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Ceuso e la visione di Giacomo Tachis: il racconto di Tonnino in Sicilia

Quando Giacomo Tachis approda in Sicilia all’inizio degli anni Novanta, l’isola del vino è ancora prigioniera di una reputazione legata ai grandi numeri e allo sfuso, lontana da quell’idea di qualità identitaria che oggi diamo quasi per scontata.
Con il suo arrivo all’IRVO – l’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio – chiamato da Diego Planeta, Tachis intuisce prima di altri che la Sicilia non è una periferia del vino italiano, ma un continente enologico, complesso e plurale. È in questo solco che nasce la centralità del Nero d’Avola, finalmente liberato da ruoli marginali, e che vitigni come Frappato e Grillo trovano interpreti all’altezza della loro finezza.
Tra i progetti che meglio raccontano questa stagione c’è il Ceuso, creato nel 1990 come blend di Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon e Merlot, con un’ambizione dichiarata: dimostrare che anche in Sicilia fosse possibile dare vita a un grande rosso italiano, capace di dialogare con il mondo senza rinnegare la propria origine. Il vino di Tachis viene prodotto dal 1995 al 2012, poi lo stop.

Baglio Ceuso La sua seconda vita inizia nel 2020, quando la famiglia Tonnino decide di riportarlo in produzione grazie agli appunti ritrovati e alla memoria tecnica di Gino Amato, storico cantiniere di Tachis. La rinascita del Ceuso coincide con l’acquisto del Baglio Ceuso da parte di Antonio Tonnino, che insieme al recupero della struttura ottocentesca riattiva anche il progetto enologico.
Il racconto di Tonnino affonda le radici ad Alcamo, una delle aree storicamente più vocate della Sicilia occidentale. Qui la viticoltura è sempre stata un fatto naturale, quasi inevitabile: colline ventilate, luce costante, un sapere agricolo tramandato senza retorica. Oggi a guidare l’azienda è la terza generazione, rappresentata da Antonio Tonnino, protagonista anche della rinascita di Baglio Ceuso.
Costruito nel 1860, il baglio è stato per decenni un nodo centrale della vita enologica del territorio, favorito da una posizione strategica tra Palermo e Marsala e da una logistica sorprendentemente moderna per l’epoca. Dopo il declino seguito alla fillossera e agli anni più difficili del Novecento, è proprio qui che, negli anni Novanta, Giacomo Tachis firma il progetto Ceuso Rosso, restituendo al sito un ruolo simbolico nel panorama vitivinicolo siciliano.
L’acquisizione da parte della famiglia Tonnino nel 2020 e il restauro concluso nel 2023 non sono stati un’operazione nostalgica, ma un atto di continuità: vasche in cemento, barricaia e cortile interno tornano a essere spazi vivi, produttivi e attraversabili. Il riconoscimento come Luogo del Cuore FAI suggella un valore che va oltre il vino, toccando la memoria collettiva del territorio.
Ceuso e gli altri vini degustati
Oggi Tonnino gestisce circa 120 ettari di vigneti biologici certificati, distribuiti tra Alcamo, Valle del Belice, Poggioreale e Contessa Entellina. Tre vini, molto diversi tra loro, raccontano bene l’ampiezza del progetto e il dialogo costante tra territorio e visione.

Pizzo di Gallo 2024
Un Pinot Grigio che sfugge a ogni interpretazione prevedibile. Nasce sulle colline di Poggioreale, su terreni chiari e ricchi di fossili, a un’altitudine che regala luce e ventilazione costanti.
Al naso richiama la frutta matura, con richiami di pera, note esotiche e una lieve freschezza agrumata. Al palato è diretto, piacevole, con una chiusura che invita a tornare al bicchiere.
Il Pinot Grigio non è un vitigno abituale in Sicilia e proprio per questo sorprende: dentro questo vino si ritrova, in modo inaspettato, un’idea autentica di isola, libera da modelli precostituiti.

Triangolo di Zabib 2024
Lo Zibibbo è il vitigno aromatico siciliano per eccellenza e qui viene raccontato senza eccessi. Il vigneto si trova su un pendio che domina l’incontro dei due rami del fiume Belice, in un paesaggio agricolo essenziale e luminoso.
I profumi richiamano la zagara, il mandarino, il gelsomino e le erbe mediterranee. In bocca il vino mantiene una bella freschezza e una naturale tensione che accompagna il sorso fino alla fine.
Uno Zibibbo che rinuncia all’opulenza per restituire un legame sincero con il territorio.

