• Vini resistenti, idee forti: cosa ci racconta davvero la rassegna PIWI di San Michele all’Adige

    Vini resistenti, idee forti: cosa ci racconta davvero la rassegna PIWI di San Michele all’Adige

    A San Michele all’Adige, tra i vigneti che da oltre un secolo raccontano la storia viticola del Trentino, si è chiusa la quinta edizione della rassegna dei vini PIWI organizzata dalla Fondazione Edmund Mach. Ma più che una semplice cerimonia di premiazione, l’evento ha avuto il sapore di un osservatorio sul futuro: quello di una viticoltura che prova a conciliare qualità, identità e sostenibilità senza rinunciare al piacere.

    I premiati

    I PIWI – acronimo tedesco di pilzwiderstandsfähig, ovvero “resistenti ai funghi” – sono vitigni ottenuti attraverso incroci naturali che permettono di ridurre drasticamente l’uso di trattamenti in vigneto. Tradotto in termini concreti: meno chimica, meno passaggi con il trattore, meno impatto sull’ambiente e più attenzione alla salute di chi lavora la terra. Non una rivoluzione ideologica, ma una risposta pratica a un problema reale, soprattutto in un contesto climatico sempre più instabile.

    La rassegna di quest’anno ha fotografato con chiarezza come questo mondo non sia più un laboratorio per pochi pionieri. Le 141 etichette in gara – provenienti da tutta Italia e, per la prima volta, anche dall’estero – raccontano una comunità produttiva in crescita, curiosa, sperimentale. Oltre 200 i partecipanti presenti e una giuria composta da ricercatori, enologi, sommelier, assaggiatori e comunicatori: un segnale evidente che il tema PIWI ha ormai superato i confini della ricerca per entrare nel discorso culturale sul vino.

    Colpisce soprattutto la varietà degli stili premiati: vini bianchi e rossi, macerati, frizzanti, spumanti con rifermentazione in bottiglia o metodo Martinotti, fino a vini dolci naturali con residui zuccherini importanti. Una biodiversità espressiva che smonta uno dei luoghi comuni più diffusi, quello che associa i PIWI a vini “tecnici”, tutti simili, pensati più per la sostenibilità che per il piacere. Al contrario, ciò che emerge è una nuova grammatica del gusto, ancora in costruzione ma già sorprendentemente ricca.

    Sul fondo, naturalmente, resta centrale la ricerca scientifica, che oggi però parla un linguaggio diverso rispetto al passato. Non più soltanto resistenza alle malattie, ma resilienza dell’intero sistema viticolo: strumenti digitali per ottimizzare i trattamenti, studi su patogeni emergenti come il Black Rot, e progetti applicativi come Spumares, dedicato all’individuazione delle varietà PIWI più adatte alla produzione di spumanti in Trentino. La scienza, in questo contesto, non è fine a se stessa ma diventa infrastruttura invisibile di una viticoltura più intelligente.

    Emblematica, in questo senso, è la parabola del Souvignier gris. Nato come vitigno “sperimentale”, nel giro di dieci anni è diventato una vera identità enologica, grazie al lavoro di caratterizzazione aromatica e sensoriale portato avanti dalla Fondazione Edmund Mach. Non più solo un nome da scheda tecnica, ma un vino riconoscibile, con uno stile e una personalità propria, capace di dialogare con il mercato senza complessi di inferiorità.

    Il vero nodo, oggi, non è più se i PIWI funzionino, ma se il sistema vino sia pronto ad accoglierli fino in fondo. L’obiettivo dichiarato di PIWI International è l’inserimento dei vitigni resistenti nei disciplinari delle DOP, come già avviene in diversi paesi europei. Una sfida che non riguarda soltanto le norme, ma l’immaginario collettivo: cosa consideriamo davvero “tradizione”? E quanto spazio siamo disposti a dare all’innovazione quando nasce dalla terra, e non da una strategia di marketing?

    In questo senso, la rassegna di San Michele all’Adige non è soltanto un concorso o un evento tecnico, ma un vero laboratorio culturale. Un luogo in cui il vino smette di essere nostalgia e torna a essere progetto. Dove la sostenibilità non è uno slogan, ma una nuova estetica possibile del bere. E dove, forse, si sta scrivendo una parte importante del lessico del vino che verrà.

