, a parlare con chiarezza, a far degustare senza parole superflue. Ha mostrato, con l’esempio, cosa può diventare il vino naturale quando è fatto con cultura, sensibilità e precisione.

Un punto di riferimento, non un modello
Francesco Guccione non ama essere messo su un piedistallo, ma chi oggi parla di vini naturali, e soprattutto chi li fa, dovrebbe guardare al suo lavoro come a una bussola possibile. Non per copiarlo, ma per capire che esiste una via sobria, riflessiva, profondamente etica di fare vino. Una via in cui il terroir non è un concetto astratto, ma un equilibrio tra ciò che la terra offre e ciò che l’uomo sa cogliere senza stravolgere.
Nel panorama enologico attuale, dove le barriere tra naturale e convenzionale andrebbero finalmente superate a favore della qualità, della verità e del rispetto per il consumatore, Francesco Guccione è una figura cardine. Uno che ha scelto il silenzio del lavoro alla retorica dei manifesti. E che, proprio per questo, produce vini che parlano con una voce chiara, netta, inconfondibile.

I vini di Francesco Guccione
Trebbiano 2020 Terre Siciliane igt
Un bianco che sa di storia e freschezza. Niente legno, solo acciaio, per esprimere agrumi, frutta bianca, delicate note di miele. In bocca è teso, vibrante e sorprendentemente sapido.Catarratto 2022 Terre Siciliane igt
Fine, luminoso, essenziale. Un Catarratto dallo stile gentile ma deciso, con profumi di frutta gialla matura, erbe aromatiche e un finale fresco e salino.Bianco di Cerasa 2021 Terre Siciliane igt L’unione riuscita tra Trebbiano e Catarratto. Frutta, fiori, sale e miele in un sorso denso ma agile. Un bianco elegante, profondo e irresistibile. Da bere senza accorgersi del tempo che passa.
Machado 2020 rosato Terre Siciliane igt (Trebbiano, Catarratto, Perricone e Nerello Mascalese in quantità variabili).Nato da uve bianche e nere, è fresco come un bianco ma con il cuore da rosso. Profuma di fragoline e chinotto, il sorso è raffinato, un vino rosa affascinante e delicato.
Rosso di Cerasa 2020 Terre Siciliane igt
Realizzato solo con la migliore selezione di Nerello Mascalese e Perricone e prodotto solo in determinate annate. Nerello Mascalese e Perricone in equilibrio perfetto. Profuma di ciliegie e fiori. Sorso avvolgente per un vino di rara eleganza.Nerello Mascalese 2021 Terre Siciliane igt
Una versione elegante e gentile del celebre vitigno etneo. Frutti di bosco, spezie leggere e un tocco di cuoio. Il sorso è fresco, scorrevole, pieno di grazia.P16 (Perricone 2016)
Otto anni di attesa per un vino che parla con la stessa lingua dei grandi rossi del mondo. Ciliegia in confettura, agrumi, cuoio, spezie e frutti di bosco. Rotondo, complesso, con tannini morbidi e lunghissima persistenza. Un Perricone da collezione. -
Collio da uve autoctone: la forza di un’identità condivisa e il tempo ritrovato del vino bianco

Esiste un progetto che, senza grandi proclami sta cambiando il modo in cui guardiamo al vino bianco italiano. Un progetto nato dal basso, tra strette di mano e confronti sinceri tra produttori che credono nella forza di un’identità territoriale autentica. “Collio da uve autoctone” non è solo un nome su un’etichetta: è la dichiarazione concreta di un’idea di vino che rimette al centro il luogo, la storia e soprattutto il tempo.
In un mondo del vino che ha spesso insegnato a pensare il bianco come prodotto di pronta beva, il Collio da uve autoctone dimostra invece che eleganza, complessità e capacità evolutiva possono convivere in un calice che sa parlare anche a distanza di anni dalla vendemmia. Anzi, è proprio dopo qualche anno che questi vini riescono a raccontare la loro verità più profonda, con sfumature che emergono grazie a un affinamento naturale e rispettoso, in bottiglia e nel tempo.

Voci diverse, un solo territorio
L’idea alla base del progetto è semplice e al tempo stesso dirompente: realizzare un vino bianco Collio DOC utilizzando esclusivamente le tre varietà storiche del territorio – tocai Friulano, ribolla gialla e malvasia istriana – le stesse che per decenni hanno modellato il paesaggio agricolo e la cultura contadina di queste colline. Un uvaggio tradizionale, certo, ma riscoperto con spirito contemporaneo, per dare vita a una tipologia chiara, riconoscibile e profondamente legata al luogo.
A differenza di molte versioni di Collio realizzate con varietà internazionali (che il disciplinare pure ammette), qui si è scelto di fare un passo indietro come azienda per farne uno in avanti come collettività. Un vino corale, insomma, dove il territorio viene prima del brand, l’identità prima del marketing.