Ceuso 2020
Ceuso nasce nel 1990 da un’idea di Giacomo Tachis, che immaginò questo blend di Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon e Merlot come uno dei grandi rossi italiani. Dopo anni di silenzio, la famiglia Tonnino ne ha avviato la rinascita nel 2020, riportando in vita un progetto simbolo del vino siciliano contemporaneo.
Nel bicchiere emergono profumi profondi e maturi, che ricordano la frutta scura, le spezie e una leggera nota balsamica. Il sorso è ampio e avvolgente, sostenuto da un equilibrio che accompagna la degustazione senza appesantirla.
Ceuso resta un vino di respiro internazionale, ma saldamente legato al paesaggio che lo genera. Un ritorno che non ha il sapore della nostalgia, ma quello della coerenza.
Ceuso and Giacomo Tachis’s Vision: The Story of Tonnino in Sicily
When Giacomo Tachis arrived in Sicily in the early 1990s, the island’s wine scene was still trapped in a reputation tied to large volumes and bulk wine, far from the sense of quality and identity we now almost take for granted.
With his arrival at IRVO – the Regional Institute of Wine and Oil – invited by Diego Planeta, Tachis was among the first to understand that Sicily was not a peripheral region in Italian winemaking, but a complex and rich wine continent. It was in this context that Nero d’Avola gained prominence, freed from its marginal role, and varieties like Frappato and Grillo found interpreters capable of highlighting their finesse.
One of the projects that best reflects this period is Ceuso, created in 1990 as a blend of Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, and Merlot, with a clear ambition: to show that even in Sicily it was possible to produce a great Italian red, capable of speaking to the world without losing its roots. Tachis’s wine was produced from 1995 to 2012, then discontinued.
Its second life began in 2020, when the Tonnino family decided to bring it back to production, relying on recovered notes and the technical memory of Gino Amato, Tachis’s former cellar master. The revival of Ceuso coincided with Antonio Tonnino’s acquisition of Baglio Ceuso, and along with the restoration of the 19th-century estate, the winemaking project was also resumed.
The Tonnino story has its roots in Alcamo, one of the historically most suitable areas for winemaking in western Sicily. Here, viticulture has always been a natural and almost inevitable practice: ventilated hills, constant light, and a know-how handed down through generations. Today the company is led by the third generation, Antonio Tonnino, who also oversaw the revival of Baglio Ceuso.
Built in 1860, the estate was for decades a central hub in the region’s winemaking life, favored by a strategic position between Palermo and Marsala and a surprisingly advanced logistics network for its time. After decline due to phylloxera and the more challenging years of the 20th century, it was precisely here, in the 1990s, that Giacomo Tachis developed the Ceuso Red project, restoring the site as a symbolic landmark in the Sicilian wine landscape.
The Tonnino family’s acquisition in 2020 and the restoration completed in 2023 were not nostalgic gestures but acts of continuity: the cement vats, barrel rooms, and inner courtyard were revived as lively, productive spaces. Recognition as a FAI “Place of the Heart” underlines a value that goes beyond wine, touching the collective memory of the territory.
The Wines Tasted
Today Tonnino manages around 120 hectares of certified organic vineyards, distributed between Alcamo, Valle del Belice, Poggioreale, and Contessa Entellina. Three very different wines offer a glimpse into the scope of the project and the ongoing dialogue between land and vision.
Pizzo di Gallo 2024
The Copper-Colored Hills
A Pinot Grigio that avoids predictable interpretations. It grows on the hills of Poggioreale, on light, fossil-rich soils, at an altitude that ensures constant light and ventilation.
The nose evokes ripe fruit, with hints of pear, exotic notes, and a subtle citrus freshness. On the palate, it is direct and enjoyable, with a finish that invites a second sip.
Pinot Grigio is not a common grape in Sicily, and yet here it surprisingly captures an authentic sense of the island, free from preconceived models.
Triangolo di Zabib 2024
The Aromatic of the Belice
Zibibbo is Sicily’s quintessential aromatic grape, and here it is expressed without excess. The vineyard sits on a slope overlooking the meeting point of the two branches of the Belice River, in a simple and luminous agricultural landscape.
The aromas recall orange blossom, mandarin, jasmine, and Mediterranean herbs. On the palate, the wine maintains a natural freshness that carries through to the finish.
A Zibibbo that forgoes opulence to convey a sincere connection to its territory.
Ceuso 2020
The Return of a Sicilian Wine Icon
Ceuso was born in 1990 from Giacomo Tachis’s idea, who envisioned this blend of Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, and Merlot as one of Italy’s great reds. After years of silence, the Tonnino family revived it in 2020, bringing back a project that had become a symbol of contemporary Sicilian wine.
In the glass, deep and mature aromas emerge, recalling dark fruit, spices, and a light balsamic note. The taste is broad and enveloping, balanced and easy to enjoy.
Ceuso remains an internationally oriented wine, firmly connected to the landscape that produces it. A return that carries no sense of nostalgia, only coherence.
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Wines Experience: una nuova piattaforma internazionale per il vino italiano tra Europa, Asia e America

Nel panorama sempre più competitivo della promozione internazionale del vino, nasce Wines Experience, una nuova piattaforma fieristica pensata per rafforzare la presenza del vino italiano in tre mercati chiave: Regno Unito, Vietnam e Messico. Il progetto è sviluppato da United Experience in collaborazione con BolognaFiere e Fiere Italiane SEA, con l’obiettivo di offrire alle aziende vitivinicole uno strumento strutturato e continuativo per affrontare mercati complessi e in rapida evoluzione.

Più che una singola manifestazione, Wines Experience si configura come un ecosistema internazionale che unisce tre appuntamenti fieristici sotto un’unica identità progettuale, favorendo coerenza di posizionamento e continuità commerciale. Il calendario 2026 prevede tre tappe strategiche: Londra (26-27 aprile), con la nuova edizione del Real Italian Wine & Food Experience; Ho Chi Minh City (25-26 giugno), hub emergente per il Sud-est asiatico; e Città del Messico (10-11 novembre), in un mercato in forte crescita per il consumo di vino.
Il format proposto punta su un modello fieristico contemporaneo, orientato al business e alla qualità delle relazioni. Spazi di degustazione evoluti, percorsi di tasting alla cieca, strumenti digitali e soluzioni tecnologiche avanzate accompagnano l’esperienza degli operatori, con un’attenzione particolare al matchmaking tra produttori e buyer, pensato per rendere gli incontri più mirati ed efficaci.

Antonio Bruzzone Secondo Antonio Bruzzone, CEO di BolognaFiere, il progetto si inserisce in una più ampia strategia di internazionalizzazione del gruppo, volta a sostenere l’export del comparto vitivinicolo italiano e a consolidare il ruolo di BolognaFiere come piattaforma globale per il Made in Italy. Una visione condivisa anche da Maurizio Muzzetta, presidente di Fiere Italiane SEA e fondatore di United Experience, che sottolinea la volontà di offrire alle imprese italiane un presidio stabile e competitivo, capace di valorizzare il prodotto attraverso linguaggi espositivi e narrativi aggiornati.

Maurizio Muzzetta Wines Experience si propone quindi come un nuovo strumento di lavoro per il settore, più che come una semplice vetrina: una piattaforma che integra promozione, relazione e visione strategica, accompagnando produttori e operatori lungo un percorso internazionale di medio-lungo periodo. Un progetto che guarda al futuro del vino italiano, puntando su mercati diversi ma complementari, e su un’idea di internazionalizzazione basata non solo sui numeri, ma sulla qualità delle connessioni.
Wines Experience: a new international platform for Italian wine across Europe, Asia and the Americas
In an increasingly competitive global landscape for wine promotion, Wines Experience is launched as a new international platform designed to strengthen the presence of Italian wine in three key markets: the United Kingdom, Vietnam and Mexico. The project is developed by United Experience in collaboration with BolognaFiere and Fiere Italiane SEA, with the aim of offering wine producers a structured and continuous tool to approach complex and rapidly evolving markets.
More than a single trade fair, Wines Experience positions itself as an international ecosystem, bringing together three events under a unified conceptual identity. This approach allows companies to operate across different geographical areas with consistency and a coordinated market positioning. The 2026 calendar includes three strategic stops: London (26–27 April), hosting the new edition of Real Italian Wine & Food Experience; Ho Chi Minh City (25–26 June), a key gateway to Southeast Asia; and Mexico City (10–11 November), in a country experiencing significant growth in wine consumption.
The proposed format is built around a modern, business-oriented trade fair model, focused on the quality of professional relationships. Advanced tasting areas, blind tasting sessions, digital tools and innovative technological solutions shape an immersive experience, with particular attention to targeted matchmaking between producers and buyers, designed to make meetings more effective and commercially relevant.
According to Antonio Bruzzone, CEO of BolognaFiere, the initiative is part of a broader internationalisation strategy aimed at supporting Italian wine exports and strengthening BolognaFiere’s role as a global platform for Made in Italy. This vision is shared by Maurizio Muzzetta, President of Fiere Italiane SEA and founder of United Experience, who highlights the ambition to provide Italian companies with a stable and competitive international presence, enhancing product quality through contemporary exhibition languages and storytelling tools.
Wines Experience thus presents itself as a new working platform for the wine sector, rather than a simple showcase. It integrates promotion, visibility and professional networking into a long-term international pathway, supporting producers and operators across diverse but complementary markets. A project that looks to the future of Italian wine, focusing not only on expansion, but on the value and quality of connections.
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Rosélla 2021. Il ritorno all’attesa del Metodo Classico