    Resistant Wines, Strong Ideas: What the PIWI Showcase in San Michele all’Adige Really Tells Us

    In San Michele all’Adige, among the vineyards that for over a century have shaped the viticultural history of Trentino, the fifth edition of the PIWI wine showcase organised by the Edmund Mach Foundation has come to a close. But rather than a simple award ceremony, the event felt more like an observatory on the future: that of a form of winegrowing seeking to reconcile quality, identity and sustainability without giving up pleasure.

    PIWI — the German acronym for pilzwiderstandsfähig, meaning “fungus-resistant” — refers to grape varieties obtained through natural cross-breeding, capable of drastically reducing the need for treatments in the vineyard. In practical terms: less chemistry, fewer tractor passes, lower environmental impact and greater attention to the health of those who work the land. Not an ideological revolution, but a concrete answer to a real problem, especially in an increasingly unstable climate.

    This year’s showcase clearly revealed how this world is no longer confined to a handful of pioneers. The 141 wines entered — from all over Italy and, for the first time, also from abroad — portray a growing, curious and experimental community of producers. More than 200 participants attended, and the jury included researchers, winemakers, sommeliers, tasters and wine communicators: a clear sign that PIWI is no longer just a scientific topic, but part of the broader cultural conversation around wine.

    What stands out most is the diversity of styles awarded: white and red wines, skin-contact wines, sparkling wines, bottle-fermented and Martinotti-method sparkling wines, as well as naturally sweet wines with high residual sugar. A stylistic biodiversity that dismantles one of the most persistent clichés — the idea that PIWI wines are all “technical”, uniform, more focused on sustainability than on pleasure. On the contrary, what emerges is a new grammar of taste, still in the making but already surprisingly rich.

    Scientific research naturally remains central, but today it speaks a different language. No longer just about disease resistance, but about the resilience of the entire wine system: digital tools to optimise vineyard management, studies on emerging pathogens such as Black Rot, and applied projects like Spumares, dedicated to identifying the most suitable PIWI varieties for sparkling wine production in Trentino. Science, here, is not an end in itself, but the invisible infrastructure of a more intelligent form of viticulture.

    The trajectory of Souvignier gris is particularly emblematic. Born as an “experimental” grape, in the space of a decade it has become a true enological identity, thanks to the work of the Edmund Mach Foundation on its aromatic and sensory profile. No longer just a name on a technical sheet, but a recognisable wine with its own style and personality, capable of engaging with the market without any inferiority complex.

    The real question today is no longer whether PIWI works, but whether the wine system is truly ready to embrace it. The declared goal of PIWI International is to include resistant varieties within the DOP regulations, as already happens in several European countries. A challenge that is not only regulatory, but also cultural: what do we really mean by “tradition”? And how much space are we willing to give to innovation when it grows from the soil rather than from marketing strategies?

    In this sense, the showcase in San Michele all’Adige is not merely a competition or a technical event, but a genuine cultural laboratory. A place where wine stops being nostalgia and becomes a project again. Where sustainability is not a slogan, but a possible new aesthetic of drinking. And where, perhaps, an important part of the future language of wine is already being written.

  • Al via le iscrizioni all’VIII Congresso Internazionale sulla Viticoltura di Montagna e in forte Pendenza

    Al via le iscrizioni all’VIII Congresso Internazionale sulla Viticoltura di Montagna e in forte Pendenza

    Sono aperte le iscrizioni all’VIII Congresso Internazionale sulla Viticoltura di Montagna e in forte Pendenza, organizzato dal CERVIM e dedicato al tema “Vigneti eroici: fonte di ispirazione per la viticoltura mondiale”.

    Il Congresso rappresenta uno dei principali appuntamenti internazionali per il confronto scientifico e tecnico sulla viticoltura eroica, un settore che unisce ricerca, sostenibilità ambientale, tutela del paesaggio e valorizzazione del lavoro umano in contesti complessi.

    L’edizione 2026 si svolgerà in Svizzera, nei cantoni di Vaud, Vallese e Ginevra, territori che ospitano alcune delle aree vitivinicole più significative d’Europa. In particolare, il Lavaux, Patrimonio Mondiale UNESCO, e la Fête des Vignerons, riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale, rappresentano esempi emblematici di paesaggi viticoli storici modellati dall’uomo.