Coltivare insieme un’idea
Il seme del progetto è stato piantato tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 da Kristian Keber (Edi Keber), Andrea Drius (Terre del Faet), Fabijan Muzic (Muzic) e Alessandro Dal Zovo (Cantina Produttori di Cormòns). A loro si sono presto uniti Buzzinelli e Korsic, seguiti poi da La Rajade, Ronco Blanchis, Marcuzzi, Vigne della Cerva, Manià, con nuove adesioni già in arrivo. Insieme hanno dato vita a una vera e propria “linea” di Collio da uve autoctone, ciascuno con la propria interpretazione, ma tutti sotto un unico messaggio: riportare il Collio al centro della scena, non più come somma di stili aziendali, ma come espressione univoca di territorio.
In questo senso, l’etichetta è tutt’altro che un dettaglio grafico: è un manifesto. Il nome “Collio” torna ben visibile, scritto grande, come si usava un tempo, quando bastava quella parola per evocare eleganza, longevità e personalità.

Ma è nel calice che il progetto trova la sua massima forza espressiva: qui, più che altrove, si coglie come il bianco friulano possa – e debba – essere pensato su una scala temporale più lunga, abbandonando l’idea che solo il rosso meriti l’attesa.
Sarebbe il caso che i produttori, soprattutto nei territori storicamente vocati ai bianchi, iniziassero a interrogarsi più seriamente su questo tema: nessuno mette in discussione la necessità di uscire con dei vini bianchi d’annata e di pronta beva, ma quando ci si trova di fronte a un bianco con un reale potenziale di invecchiamento, ha davvero senso immetterlo sul mercato dopo appena cinque mesi dalla vendemmia? I Collio da uve autoctone dimostrano che la risposta è no. Che il tempo è un ingrediente essenziale, non un ostacolo logistico. E che la longevità, oggi, può diventare un valore comunicabile anche per i bianchi. In questo, ristoratori e comunicatori hanno un ruolo fondamentale.

i quattro produttori che hanno dato vita al progetto Un messaggio che matura nel tempo
Dietro al progetto non c’è un’associazione formale, né un disciplinare alternativo. Ma c’è una visione comune, forse ancora più forte. Un’idea di vino che si nutre di ascolto, dialogo e rispetto per la storia. Come ha detto Andrea Drius: «Avremo vinto quando si dirà “beviamo un Collio” e nessuno chiederà di che uva si tratta, ma tutti sapranno cosa aspettarsi».
Non è solo una questione di stile. È un messaggio che va oltre la bottiglia, parla di coerenza, di scelte agronomiche consapevoli (le uve piantate dove rendono meglio, come si faceva un tempo), di valorizzazione del paesaggio, di orgoglio locale.
E se oggi il Collio da uve autoctone può contare su annate invecchiate capaci di raccontare il potenziale espressivo di questi vini nel tempo, è anche perché qualcuno ha avuto il coraggio di investire sulla permanenza in cantina, sulla costruzione di memoria liquida, sull’educazione del palato.
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Un altro tempo, la stessa terra: la visione di Serra Ferdinandea

L’anima di un luogo si rivela nel modo in cui ci attraversa: lì la natura sembra parlare una lingua antica, e il paesaggio si rivela, lento, profondo, necessario. Serra Ferdinandea nasce in uno di questi luoghi, sulle colline tra Sciacca e Sambuca di Sicilia, a pochi chilometri dal mare, di fronte a un orizzonte dove aleggia ancora il ricordo dell’Isola Ferdinandea. Un’isola fantasma, emersa nel 1831 per scomparire dopo poche settimane, lasciando una scia di mistero capace di affascinare scrittori e geologi, narratori e viaggiatori.

la mappa di Serra Ferdinandea È su questa terra intatta da secoli – mai toccata da agricoltura intensiva, pascolata e levigata dal vento – che prende forma un progetto agricolo tra i più visionari del panorama italiano. Serra Ferdinandea non è soltanto un’azienda agricola, ma un organismo vivo e polifonico, che intreccia la produzione del vino con la rigenerazione del paesaggio, il sapere contadino alla consapevolezza ecologica, il gesto agricolo alla ricerca di un’armonia profonda tra uomo e natura.