Celebre e celebrato per la Cuvée del Fondatore Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Rive di Col San Martino, Merotto torna dopo oltre quarant’anni a confrontarsi, con grande consapevolezza, con il Metodo Classico. Di certo non lo fa per ampliare una gamma già riconosciuta e premiata, ma per chiudere, o forse riaprire, un cerchio personale e umano. Rosélla è dedicato alla moglie amata e scomparsa: un vino che nasce dall’attesa, dal tempo e dalla memoria, prima ancora che dalla tecnica.
Prodotto esclusivamente da Pinot Nero in purezza, proveniente da un piccolo vigneto di proprietà di tre ettari a Col San Martino, Rosélla 2021 è un Pas Dosé rigoroso e misurato, realizzato in sole 6.145 bottiglie, 510 magnum, 3 jeroboam e un unico mathusalem. Numeri che raccontano una scelta precisa: sottrarre, non aggiungere.

Photo ©Mattia Mionetto Per comprendere davvero Rosélla bisogna tornare a Graziano Merotto, alla sua idea di viticoltura come lavoro quotidiano, fisico, quasi sacrale. Da oltre cinquant’anni lavora le vigne in prima persona, portando avanti una tradizione che affonda le radici all’inizio del Novecento, quando il nonno Agostino iniziò a misurarsi con quella terra ripida, ostinata e generosa delle colline di Conegliano Valdobbiadene.
Merotto ha sempre “sentito” la vigna prima ancora di interpretarla: osservare le stagioni, intuire la maturazione, aspettare il momento giusto. È da questa relazione profonda che nasce il suo percorso, dagli esordi con il Sur Lie negli anni Settanta, passando per la sperimentazione del Metodo Martinotti, fino a vini che hanno segnato un’epoca come La Primavera di Barbara e, soprattutto, la Cuvée del Fondatore, simbolo di un Prosecco capace di ambizione e profondità.
Rosélla arriva, non a caso, dopo tutto questo.

La degustazione
Alla degustazione, Rosélla 2021 colpisce innanzitutto per la sua compostezza. Il colore è un rosa tenue, luminoso, mai ostentato. Il perlage è fine, continuo, integrato. Al naso emergono note delicate di piccoli frutti rossi, scorza di agrumi, cenni floreali e una sottile vena minerale che accompagna senza invadere.
In bocca è asciutto, teso, coerente con la scelta Pas Dosé. La freschezza è vibrante ma mai aggressiva, il sorso è lungo, essenziale, costruito sull’equilibrio più che sulla potenza. È un vino che non cerca consenso immediato, ma invita alla misura. E al secondo, terzo sorso, cresce.

È un Metodo Classico che non guarda al mercato, ma al tempo. Un vino che nasce per restare, più che per apparire. E che dimostra come, anche nelle terre del Prosecco, quando c’è verità di pensiero, l’attesa possa essere la forma più alta di espressione.
Rosélla 2021. The Return to Waiting in the Traditional Method
Renowned and widely celebrated for the Cuvée del Fondatore Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG Rive di Col San Martino, Graziano Merotto returns, after more than forty years, to the Traditional Method with great awareness. This is certainly not an attempt to expand an already acclaimed and award-winning range, but rather to close—or perhaps reopen—a deeply personal and human circle. Rosélla is dedicated to his beloved wife, now gone: a wine born of waiting, time and memory, even before technique.
Made exclusively from pure Pinot Noir, sourced from a small, three-hectare estate vineyard in Col San Martino, Rosélla 2021 is a rigorous and finely measured Pas Dosé. Production is limited to just 6,145 bottles, alongside 510 magnums, three jeroboams and a single methuselah. Numbers that clearly speak of a precise choice: subtraction, not addition.
To truly understand Rosélla, one must return to Graziano Merotto himself, and to his vision of viticulture as daily work—physical, demanding, almost sacred. For more than fifty years he has tended his vineyards personally, carrying forward a tradition whose roots stretch back to the early twentieth century, when his grandfather Agostino first began working that steep, stubborn yet generous land of the Conegliano Valdobbiadene hills.
Merotto has always felt the vineyard before interpreting it: observing the seasons, sensing ripeness, waiting for the right moment. From this deep relationship stems his entire journey, from his early Sur Lie wines in the 1970s, through experimentation with the Martinotti method, to wines that have marked an era, such as La Primavera di Barbara and, above all, the Cuvée del Fondatore—symbol of a Prosecco capable of ambition and depth.
Rosélla arrives, not by chance, after all of this.
Tasting notes
At tasting, Rosélla 2021 immediately stands out for its composure. The colour is a pale, luminous pink, never showy. The perlage is fine, continuous and well integrated. On the nose, delicate notes of small red berries emerge, alongside citrus zest, floral hints and a subtle mineral vein that accompanies without overwhelming.
On the palate it is dry and taut, fully coherent with the Pas Dosé choice. Freshness is vibrant yet never aggressive; the sip is long and essential, built on balance rather than power. This is a wine that does not seek immediate consensus, but instead invites restraint. And with the second, third sip, it grows.
It is a Traditional Method that looks not to the market, but to time. A wine born to endure rather than to appear—one that shows how, even in the land of Prosecco, when there is truth of thought, waiting can become the highest form of expression.
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Il tempo del Colfondo: dieci anni di Su Alto

A volte mi imbatto, si badi bene, in gente del mestiere, ed è questo il vero dramma, in chi dice: «Io con il Prosecco non voglio aver nulla a che fare». Eno-snob? Certo. Ma un fondo di ragione, diciamolo, ce l’hanno. Soprattutto quando, in certi locali gestiti da persone sciatte e senza amore per il proprio lavoro, viene servito quel liquidò senza arte né parte spacciato per Prosecco. Per citare Sandro Sangiorgi, un prodotto caricaturale e inconsistente, infarcito di bolle anonime, che porta la stessa denominazione di vini ben più autentici.