    Il programma scientifico prevede tre sessioni tematiche, masterclass e visite guidate, offrendo un’occasione di aggiornamento e networking per ricercatori, tecnici, istituzioni e operatori del settore.

    In un contesto segnato da cambiamenti climatici ed economici, la viticoltura di montagna e in forte pendenza assume un ruolo strategico nella conservazione del suolo, nella tutela della biodiversità, nella gestione delle risorse idriche e nella salvaguardia delle comunità locali. La ricerca scientifica è uno strumento chiave per innovare e rendere sostenibili questi sistemi produttivi.

    Di seguito trovate il link per la registrazione

    https://www.lavaux-unesco.ch/comprendre/congres-colloques/congres-international-cervim-2026

    Registrations Open for the VIII International Congress on Mountain and Steep-Slope Viticulture

    Registrations are now open for the VIII International Congress on Mountain and Steep-Slope Viticulture, organized by CERVIM and focused on “Heroic Vineyards: a Source of Inspiration for World Viticulture.”

    The Congress is a leading international platform for scientific and technical exchange on heroic viticulture, a sector that combines research, environmental sustainability, landscape preservation, and the valorization of human labor in challenging contexts.

    The 2026 edition will take place in Switzerland, in the cantons of Vaud, Valais, and Geneva, home to some of Europe’s most remarkable wine-growing areas. In particular, Lavaux, a UNESCO World Heritage Site, and the Fête des Vignerons, recognized as Intangible Cultural Heritage, are outstanding examples of historic wine landscapes shaped by human hands.

    The scientific program includes three thematic sessions, masterclasses, and guided tours, providing an opportunity for researchers, technicians, institutions, and industry professionals to exchange knowledge and network.

    In a context marked by climate and economic changes, mountain and steep-slope viticulture plays a strategic role in soil conservation, biodiversity protection, water resource management, and the preservation of local communities. Scientific research is essential to innovate, adapt, and enhance these production systems.

    Registration link:

    https://www.lavaux-unesco.ch/comprendre/congres-colloques/congres-international-cervim-2026

    Ph Vincent Bailly

  • Monsieur Martis a Parigi: l’audacia del Meunier trentino alla conquista della Francia

    Monsieur Martis a Parigi: l’audacia del Meunier trentino alla conquista della Francia

    “E i francesi ci rispettano / Che le palle ancora gli girano…” Cantava così Paolo Conte nella sua celebre ode a Bartali, esaltando quel gusto squisitamente italiano di andare a vincere in trasferta, a casa loro, proprio nelle discipline dove si sentono maestri indiscussi.

    L’11 febbraio prossimo, a Parigi, la storia potrebbe ripetersi, ma senza biciclette. Al posto dei pedali ci sono i lieviti; al posto del fango, il terroir calcareo della collina di Trento. La “Maison” Maso Martis si appresta infatti a sbarcare a Wine Paris con una missione diplomatica ad alto tasso di audacia: presentare ai cugini d’Oltralpe il Monsieur Martis 2020, l’unico Metodo Classico Rosé 100% Meunier prodotto in Italia.

    Il Meunier, lo sappiamo, è il “terzo uomo” dello Champagne. Spesso relegato al ruolo di gregario per donare morbidezza a Chardonnay e Pinot Noir, in Francia è ovunque, ma in Italia è una vera rarità.

    Antonio e Roberta Stelzer, fondatori di Maso Martis, ci avevano visto lungo già negli anni Ottanta. Dopo averlo usato per decenni come ingrediente segreto della prestigiosa cuvée Madame Martis, nel 2020 (per festeggiare i trent’anni di attività) hanno deciso di lasciarlo correre da solo. Il risultato? Una sfida che oggi vede la cantina trentina – guidata con piglio contemporaneo dalle figlie Alessandra e Maddalena – inserita di diritto nell’Olimpo dei 50 Vini Rari d’Italia secondo la Guida Gambero Rosso 2026.

    La famiglia Stelzer

    L’appuntamento: Beyond the Ordinary

    Il Monsieur Martis sarà protagonista della masterclass “Vini Rari. Beyond the ordinary” (11 febbraio, ore 13.30), condotta da Lorenzo Ruggeri e Raoul Salama. Sarà l’unica bollicina trentina presente in questa selezione esclusiva, pronta a dimostrare al pubblico internazionale che il Meunier sa parlare perfettamente l’italiano, anzi, il trentino.