Fondata nel 2019 dalla collaborazione tra le famiglie Planeta e Oddo, Serra Ferdinandea è una realtà biodinamica dove ogni scelta è frutto di ascolto. Il suolo, la luce, il silenzio: tutto viene rispettato, osservato, valorizzato. Non si coltiva per dominare, ma per nutrire: la terra, chi la lavora, chi la abita.
I 110 ettari dell’azienda si distendono tra boschi, prati, vigne, campi di grano Perciasacchi, fichi, ceci Sultano e arnie di api nere sicule. Un paesaggio agricolo che assomiglia a un ecosistema autosufficiente, pensato per offrire, come un’antica tavola mediterranea, tutti i nutrienti necessari per vivere in equilibrio. L’agricoltura qui è gesto etico e culturale, ma anche atto spirituale: lavorare la terra significa entrare in relazione con le sue energie sottili, lasciarsi attraversare dalla sua forza primigenia.

I vigneti, 17 ettari coltivati tra i 400 e i 500 metri di altitudine, accolgono varietà autoctone e alloctone – Grillo, Nero d’Avola, Syrah, Sauvignon Blanc – che dialogano tra loro in un equilibrio mai forzato. I vini, Sicilia DOC, sono espressione di questa armonia: non cercano di stupire, ma di raccontare. Sono vini in cui la mineralità delle antiche rocce marine si unisce alla freschezza dei venti collinari e all’intensità del sole meridiano.
Ma Serra Ferdinandea è molto più di vino. È pasta, farine, legumi, miele. È una visione agricola che include il cibo come atto nutriente, come relazione tra corpo e territorio. È anche una cantina urbana, a Menfi, che si fa spazio sociale e culturale, punto d’incontro e di sperimentazione, esempio di architettura artigianale e rigenerata.

A guidare il progetto è un team under 40, competente e appassionato, formato dall’agronomo Giacomo Marrone, dall’enologo Calogero Riportella e coordinato dalla magnetica Cecilia Carbone, classe 1994, genovese d’origine e siciliana d’adozione. Presenza vitale e carismatica, in piena sintonia con le energie del luogo, Cecilia ha scelto di lasciare la città e una carriera già avviata tra musica, finanza e lingue orientali, per seguire un’intuizione profonda: che il futuro si coltiva con le mani nella terra. La sua è una scelta radicale e contemporanea, maturata in un percorso fatto di esplorazioni culturali e spirituali, che l’ha condotta a vivere in campagna, in un luogo dove la biodiversità non è solo ambientale ma anche umana.

Cecilia Carbone Convinta che il vero cambiamento passi dalla terra, e non dalla città, si trasferisce in Sicilia, dove entra nel progetto Serra Ferdinandea, che oggi custodisce e coordina con passione e visione. Il suo percorso, tra musica, lingue, città globali e scelte radicali, riflette un’idea profonda e concreta: riportare la campagna al centro del dibattito sociale, come luogo di produzione sostenibile ma anche di benessere umano.

Serra Ferdinandea, oggi, è tutto questo. Ma soprattutto è un luogo che vibra. Chi ci cammina lo sente: qualcosa cambia nel respiro, nel passo, nella percezione del tempo. Forse è l’energia antica delle rocce, o la memoria sepolta dell’isola che fu. Forse è solo il silenzio, finalmente ascoltato. Ma qui, tra le “serre” siciliane e il profumo del mare, si riscopre un modo diverso di abitare il mondo: più attento, più lento, più vero.

Il nome stesso dell’azienda nasce da una doppia ispirazione. Da un lato l’Isola Ferdinandea, con il suo fascino misterioso, dall’altro le “serre”, termine siciliano che indica le colline a forma di sella che si rincorrono in questa parte dell’entroterra. Risalendo dal mare, infatti, il paesaggio muta e si fa quasi montuoso: le creste si alternano ai prati, e le “serre” disegnano una geografia intima e selvaggia. Un luogo che si lascia scoprire a poco a poco, come una verità antica che continua a parlare nel tempo, sottovoce.

Bianco 2023 – Sicilia DOC
Grillo 50% – Sauvignon Blanc 50%
Qui è dove l’energia solare e salina del Grillo siciliano si unisce al carattere vibrante e aromatico del Sauvignon Blanc, in un abbraccio sorprendente. Il risultato è un vino bianco elegante e generoso, che conquista con profumi intensi e una personalità luminosa.
Un bianco pensato per il presente, ma capace di evolvere nel tempo. Fermentato e affinato in legno e acciaio, accompagna con grazia la tavola mediterranea, dalla cucina di mare ai piatti vegetariani più aromatici.
Viene prodotto seguendo pratiche agricole ispirate alla biodinamica e ai principi del protocollo SOStain®, con rispetto per la vitalità del suolo e la biodiversità. Un vino che parla non solo di territorio, ma anche di cura e visione.