Mara Ghirardi _ Claudio Francavilla Eppure, quei detrattori fingono di non sapere, o almeno spero che fingano, che di Prosecco si può parlare da Valdobbiadene a Trieste, che esistono una DOCG e una DOC e che la qualità non è affatto la stessa. Il Prosecco di pianura, dove un tempo si piantava mais, non potrà mai raggiungere i livelli dei grandi vignaioli delle colline di Valdobbiadene. Anche se, va detto, le generalizzazioni sono ingiuste: esistono ottimi DOC di pianura, perché la differenza la fa il lavoro, quello duro e convinto, anche dove la terra sembra meno vocata.
Ecco, tutto questo per dire che ai detrattori del Prosecco farei assaggiare il Colfondo dell’Antica Quercia. Magari l’annata 2017, sì, avete letto bene, per capire fin dove può arrivare questa tipologia quando nasce in un luogo giusto e viene accompagnata senza scorciatoie.

L’Antica Quercia e i dieci anni di Su Alto
Con la vendemmia 2025 l’Antica Quercia, proprietà della famiglia Francavilla, a Scomigo, ha celebrato i dieci anni di Su Alto, il Colfondo nato nel 2015 e divenuto emblema della visione aziendale: non cercare facili scorciatoie, ma dare al vino il tempo necessario per farsi espressione del luogo.
Il progetto nasce come riscoperta della tradizione del Colfondo, interpretata con sensibilità contemporanea e zero compromessi. Le uve provengono dai vigneti Costa e Calvario, sul versante di ponente della collina di Scomigo, dove il sole indugia più a lungo e accompagna una maturazione lenta e regolare. La vendemmia è manuale; la fermentazione è spontanea, innescata da un pied de cuve indigeno; la presa di spuma avviene in bottiglia con mosto della stessa annata. Nessuna sboccatura: i lieviti restano lì, a proteggere e a raccontare.
Nelle prime vendemmie una parte delle bottiglie veniva addirittura trasferita ai piedi del Monte Civetta, a duemila metri di quota, per affinare lentamente in condizioni estreme: da qui il nome Su Alto.

Mini verticale: tre annate, un’unica identità
Ho avuto l’opportunità di degustare tre annate di Su Alto, proprio nell’anno della sua decima vendemmia. Un piccolo viaggio nel tempo che ha confermato quanto un Colfondo possa evolvere e mantenere vitalità e come la Glera, quando lasciata libera di esprimersi, riesca a rivelare una sorprendente gamma di nuance.
2021
È l’annata più giovane e si sente: il profumo è chiaro, luminoso, fatto di sensazioni pulite, quasi croccanti, che ricordano la frutta bianca e una freschezza citrina. Ma è in bocca che il vino cambia passo: entra morbido e poi si accende, quasi irrequieto, con una vitalità che corre veloce e una chiusura salata che lascia presagire un futuro promettente. È un vino che non sta fermo, e questa è la sua forza.
2019
Qui il tempo ha iniziato a lasciare la sua impronta: il naso è più avvolgente, con un’idea di frutto maturo e un accenno speziato che ricorda lo zenzero, qualcosa che pizzica con eleganza. Al sorso è più largo, più pieno, come se avesse preso consapevolezza del proprio peso. Eppure, sul finale, arriva una lama di freschezza che sorprende e che deve ancora integrarsi del tutto. È un vino in cammino, affascinante proprio per questo.

2017
La più matura delle tre è anche la più calma e sicura di sé. Il profumo è raccolto, compatto, quasi campestre: fiori secchi, grano, un’eco di frutta chiara. In bocca scorre senza esitazioni, saporito e continuo, con un’effervescenza fine che accompagna un finale dal carattere deciso, quasi marino, come un soffio salato che torna e non si dimentica. Una bottiglia che mostra cosa può diventare un Colfondo quando il tempo gli dà ragione.
Oggi, dieci vendemmie dopo, Su Alto non è semplicemente un Colfondo che celebra un anniversario: è la sintesi della filosofia della cantina. Interventi minimi, tempi lunghi, rispetto del paesaggio agricolo. La convinzione che un vino sur lie, se sostenuto da una materia prima selezionata e da un protocollo rigoroso, possa attraversare gli anni senza cedere a scorciatoie tecniche.
The Time of Colfondo: Ten Years of Su Alto
Sometimes I come across – and mind you, I mean people in the trade, which is the real drama – those who say: “I don’t want anything to do with Prosecco.” Wine snobbery? Certainly. But let’s be honest, they have a point. Especially when, in some bars run by careless people with no love for their work, that bland, uninspired liquid is passed off as Prosecco. To quote Sandro Sangiorgi: a caricatured, inconsistent product, full of anonymous bubbles, carrying the same name as much more authentic wines.
Yet these detractors pretend – or at least I hope they pretend – not to know that Prosecco stretches from Valdobbiadene to Trieste, that there is a DOCG and a DOC, and that quality is far from uniform. Plainland Prosecco, grown where corn fields once spread, can never reach the heights of the great winemakers of the Valdobbiadene hills. Even so, generalizations are unfair: excellent DOC Prosecco exists in the plains too, because the difference is made by hard, dedicated work, even where the land seems less suited.
All this to say: I would make Prosecco skeptics taste the Colfondo from Antica Quercia. Perhaps the 2017 vintage – yes, you read that correctly – to understand just how far this style can go when it comes from the right place and is handled without shortcuts.
Antica Quercia and Ten Years of Su Alto
With the 2025 harvest, Antica Quercia – owned by the Francavilla family in Scomigo – celebrated ten years of Su Alto, the Colfondo born in 2015 and now emblematic of the winery’s philosophy: no shortcuts, but giving the wine the time it needs to express the place it comes from.
The project began as a rediscovery of the Colfondo tradition, interpreted with contemporary sensitivity and zero compromise. The grapes come from the Costa and Calvario vineyards, on the western side of the Scomigo hill, where the sun lingers longer and ensures slow, even ripening. Harvesting is manual; fermentation is spontaneous, triggered by an indigenous pied de cuve; the secondary fermentation occurs in the bottle with must from the same vintage. No disgorging: the lees remain to protect and tell the story of the wine.
In the early vintages, some bottles were even placed at the foot of Monte Civetta, at 2,000 meters above sea level, to age slowly under extreme conditions – hence the name Su Alto.
Mini Vertical: Three Vintages, One Identity
I had the chance to taste three vintages of Su Alto during its tenth harvest. A small journey through time that confirmed how a Colfondo can evolve and maintain vitality, and how Glera, when left free to express itself, can reveal an astonishing range of nuances.
2021 – The Energy That Sparks
The youngest vintage and you can feel it: the aroma is clear, bright, with clean, almost crunchy sensations reminiscent of white fruit and a citrusy freshness. But the wine changes in the mouth: soft at first, it then ignites, almost restless, with a vitality that moves quickly and a salty finish that hints at a promising future. It’s a wine that doesn’t stay still, and that is its strength.2019 – The Warmth That Still Breathes
Here time has begun to leave its mark: the nose is more enveloping, suggesting riper fruit and a hint of spice reminiscent of fresh root, something that tingles elegantly. On the palate, it is broader, fuller, as if it has become aware of its own weight. Yet at the finish, a blade of freshness surprises, not fully integrated yet. A wine in motion, fascinating for precisely that reason.2017 – Depth That Fears No Time
The most mature of the three is also the calmest and most self-assured. The aroma is concentrated, compact, almost rustic: dried flowers, wheat, a whisper of pale fruit. On the palate, it flows effortlessly, flavorful and continuous, with fine effervescence accompanying a decisive finish, almost maritime, like a returning salty breeze that lingers. A bottle that shows what a Colfondo can become when time works in its favor.Today, ten vintages later, Su Alto is not just a Colfondo celebrating an anniversary: it is the embodiment of the winery’s philosophy. Minimal intervention, long timelines, respect for the agricultural landscape. The belief that a sur lie wine, when made from carefully selected grapes and a consistent protocol, can withstand the years without resorting to technical shortcuts.
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Annata 2025: lo sguardo delle tenute Gaja su Bolgheri, Langhe e Montalcino