    Per chi non riuscisse a imbucarsi alla masterclass, Maso Martis sarà presente lo stesso giorno anche al Grand Tasting del Gambero Rosso (Padiglione 7.1) con i suoi pesi massimi già premiati con i Tre Bicchieri: dal Madame Martis 2015 al DosaggioZero Riserva 2021, fino all’Extra Brut Rosé 2022.

    Con sole 1.800 bottiglie prodotte, il Monsieur Martis non è solo un vino: è la firma di una famiglia che dal 1990 ha scommesso sul Trentodoc quando ancora non era la “potenza” che conosciamo oggi.

    Andare a Parigi a presentare un Meunier in purezza è un atto di coraggio che Paolo Conte avrebbe sicuramente approvato. Perché, in fondo, non c’è niente di più soddisfacente che vedere i francesi togliersi il cappello davanti a un Monsieur… che viene da Trento.

    Vuoi partecipare alla Masterclass a Parigi? Segnati le coordinate: 11 febbraio, ore 13.30, Sala 2 (Pad. 4). Per prenotazioni scivere a: vinconnexion@vinconnexion.com

    Informazioni qui: https://wineparis.com/newfront/sessions/18172

    Monsieur Martis in Paris: The Boldness of Trentino Meunier Sets Out to Conquer France

    “E i francesi ci rispettano / Che le palle ancora gli girano…” (And the French respect us / Though their balls are still spinning…) So sang Paolo Conte in his famous ode to Bartali, celebrating that exquisitely Italian flair for winning “away from home,” right in the disciplines where the French consider themselves undisputed masters.

    On February 11th in Paris, history may be about to repeat itself—minus the bicycles. In place of pedals, we have yeast; in place of mud, the calcareous terroir of the Trento hills. The “Maison” Maso Martis is preparing to land at Wine Paris with a high-stakes diplomatic mission: presenting Monsieur Martis 2020—the only 100% Meunier Metodo Classico Rosé produced in Italy—to our cousins across the Alps.

    A French Classic with an Italian Soul

    Meunier, as we know, is the “third man” of Champagne. Often relegated to a supporting role to add softness to Chardonnay and Pinot Noir, it is ubiquitous in France but a true rarity in Italy.

    Antonio and Roberta Stelzer, the founders of Maso Martis, were ahead of their time back in the 1980s. After using it for decades as the “secret ingredient” in their prestigious Madame Martis cuvée, they decided in 2020 (to celebrate thirty years in business) to let it run solo. The result? A challenge that today sees the Trentino winery—now led with a contemporary vision by daughters Alessandra and Maddalena—rightfully included in the Olympus of the 50 Rare Wines of Italy according to the Gambero Rosso 2026 Guide.

    The Event: Beyond the Ordinary

    Monsieur Martis will be the star of the masterclass “Vini Rari. Beyond the Ordinary” (February 11, 1:30 PM), conducted by Lorenzo Ruggeri and Raoul Salama. It will be the only Trentodoc sparkling wine present in this exclusive selection, ready to prove to an international audience that Meunier can speak perfect Italian—or rather, perfect Trentino.

    For those unable to attend the masterclass, Maso Martis will also be featured the same day at the Gambero Rosso Grand Tasting (Hall 7.1) with its heavyweights that have already earned the “Tre Bicchieri” award: from the Madame Martis 2015 to the DosaggioZero Riserva 2021 and the Extra Brut Rosé 2022.

    A Family Legacy

    With only 1,800 bottles produced, Monsieur Martis is more than just a wine; it is the signature of a family that, since 1990, has bet on Trentodoc long before it became the powerhouse we know today.

    Going to Paris to present a 100% Meunier is an act of courage that Paolo Conte would surely have approved of. Because, in the end, there is nothing more satisfying than seeing the French tip their hats to a “Monsieur”… who comes from Trento.

    Want to attend the Masterclass in Paris? Note the details: February 11, 1:30 PM, Room 2 (Hall 4). For reservations: vinconnexion@vinconnexion.com

    ph Alice Russolo

  • Torino celebra Giulia di Barolo: un monumento alla carità nel cuore della città

    Torino celebra Giulia di Barolo: un monumento alla carità nel cuore della città

    Di Luciano Pavesio

    Inaugurata a Palazzo Barolo la prima statua dedicata a una protagonista della storia torinese: un evento che unisce memoria, impegno sociale e l’eccellenza del territorio.