Rosé 2024 – Sicilia DOC
Nero d’Avola 100%
Un rosato che profuma di luce, vento e mare. Serra Ferdinandea lo ottiene da uve Nero d’Avola coltivate a Sambuca di Sicilia, a oltre 400 metri sul livello del mare, seguendo i principi dell’agricoltura biodinamica e del protocollo SOStain®. In vigna si lavora con il ritmo delle stagioni, favorendo la vitalità del suolo attraverso piante spontanee e preparati naturali.
Il colore, elegante e delicato, richiama l’oro rosa. Il vino è fresco e scorrevole, con un carattere mediterraneo che si esprime in tutta la sua autenticità, rendendolo perfetto per chi ama i vini diretti, ma mai banali.
Facile da bere, difficile da dimenticare. Un invito a rallentare e godersi il momento, in compagnia o da soli, davanti a un piatto di pesce o semplicemente al tramonto.

Rosso 2021 – Sicilia DOC
50% Nero d’Avola – 50% Syrah
Un rosso che racconta l’incontro tra mondi diversi, senza perdere il legame con la terra che lo ha generato. Nero d’Avola e Syrah si uniscono in parti uguali, dando vita a un vino profondo ma non pesante, elegante ma non distante. Un equilibrio di carattere e finezza.
Le uve, raccolte a mano nei tempi giusti per ciascuna varietà, provengono da vigneti coltivati su suoli argillosi, secondo i principi dell’agricoltura biodinamica, del protocollo SOStain® e di un rispetto profondo per il paesaggio mediterraneo di Sambuca di Sicilia.
Un vino sincero, che invita al dialogo e alla scoperta. Da condividere con chi sa ascoltare ciò che un vino ha da dire, anche senza usare troppe parole.
Cecilia Carbone presenta Serra Ferdinandea
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Appius: dove il vino incontra l’arte e abita il tempo

C’è un nuovo spazio nel cuore dell’Alto Adige, e non è solo una cantina: è una dichiarazione d’intenti, un gesto estetico, un invito alla contemplazione. La Cantina San Michele Appiano ha dato forma a un sogno che aveva preso vita più di dieci anni fa nella mente del suo storico enologo Hans Terzer: Appius, la cuvée simbolo di eleganza e visione, ha oggi il suo “tempio”.
Inaugurata tra il 2023 e il 2024, la nuova cantina dedicata ad Appius è molto più di un luogo produttivo. È un ambiente immersivo, pensato per accogliere e raccontare, dove l’architettura si intreccia con la filosofia di un vino che guarda sempre avanti, ma senza mai perdere il senso del tempo. Un tempo lungo, profondo, fatto di affinamenti, di attese, di dettagli.

Hans Terzer Il progetto, firmato dall’architetto Walter Angonese, si sviluppa a partire da spazi preesistenti, trasformati con rigore e sensibilità in una sala di circa 270 metri quadrati dominata da geometrie pulite e colori netti. Le pareti nere, rivestite in piastrelle ceramiche, dialogano con i riflessi caldi dei 14 serbatoi tronco-conici in acciaio satinato color bronzo: forme disegnate su misura, ispirate all’eleganza della bottiglia di Appius, ma con una funzione precisa – aumentare il contatto con i lieviti durante l’affinamento.

Al centro, come un cuore silenzioso, una sala degustazione di 30 metri quadrati riceve la luce naturale da una finestra zenitale: qui, il contrasto tra il nero e il rovere chiaro racconta di equilibrio e profondità. Tutto intorno, le bottiglie delle annate precedenti disposte come opere d’arte: nero e oro, vetro e luce, tempo e materia.
«Abbiamo voluto creare uno spazio che fosse ispirante – spiega Jakob Gasser, attuale enologo della cantina – dove il vino potesse dialogare con il tempo e con la bellezza, in modo discreto ma intenso».

Appius. Arte. Amore. Alto Adige.
Non poteva mancare il gesto artistico. Una volta terminato il progetto architettonico, è nata l’idea di rendere ancora più forte il legame tra estetica e vino attraverso un’opera d’arte. La scelta è ricaduta su Robert Pan, artista bolzanino noto per le sue creazioni astratte in resina e pigmenti. Il suo linguaggio visivo – stratificato, vibrante, luminoso – ha offerto la chiave per un racconto parallelo, una “traduzione” dell’anima di Appius.
L’opera realizzata per la cantina è stata scomposta in dieci frammenti, diventati etichette in resina per un’edizione limitata e speciale di Appius 2019. Un connubio tra vino e arte contemporanea che va oltre la funzione e si fa esperienza sensoriale e culturale.

In un mondo che spesso corre veloce, la nuova cantina di Appius è un invito a rallentare, ad ascoltare, ad assaporare. Un esempio raro di come l’architettura possa tradurre un’idea di vino in uno spazio vivo, dove ogni dettaglio – dai serbatoi alle luci, dalle bottiglie all’opera d’arte – racconta la coerenza di un’identità.
Un’identità fondata su una convinzione semplice e assoluta, che a San Michele Appiano si tramanda da più di un secolo: la qualità non conosce compromessi.





















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