L’annata 2025 nelle tre tenute della famiglia Gaja — Ca’ Marcanda a Bolgheri, Gaja nelle Langhe e Pieve Santa Restituta a Montalcino — è stata segnata da uno stesso filo conduttore: piogge frequenti, riserve idriche abbondanti e una gestione agronomica molto attenta, che ha permesso di trasformare una stagione complessa in vini equilibrati, espressivi e in alcuni casi sorprendentemente generosi.

Ca’ Marcanda – Bolgheri
Un’annata complessa che ha trovato il suo equilibrio
A Bolgheri il 2025 è nato sotto piogge intense e pressioni costanti di peronospora e oidio. Un inizio tutt’altro che semplice, ma che ha garantito suoli ricchi di acqua, fondamentali per sostenere le viti durante l’estate calda e irregolare.
La maturazione è stata sorprendentemente uniforme: invaiatura perfetta, parete fogliare sana e nessun blocco vegetativo nonostante il caldo di luglio e agosto. Solo la tignoletta ha richiesto grande attenzione.

La vendemmia è iniziata presto per le uve bianche (18–28 agosto) e si è poi distesa sulle varietà rosse fino al 26 settembre, attraversando giornate di Scirocco, piogge improvvise e repentine schiarite. Le forti piogge di inizio settembre, grazie al drenaggio naturale dei suoli, hanno addirittura favorito le varietà più tardive.
In sintesi: vini equilibrati, tannini fitti e ben integrati, complessità aromatica e grado alcolico contenuto. Il richiamo è a una Bolgheri “piena” ma misurata, che ricorda — per stile — la 2019.

Gaja – Langhe
Quantità ridotte, qualità e struttura importanti
Nelle Langhe il 2025 si distingue per un ciclo variegato: inizio piovoso, primavera fresca, estate precoce e infine una vendemmia segnata da brevi ma decisivi temporali. La piovosità iniziale ha generato bassa fertilità del Nebbiolo, con riduzioni produttive fino al 30%, ma con una concentrazione naturale che ha fatto la differenza.
La stagione ha alternato caldo intenso, episodi di oidio a fine giugno, un luglio insolitamente fresco e poi una nuova ondata di caldo ad agosto. Le piogge di fine estate hanno dato ulteriore spinta aromatica alle uve, senza compromettere la sanità.

La vendemmia del Nebbiolo è iniziata il 17 settembre a Barbaresco, chiudendosi tra il 26 settembre e il 7 ottobre a seconda delle zone. Le uve sono arrivate in cantina saporite, aromatiche, con tannini dolci e di grande finezza.
In sintesi: vini pieni, potenti ma bilanciati, con una generosità aromatica rara. L’annata richiama, per espressività, la 2004 — ma con quantità decisamente inferiori.

Pieve Santa Restituta – Montalcino
Piogge distribuite, maturazioni lente e grande espressività del Sangiovese
A Montalcino il 2025 è stato un anno scandito da una parola chiave: pioggia. Non tanto nei millimetri totali, quanto nella costanza degli eventi: per quasi un anno intero non sono trascorsi più di 20 giorni senza precipitazioni.
Primavera fresca e umida, gestione fitosanitaria complessa, una grandinata a luglio e due brevi ondate di caldo a giugno e agosto hanno segnato un percorso irregolare, ma la riserva idrica costante ha garantito benessere vegetativo.

L’invaiatura è partita il 18 luglio, seguita da diradamenti decisivi per mantenere equilibrio e qualità. Le piogge di fine agosto hanno assottigliato le bucce ma mantenuto integra la sanità. La vendemmia è stata rapida, dal 18 al 21 settembre per la maggior parte dei vigneti, con una chiusura finale il 6 ottobre.
In sintesi: vini di ottima complessità, colori intensi, tannini dolci, acidità vive e gradazioni alcoliche equilibrate. Un Montalcino fresco, espressivo e sorprendentemente armonico per un’annata così impegnativa.
Il 2025 ha messo a dura prova i vigneti italiani, ma nelle tre tenute Gaja la gestione meticolosa e la capacità di leggere la stagione hanno restituito vini coerenti con il territorio e con un profilo qualitativo molto alto, nonostante le incognite climatiche.
Vintage 2025: The Gaja Estates’ Perspective on Bolgheri, Langhe and Montalcino
The 2025 vintage across the Gaja family’s three estates — Ca’ Marcanda in Bolgheri, Gaja in Langhe, and Pieve Santa Restituta in Montalcino — was defined by a common thread: frequent rainfall, abundant water reserves and meticulous vineyard management, all of which helped turn a challenging season into wines that are balanced, expressive and in some cases surprisingly generous.
Ca’ Marcanda – Bolgheri
A complex vintage that found its balance
In Bolgheri, 2025 opened with heavy rains and constant pressure from downy and powdery mildew. A difficult start, yet one that ensured water-rich soils — essential for supporting the vines through a hot and irregular summer.
Ripening was surprisingly uniform: perfect veraison, healthy foliage and no vegetative slowdown despite the July and August heat. Only the grapevine moth required extra attention.
Harvest for the white varieties began early (18–28 August), followed by the reds through 26 September, oscillating between Scirocco winds, sudden downpours and bright intervals. Early September rains, thanks to the natural drainage of the soils, even benefitted the later-ripening grapes.
In short: balanced wines with fine, well-integrated tannins, aromatic complexity and moderate alcohol levels. A Bolgheri that feels “full” yet measured, with stylistic echoes of 2019.
Gaja – Langhe
Lower yields, high quality and remarkable structure
In the Langhe, 2025 was marked by a varied cycle: rainy start, cool spring, early summer and a harvest shaped by brief but pivotal storms. The initial rainfall reduced Nebbiolo fertility, cutting yields by up to 30% but naturally increasing concentration.
The season alternated intense heat, episodes of powdery mildew in late June, an unusually cool July and another heatwave in August. Late-summer rains enhanced the grapes’ aromatic expression without compromising their health.
Nebbiolo harvest started on 17 September in Barbaresco, ending between 26 September and 7 October depending on the site. The grapes entered the cellar flavourful, aromatic, with sweet, fine-grained tannins.
In short: full, powerful yet balanced wines, marked by rare aromatic generosity. A vintage reminiscent — in expression — of 2004, though in far smaller quantities.
Pieve Santa Restituta – Montalcino
Steady rainfall, slow ripening and great Sangiovese expressiveness
In Montalcino, 2025 was defined by one key factor: rain. Not so much in total millimetres, but in its frequency — for nearly a full year, no more than 20 days passed without precipitation.
A cool, humid spring, complex disease management, a July hailstorm and two brief heatwaves in June and August created an irregular pattern. Yet the constant water reserves ensured vegetative balance.
Veraison began on 18 July, followed by decisive thinning to maintain quality and consistency. Late-August rains thinned the skins but preserved the overall health of the fruit. Harvest proceeded rapidly between 18 and 21 September for most vineyards, closing on 6 October.
In short: wines with excellent complexity, deep colour, sweet tannins, vibrant acidity and balanced alcohol levels. A fresh, expressive Montalcino — and surprisingly harmonious for such a demanding season.
Across Italy, 2025 put vineyards to the test, but in Gaja’s three estates, precise vineyard work and an ability to read the season yielded wines that remain faithful to their territories and achieve an impressively high qualitative profile despite climatic uncertainties.
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Enotria riparte: la rinascita della storica rivista dell’Unione Italiana Vini