    TORINO – Torino colma una lacuna storica e rende omaggio a una delle sue figure più luminose. In un’atmosfera di profonda commozione e orgoglio civile, è stata inaugurata sabato 17 gennaio presso Palazzo Barolo la statua dedicata a Giulia di Barolo. Si tratta della prima opera monumentale in città dedicata a una donna che ha segnato la storia locale, un primato significativo se si pensa che Torino conta ben 223 statue e monumenti, quasi tutti al maschile.

    Il monumento, frutto di due anni di intenso studio e lavoro da parte di Gabriele Garbolino Rù, docente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con la curatela artistica di Enrico Zanellati, è in realtà un gruppo scultoreo doppio. Insieme alla Marchesa, infatti, figura una donna carcerata: un richiamo esplicito alla missione che vide Giulia di Barolo trasformare il sistema carcerario femminile, dedicando la vita agli ultimi e ai disadattati.

    Giulia Falletti di Barolo (1786-1864), nata Juliette Colbert in Francia (pronipote del celebre ministro delle finanze di Luigi XIV), che arrivò a Torino dopo il matrimonio con il marchese Carlo Tancredi Falletti, fu instancabile nel suo servizio alle detenute e, insieme al marito fondò il Distretto Sociale Barolo, come primo luogo di accoglienza per le donne uscite dal carcere.

    La famiglia Abbona con Gabriele Gorbolino

    In campo enologico le si deve riconoscere il gran merito della radicale trasformazione del vino locale. Prima di lei, il Barolo era infatti un vino dolce e frizzante, spesso di scarsa qualità.

    Intuendo che quel vino aveva le potenzialità per competere con i grandi rossi francesi, Giulia fece costruire cantine interrate per garantire una temperatura costante e chiamò i migliori esperti per affinare la fermentazione.

    Celebre l’episodio delle “325 carra” (botti da trasporto) inviate al Re Carlo Alberto, una per ogni giorno dell’anno (esclusi i periodi di digiuno pasquale). Fu la prima grande operazione di promozione territoriale, che portò il Barolo sulle tavole di tutte le corti d’Europa: un primo passo che con il tempo diede vita al mito del “Vino dei Re, Re dei Vini”.

    L’inaugurazione, alla quale hanno partecipato le massime autorità piemontesi, ha aperto una “tre giorni” di eventi e visite guidate, volta a riscoprire non solo la figura della Marchesa come innovatrice del vino Barolo, ma soprattutto come pioniera del welfare moderno.

    Particolarmente toccante l’intervento del cardinale l’Arcivescovo di Torino Roberto Repole, che ha lanciato una proposta ambiziosa: trasformare il “chilometro quadrato” della solidarietà torinese in Patrimonio dell’Umanità UNESCO.

    “In un momento in cui l’umanità sembra dissolta e un individualismo sfrenato disgrega la comunità, questo luogo testimonia che l’attenzione verso chi soffre è il vero cuore della nostra civiltà”, ha dichiarato Repole.

    Il Governatore del Piemonte Alberto Cirio ha invece richiamato il motto di Ferrero, “Lavorare, Creare, Donare”, sottolineando come Giulia di Barolo abbia saputo generare ricchezza senza mai perdere la sensibilità verso i poveri, integrando successo economico e responsabilità sociale.

    Da sottolineare anche l’intervento del sindaco di Barolo Fulvio Mazzocchi, che ha ricordato “che l’eredità di Giulia non è solo nel bronzo o nel vino, bensì nel collegio di Barolo che permise a generazioni di provenienti da famiglie contadine e disagiate di ricevere un’istruzione che altrimenti non avrebbero mai potuto permettersi. Ancora oggi chi lavora nelle vigne arriva spesso da realtà difficili ma trovano nel distretto di Barolo un’occasione di riscatto e integrazione.

    Il legame tra la Marchesa e il “Re dei vini” è stato celebrato dalla presenza di Ernesto Abbona, insieme alla moglie Anna e ai figli Valentina e Davide. Titolari delle storiche cantine Marchesi di Barolo da quasi un secolo — furono acquistate dal nonno di Ernesto nel 1929 — gli Abbona sono stati i principali finanziatori dell’opera.

    Nelle loro cantine sono ancora custodite le botti originali utilizzate da Giulia e Carlo Tancredi.

    “Ho in mente fin da piccolo il ricordo di queste grandi botti di rovere “della Marchesa” e delle bottiglie con le immagini dei Castelli di Barolo e Serralunga con la scritta “Antiche Cantine dei Marchesi di Barolo – già Opera pia Barolo” che venivano confezionate per le spedizioni.

    Il fratello e le sorelle del nonno, con i quali ho trascorso la mia infanzia, mi ricordavano quasi quotidianamente i sacrifici che avevano fatto per acquistarle, insieme al nonno, che, purtroppo è mancato prima che nascessi.

    Il 1929 fu un anno difficile, e quelli successivi ancora peggio, ma con grande dedizione ed entusiasmo riuscirono ad onorare i loro impegni, valori che la nostra famiglia ha mantenuto nel corso degli anni fino ad oggi, permettendoci di riportare lo splendore nelle Antiche Cantine dei Marchesi di Barolo.

    A Giulia, possiamo riconoscere non solamente il merito di essere stata la prima “Donna del vino Barolo”, ma di aver anche donato con la sua intraprendenza e caparbietà a tante famiglie, tra cui la mia, la possibilità di rimanere nelle loro terre, le Langhe, trasformandole in un luogo di accoglienza in grado di donare al mondo, oltre al Barolo, prodotti di ineguagliabile prelibatezza.

    Oggi essere all’attenzione del mondo come Patrimonio Unesco grazie ai media è uno stimolo per fare sempre meglio, non solo per il vino”, ha commentato Abbona.

  • Daniela Mastroberardino alla guida delle Donne del Vino fino al 2028: continuità e nuove sfide

    Daniela Mastroberardino alla guida delle Donne del Vino fino al 2028: continuità e nuove sfide

    Il mondo del vino italiano conferma la sua fiducia a una leadership solida e lungimirante. Daniela Mastroberardino è stata rieletta all’unanimità Presidente Nazionale dell’Associazione Le Donne del Vino per il triennio 2026-2028. Una conferma che non è solo un atto formale, ma il riconoscimento di un percorso di trasformazione che ha portato l’associazione a numeri record e a una rilevanza internazionale sempre più marcata.

    Imprenditrice irpina alla guida di Terredora Di Paolo, Daniela Mastroberardino ha accolto questo secondo mandato con una riflessione profonda: non lo considera un semplice nuovo inizio, ma un momento di maturità collettiva. Sotto la sua guida, l’associazione è passata dalle 1.000 socie del 2023 alle 1.250 attuali, aprendosi a nuove professionalità (avvocate, architette, esperte di marketing) che affiancano le storiche figure di produttrici, sommelier e ristoratrici.

    «Un secondo mandato non è un punto di partenza, ma un momento di consapevolezza – ha dichiarato la Presidente –. È il tempo di scegliere, con ancora più responsabilità, la direzione futura».

    La forza delle Donne del Vino risiede nella capillarità territoriale. Accanto alla Mastroberardino, il nuovo Consiglio Nazionale vede un mix di conferme e rappresentanze regionali che coprono l’intero Stivale:

    • Vice Presidenti: Francesca Poggio (Piemonte, vicaria), Marianna Cardone (Puglia) e Paola Longo (Lombardia).
    • Consigliere: Una squadra eterogenea che rappresenta l’eccellenza del vino italiano in tutte le sue declinazioni territoriali e professionali: Roberta Urso (Sicilia), Federica Cecchi (Toscana), Maria Teresa Santaguida (Calabria), Dominique Marzotto (Sicilia), Cristiana Cirielli (Friuli Venezia Giulia), Antonietta Mazzeo (Emilia Romagna), Floriana Risuglia (Lazio) e Lorella Di Porzio (Campania).
    • A vigilare sulla correttezza delle attività associative è stato inoltre eletto il collegio delle Probiviri, composto da Romina Togn (Trentino Alto Adige), Marzia Morganti Tempestini (Toscana) e Michela Guadagno (Campania).