Dopo quattordici anni di silenzio, Enotria torna a far sentire la sua voce. La storica rivista dell’Unione Italiana Vini – fondata nel 1921 da Arturo Marescalchi e per decenni osservatorio privilegiato sul mondo del vino – riprende il suo cammino con un nuovo progetto editoriale che guarda lontano. La rinascita arriva in un momento simbolico: i 130 anni dell’associazione, celebrati nello stesso mese in cui, nel 1895, a Milano si riunì per la prima volta l’Unione Lombarda fra i Negozianti di Vini, il nucleo originario dell’attuale Uiv.
Il ritorno di Enotria non è un semplice recupero del passato, ma il tassello di un disegno più ampio: valorizzare e mettere in ordine la memoria storica del settore vitivinicolo. Al centro c’è l’Archivio storico Uiv, che negli ultimi anni sta diventando uno strumento imprescindibile per chi studia o racconta l’evoluzione del vino italiano.

Per Paolo Castelletti, segretario generale di Uiv e tra i promotori del progetto insieme al presidente Lamberto Frescobaldi, riaprire le pagine di Enotria significa rientrare in contatto con le radici senza rinunciare allo sguardo sul futuro. Una rivista che invita a rallentare, osservare, confrontarsi: un gesto quasi controcorrente in un mondo che procede per accelerazioni continue.
La nuova direzione editoriale, affidata a Francesco Emanuele Benatti – anche responsabile dell’Archivio storico –, punta a recuperare quello spazio di pensiero interdisciplinare che ha sempre caratterizzato le riviste culturali più attente. La vite e il vino restano il punto di partenza, ma spesso serviranno da lente per indagare temi più ampi, dove economia, società, tecnologia, arte e cultura si intrecciano.
Dal 2026 Enotria uscirà due volte l’anno, in versione cartacea e digitale, e potrà contare su un Comitato direttivo rinnovato (Manuel Vaquero Piñeiro, Luciano Maffi, Giacinta Cavagna di Gualdana, Antonio Ciaschi, Stefano Magagnoli e Massimo Tirelli), affiancato da un Comitato scientifico interdisciplinare e da una redazione dedicata ai processi di peer review. Una struttura pensata per garantire serietà scientifica e autorevolezza, senza rinunciare all’apertura verso contributi e sguardi diversi.

Enotria_1921_Copertina Il progetto si articola in quattro sezioni principali: scienze umanistiche; scienze e tecnologie del settore vitivinicolo; letteratura, arti e comunicazione; economia, politica, normativa e salute. A queste si aggiungeranno rubriche dedicate all’analisi delle fonti, ai temi metodologici, alla fotografia, alla musica e alle arti visive, oltre a recensioni di libri, ricerche e mostre. La maggior parte dei contenuti arriverà tramite call for papers, ma saranno valutate anche proposte spontanee da parte di studiosi e ricercatori. Coerentemente con gli standard internazionali, ogni articolo avrà DOI e la rivista sarà dotata di ISSN.
Il ritorno di Enotria è quindi più di un rilancio editoriale: è un invito a ripensare il modo in cui il vino viene raccontato, studiato e tramandato. Una voce antica che torna a farsi contemporanea.
Link all’estratto del primo numero della nuova edizione di Enotria (dicembre 2025):
https://drive.google.com/file/d/1LhgN_1q1sNClKat-XNa6Tz4PXVK-RVic/view?usp=sharing
Enotria Returns: the Revival of the Historic Journal of the Italian Wine Union
After fourteen years of silence, Enotria is ready to speak again. The historic journal of the Italian Wine Union (Uiv) — founded in 1921 by Arturo Marescalchi and for decades a privileged observatory on the world of wine — resumes its path with a new editorial project that looks far ahead. Its revival comes at a symbolic moment: the 130th anniversary of the association, celebrated in the same month when, back in 1895, the Lombard Union of Wine Merchants held its first meeting in Milan, laying the foundation for what would become today’s Uiv.
The return of Enotria is not simply a journey into the past, but part of a broader effort to preserve and enhance the historical memory of the Italian wine sector. At the heart of this work is the Uiv Historical Archive, which in recent years has become an increasingly essential resource for anyone studying or narrating the evolution of Italian wine.
For Paolo Castelletti, secretary general of Uiv and one of the project’s promoters alongside president Lamberto Frescobaldi, reopening the pages of Enotria means reconnecting with the roots while keeping an eye firmly on the future. It is a magazine that invites readers to slow down, observe and reflect — an almost countercultural gesture in a world that moves at relentless speed.
The new editorial direction is entrusted to Francesco Emanuele Benatti, who also leads the Historical Archive. His goal is to revive that interdisciplinary space once typical of the most thoughtful cultural journals. The vine and wine remain the starting point, but often serve as a lens through which to explore broader themes, where economics, society, technology, art and culture intersect.
Starting in 2026, Enotria will be published twice a year, in both print and digital formats, and will rely on a renewed Editorial Board (Manuel Vaquero Piñeiro, Luciano Maffi, Giacinta Cavagna di Gualdana, Antonio Ciaschi, Stefano Magagnoli and Massimo Tirelli). They will be supported by an interdisciplinary Scientific Committee and an editorial team responsible for the peer-review process, ensuring scholarly rigor and authoritative contributions.
The project is structured around four main sections: humanities; wine-sector sciences and technologies; literature, arts and communication; and economics, policy, law and health. These will be complemented by columns dedicated to source analysis, methodological issues, photography, music and visual arts, along with reviews of books, studies and exhibitions. Most content will come through call for papers, though spontaneous submissions from scholars and researchers will also be considered. In line with international academic standards, every article will have a DOI and the journal will be assigned an ISSN.
The return of Enotria is therefore much more than a publishing comeback: it is an invitation to rethink how wine is studied, narrated and passed on. An old voice finding new relevance in the present.
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Pegoraro – Tai Rosso Colli Berici DOC 2023