    Le sfide del futuro: giovani, cultura e sostenibilità

    Il triennio che si apre non sarà privo di ostacoli. In un mercato che registra un rallentamento dei consumi e nuovi paradigmi sociali, la strategia delle Donne del Vino punta su tre pilastri fondamentali:

    1. Educazione e Formazione: Il potenziamento del Progetto D-Vino, che porta la cultura del vino negli Istituti Alberghieri e Turistici. L’obiettivo è formare i professionisti di domani sul valore del vino come patrimonio identitario e non solo come prodotto commerciale.
    2. Responsabilità Sociale: Un impegno che continua sul fronte del bere consapevole e della lotta alla violenza sulle donne, temi che da sempre vedono l’associazione in prima linea.
    3. Rete Internazionale: Consolidare il dialogo globale attraverso il Forum Mondiale delle Donne del Vino, convinte che il confronto oltre i confini nazionali sia la vera leva per la crescita del comparto.

    Verso il 2028: quarant’anni di eccellenza al femminile

    Il mandato appena iniziato accompagnerà l’associazione verso un traguardo storico: nel 2028 Le Donne del Vino festeggeranno i loro 40 anni di fondazione. Sarà un momento simbolico per celebrare una realtà che, nata nel 1988, è diventata oggi la più grande associazione mondiale di enologia al femminile, capace di incidere concretamente su temi come il gender gap, l’innovazione (si pensi all’uso del vetro leggero) e la tutela dei vitigni autoctoni.

    Per Daniela Mastroberardino e la sua squadra, il viaggio continua, con la certezza che il vino, se raccontato con competenza e sensibilità femminile, possa ancora essere il motore di un’importante rinascita culturale.

    Daniela Mastroberardino to Lead “Le Donne del Vino” Until 2028: Continuity and New Challenges

    The Italian wine world confirms its trust in a solid and forward-thinking leadership. Daniela Mastroberardino has been unanimously re-elected National President of the “Le Donne del Vino” Association for the 2026-2028 three-year term. This confirmation is more than just a formal act; it is the recognition of a transformative journey that has led the association to record numbers and an increasingly prominent international standing.

    An entrepreneur from Irpinia at the helm of Terredora Di Paolo, Daniela Mastroberardino welcomed this second mandate with deep reflection. She does not view it as a mere new beginning, but as a moment of collective maturity. Under her leadership, the association has grown from approximately 1,000 members in 2023 to 1,250 today, opening its doors to new professional figures—lawyers, architects, and marketing experts—who work alongside the historic core of producers, sommeliers, and restaurateurs.

    “A second term is not a starting point, but a moment of awareness,” the President stated. “It is the time to recognize the path we have traveled and to choose, with even greater responsibility, our future direction.”

    The strength of “Le Donne del Vino” lies in its territorial presence. Alongside Mastroberardino, the new National Board features a mix of re-confirmed members and regional representatives covering the entire Italian peninsula:

    • Vice Presidents: Francesca Poggio (Piedmont, deputy), Marianna Cardone (Apulia), and Paola Longo (Lombardy).
    • Board Members: A diverse team representing the excellence of Italian wine across all its territorial and professional facets: Roberta Urso (Sicily), Federica Cecchi (Tuscany), Maria Teresa Santaguida (Calabria), Dominique Marzotto (Sicily), Cristiana Cirielli (Friuli Venezia Giulia), Antonietta Mazzeo (Emilia Romagna), Floriana Risuglia (Lazio), and Lorella Di Porzio (Campania).
    • The Board of Auditors (Probiviri), responsible for overseeing the association’s activities, was also elected, featuring Romina Togn (Trentino Alto Adige), Marzia Morganti Tempestini (Tuscany), and Michela Guadagno (Campania).

    Future Challenges: Youth, Culture, and Sustainability The upcoming three-year term will not be without its obstacles. In a market experiencing a slowdown in consumption and shifting social paradigms, the “Le Donne del Vino” strategy focuses on three fundamental pillars:

    1. Education and Training: Strengthening the “D-Vino Project,” which brings wine culture into hospitality and tourism institutes. The goal is to train tomorrow’s professionals on the value of wine as a cultural heritage rather than just a commercial product.
    2. Social Responsibility: A continued commitment to promoting mindful consumption and combating violence against women—issues where the association has always been at the forefront.
    3. International Network: Consolidating global dialogue through the World Wine Women’s Forum, driven by the conviction that international exchange is the key lever for the industry’s growth.