Una uggiosa e stranamente silenziosa Venezia è stata ancora una volta incantevole scenario per presentare la dodicesima edizione di Vinetia – La Guida ai Vini del Veneto, il portale firmato AIS Veneto che ogni anno traccia una mappa aggiornata delle eccellenze regionali.
Una giuria di quaranta professionisti – sommelier, ristoratori e giornalisti – si è misurata in un panel rigorosamente alla cieca per assegnare i sette Premi Vinetia che segnalano il vertice produttivo dell’annata. E tra quei sette nomi, a distinguersi è stato un rosso che racconta i Colli Berici con una schiettezza nuova e contemporanea: Tai Rosso Colli Berici DOC 2023 di Pegoraro, vincitore anche del Premio Ristoratori e arrivato a un soffio dal premio della stampa (posso dirlo per esperienza diretta: c’ero anch’io in giuria).
Chiamarlo “Grenache” o “Garnacha” è tecnicamente corretto, ma riduttivo. Nel Vicentino, questo vitigno – un tempo conosciuto come Tocai Rosso – ha trovato un habitat che ne cambia la grammatica espressiva. La parentela genetica con Cannonau e Grenache resta evidente, ma qui si trasforma in un linguaggio più essenziale, più fresco, più gastronomico: la cifra stilistica dei Berici.
Il 2023 di Pegoraro intercetta con precisione questo stile: un rosso immediato, moderno nel senso più autentico del termine, pensato per essere goduto senza ritualità. A tavola è versatile come pochi, perfetto con alcuni piatti simbolo della cucina vicentina come baccalà alla vicentina e Sopressa Vicentina e con ricette di gusto come l’anguilla alla griglia. Un vino che parla il linguaggio di oggi, restando profondamente berico.

Enrico Pegoraro riceve dal Presidente AIS Veneto Giampaolo Breda il Premio Vinetia Pegoraro – Tai Rosso Colli Berici DOC 2023
A gloomy and unusually quiet Venice once again offered a captivating backdrop for the presentation of the twelfth edition of Vinetia – The Guide to Veneto Wines, the AIS Veneto online portal that maps the region’s wine excellence year after year.
A panel of forty professionals – sommeliers, restaurateurs and journalists – carried out a blind tasting to determine the seven Premi Vinetia, the awards that highlight the top productions of the vintage. Among the seven winners, one red wine stood out for its fresh and contemporary interpretation of the Colli Berici: Tai Rosso Colli Berici DOC 2023 by Pegoraro, which also received the Ristoratori Award and narrowly missed the Press Award (I can confirm it personally: I was on the jury).
Calling it “Grenache” or “Garnacha” is technically correct, but reductive. In the Vicenza area, this grape variety – once known as Tocai Rosso – has found an environment that reshapes its expressive grammar. Its genetic kinship with Cannonau and Grenache is undeniable, yet here it evolves into a more essential, fresher, food-friendly language: the true stylistic signature of the Berici hills.
Pegoraro’s 2023 vintage perfectly captures this identity: an immediate, genuinely modern red, made to be enjoyed without ritual, even slightly chilled. At the table it proves exceptionally versatile, pairing beautifully with iconic Vicentine dishes such as baccalà alla vicentina and Sopressa Vicentina, as well as flavourful recipes like grilled eel. A wine that speaks today’s language while remaining deeply rooted in its Berici origins.
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Rotaria: il Roero si racconta con una nuova voce collettiva

Il Roero ha scelto di presentarsi al mondo con un linguaggio nuovo e condiviso. Lunedì 24 novembre, a Pollenzo, è stata inaugurata Rotaria, piattaforma di dialogo enoculturale che nasce dall’incontro di diciotto produttori decisi a dare al territorio una narrazione unitaria, capace di intrecciare vino, paesaggio e cultura.
Un progetto che va oltre il vino
Rotaria non è soltanto un contenitore di degustazioni o di dati tecnici: è un luogo di confronto aperto, pensato per offrire strumenti concreti a chi vuole leggere e comunicare il Roero. Come ha spiegato il portavoce Nicola Pasquero-Hilberg, l’iniziativa intende tradurre la biodiversità e la ricchezza dei suoli in un linguaggio contemporaneo, accessibile e coinvolgente. Il nome stesso richiama le radici storiche dell’area e sintetizza la missione: creare connessioni e valorizzare un patrimonio fatto di paesaggi, tradizioni e diversità.

Tre pilastri per una comunità
Alla base del progetto ci sono tre obiettivi chiave:
- Valorizzare la diversità geologica del Roero, trasformandola in opportunità narrativa e commerciale.
- Promuovere la collaborazione tra produttori, creando un contesto proattivo in cui ciascuno diventa protagonista.
- Offrire strumenti pratici di comunicazione, utili a sommelier, ristoratori e appassionati per raccontare il territorio.
Rotaria si propone dunque come osservatorio indipendente e piattaforma di dialogo, capace di dare voce a una comunità che vuole farsi ambasciatrice del Roero.
La giornata inaugurale
Il debutto ufficiale si è svolto a Pollenzo con un incontro che ha riunito produttori, studiosi e professionisti. Il Master of Wine Wojciech Bońkowski ha guidato una degustazione comparata, momento di analisi che ha posto le basi per i futuri approfondimenti. Da qui nasceranno materiali pratici – carte dei vini, note di degustazione, proposte di abbinamento – e contenuti di storytelling come immagini, video e interpretazioni artistiche, pensati per rendere il racconto del Roero più immediato e coinvolgente.
Suoli e Nebbiolo: gli assi portanti
Rotaria si fonda su due asset principali: i suoli e il Nebbiolo.
- La geologia è il punto di partenza: una mappa semplificata del Roero, sviluppata da Nicola Pasquero ed Edmondo Bonelli, suddivide il territorio in tre macro-aree – sabbia, marna e argilla – rendendo più chiara la lettura delle identità locali.
- Il Nebbiolo, vitigno simbolo, diventa il filo conduttore. Le sabbie regalano vini eleganti e aromatici, le marne struttura e profondità, le argille intensità e longevità. Ogni produttore interpreta il vitigno in modo unico, offrendo una gamma di sfumature che riflettono la complessità del territorio.

Un collettivo eterogeneo
Rotaria riunisce produttori diversi per storia, dimensioni, approccio agronomico e sensibilità, accomunati dalla volontà di contribuire a una lettura condivisa del Roero, anche se non risiedono nel territorio. La partecipazione è volontaria e aperta a chi ne condivide metodo e visione, con approccio collaborativo e orientato alla ricerca. Ad oggi fanno parte del collettivo: Alberto Oggero, Angelo Negro , Bajaj, Adriano Moretti, Cascina Chicco, Cornarea, Cordero Gabriele, Deltetto 1953, Ghiomo, Giovanni Almondo, Hilberg Pasquero, Malvirà, Manuele Priolo, Marco Porello, Matteo Correggia, Rabel, Rosavica Benotti, Sandrone Luciano, Valfaccenda.
Rotaria: the Roero speaks with a new collective voice
Roero has chosen to present itself to the world with a new, shared language. On Monday, November 24, in Pollenzo, Rotaria was officially inaugurated: a platform for enocultural dialogue born from the encounter of eighteen producers determined to give the territory a unified narrative, intertwining wine, landscape, and culture.
A project that goes beyond wine
Rotaria is not just a container of tastings or technical data: it is an open space for dialogue, designed to provide concrete tools to those who want to read and communicate Roero. As spokesperson Nicola Pasquero-Hilberg explained, the initiative aims to translate biodiversity and the richness of soils into a contemporary, accessible, and engaging language. The name itself recalls the historical roots of the area and embodies the mission: to create connections and enhance a heritage made of landscapes, traditions, and diversity.
Three pillars for a community
At the heart of the project are three key objectives:
- Enhance Roero’s geological diversity, turning it into narrative and commercial opportunities.
- Promote collaboration among producers, creating a proactive context where each becomes a protagonist.
- Provide practical communication tools, useful to sommeliers, restaurateurs, and enthusiasts to tell the story of the territory.
Rotaria thus presents itself as an independent observatory and dialogue platform, capable of giving voice to a community that wants to become the ambassador of Roero.
The inaugural day
The official debut took place in Pollenzo with a meeting that brought together producers, scholars, and professionals. Master of Wine Wojciech Bońkowski led a comparative tasting, a moment of analysis that laid the foundation for future developments. From here, practical materials will be created – wine lists, tasting notes, pairing suggestions – along with storytelling content such as images, videos, and artistic interpretations, designed to make Roero’s narrative more immediate and engaging.
Soils and Nebbiolo: the cornerstones
Rotaria is built on two main assets: soils and Nebbiolo.
- Geology is the starting point: a simplified map of Roero, developed by Nicola Pasquero and Edmondo Bonelli, divides the territory into three macro-areas – sand, marl, and clay – making local identities easier to read.
- Nebbiolo, the symbolic grape variety, becomes the common thread. Sands yield elegant and aromatic wines, marls provide structure and depth, clays enhance intensity and longevity. Each producer interprets the grape in a unique way, offering a range of nuances that reflect the complexity of the territory.
A diverse collective
Rotaria brings together producers with different histories, sizes, agronomic approaches, and sensitivities, united by the desire to contribute to a shared reading of Roero, even if they do not reside in the territory. Participation is voluntary and open to those who share its method and vision, with a collaborative and research-oriented approach. Today, the collective includes: Alberto Oggero, Angelo Negro, Bajaj, Adriano Moretti, Cascina Chicco, Cornarea, Cordero Gabriele, Deltetto 1953, Ghiomo, Giovanni Almondo, Hilberg Pasquero, Malvirà, Manuele Priolo, Marco Porello, Matteo Correggia, Rabel, Rosavica Benotti, Sandrone Luciano, Valfaccenda.
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Viticoltura Eroica: il ritorno della rivista del CERVIM, tra carta e digitale

La viticoltura eroica ha finalmente di nuovo una casa editoriale. Dopo alcuni anni di silenzio, il CERVIM rilancia la sua rivista Viticoltura Eroica, un progetto che si propone come punto di riferimento per chi vive e racconta i vigneti estremi: quelli che sfidano la gravità dei pendii, le altitudini impervie e i paesaggi che sembrano scolpiti dalla mano dell’uomo e della natura insieme.

La pubblicazione, semestrale e disponibile sia online sia in formato cartaceo, non sarà soltanto un contenitore di notizie. Viticoltura Eroica nasce come strumento di divulgazione e approfondimento, capace di intrecciare articoli scientifici, interviste, curiosità e testimonianze dirette dai territori. L’obiettivo è chiaro: dare voce a chi coltiva la vite in condizioni straordinarie, raccontando la passione, l’impegno e la sostenibilità che rendono questi vigneti un patrimonio culturale e ambientale unico.

Un ritorno atteso
Nell’editoriale di apertura, il presidente del CERVIM Nicola Abbescia sottolinea l’emozione di questo nuovo inizio. “Torniamo a far sentire la nostra voce – scrive – con uno strumento rinnovato nella grafica, ma con la stessa autorevolezza di sempre”. La rivista diventa così un ponte tra memoria e futuro, un luogo dove ricerca e pratica si incontrano, dove la tecnica dialoga con il territorio e dove le storie dei vignaioli si intrecciano con le voci autorevoli del settore.

Il rilancio porta con sé anche un rafforzamento del Comitato Tecnico Scientifico, recentemente ricostituito, che garantirà contenuti rigorosi e di qualità. Non si tratta quindi di un semplice ritorno editoriale, ma di un passo importante per consolidare il ruolo del CERVIM come centro di riferimento internazionale per la viticoltura eroica.

Storie di coraggio e identità
Il primo numero di questa nuova stagione raccoglie progetti di ricerca, esperienze quotidiane e interviste che mettono in luce la resilienza dei vignaioli. Sono pagine che raccontano eccellenza e identità, ma anche orgoglio e appartenenza: valori che la viticoltura eroica continua a esprimere nonostante le difficoltà.
In un mondo del vino sempre più attento alla sostenibilità e alla valorizzazione dei territori, Viticoltura Eroica si propone come spazio di incontro e confronto, celebrando un patrimonio che non è soltanto produttivo, ma anche culturale e paesaggistico e di profondo legame tra uomo e territorio.
La rivista è liberamente scaricabile a questo link







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