    Towards 2028: Forty Years of Female Excellence The newly started mandate will lead the association toward a historic milestone: in 2028, “Le Donne del Vino” will celebrate its 40th anniversary. Founded in 1988, it has become the world’s largest association for women in the wine industry, capable of making a tangible impact on issues such as the gender gap, innovation (such as the use of lightweight glass), and the protection of native grape varieties.

    For Daniela Mastroberardino and her team, the journey continues, fueled by the certainty that wine—when narrated with professional expertise and female sensitivity—can still be the catalyst for an important cultural rebirth.

  • Torino, 1786–2026: quando il Vermouth diventa linguaggio della città

    Torino, 1786–2026: quando il Vermouth diventa linguaggio della città

    Un filo d’oro e d’erbe aromatiche lega i portici di Torino al resto del mondo. Quel filo è il Vermouth, il vino aromatizzato che nel 2026 taglierà un traguardo leggendario: 240 anni di storia ufficiale. Era infatti il 1786 quando, in una bottega di Piazza Castello, l’intuizione di Antonio Benedetto Carpano trasformò un antico rimedio erboristico nel simbolo dell’eleganza sabauda e della convivialità internazionale.

    Per onorare questo anniversario, il capoluogo piemontese torna a essere la capitale mondiale della categoria con la terza edizione de Il Salone del Vermouth, in programma dal 21 al 22 febbraio 2026.

    La cornice scelta non è casuale: il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano ospiterà oltre 30 produttori. Il Salone non sarà una semplice esposizione, ma un “contenitore esperienziale” dove i giganti storici del settore dialogheranno con i giovani produttori emergenti, portatori di nuove visioni e creatività contemporanea.

    Un po’ di storia

    Sebbene il 1786 sia la data che ne sancisce la nascita ufficiale a Torino, il Vermouth ha radici che affondano nell’antichità classica. Tutto ebbe inizio con i “vini ippocratici” della Grecia antica: bevande infuse con assenzio e spezie utilizzate originariamente come rimedi curativi e digestivi.

    È però all’ombra dei portici sabaudi che questa tradizione farmaceutica ha compiuto il salto di qualità, trasformandosi in un’arte conviviale raffinata. La svolta avvenne in una piccola bottega di Piazza Castello: qui, Antonio Benedetto Carpano perfezionò una ricetta a base di vino moscato e un infuso di oltre 30 erbe e spezie. Il successo fu tale da stregare il Re Vittorio Amedeo III, elevando il Vermouth a bevanda ufficiale della corte e dando vita a quella che oggi tutto il mondo conosce come l’“ora dell’aperitivo”.

    Nel corso dei secoli, quella intuizione torinese si è evoluta, dando vita a profili aromatici distinti che oggi sono le fondamenta della mixology mondiale:

    • Vermouth Rosso: L’originale torinese, ambrato, complesso e balsamico. È l’anima insostituibile di classici come il Negroni.
    • Vermouth Bianco: Più dolce e setoso, ideale da gustare liscio per apprezzarne le sfumature floreali.
    • Vermouth Dry: Secco e deciso, con una presenza minima di zuccheri; il partner iconico del gin nel leggendario Martini Cocktail.

    Questa eredità non è un reperto da museo, ma un patrimonio vivo: il Salone del Vermouth nasce proprio per mettere in connessione questo passato glorioso con un presente fatto di innovazione e mercati globali.

    Il Programma

    Se il fine settimana sarà dedicato agli appassionati e ai curiosi, lunedì 23 febbraio la manifestazione aprirà le porte esclusivamente al mondo B2B, offrendo a buyer e distributori un’area di networking dedicata per confrontarsi sull’evoluzione di un mercato in costante fermento.

    Il Salone 2026 punta forte sulla divulgazione. Il palinsesto prevede:

    • Masterclass e Laboratori: Sessioni guidate da esperti internazionali per scoprire i segreti delle botaniche e le tecniche di produzione.
    • Laboratori Sensoriali: Percorsi pensati per affinare il palato, distinguendo tra le sfumature di un Rosso complesso, un Bianco delicato o un Dry pungente.
    • Talk e Approfondimenti: Incontri che spaziano dalla storia officinale del prodotto fino alle sfide attuali della sostenibilità produttiva.

    Dal 16 al 22 febbraio, l’intera città si accenderà con il Fuorisalone. Un racconto urbano che coinvolgerà cocktail bar, caffè storici e ristoranti attraverso guest shift, menù tematici e presentazioni editoriali. Tra le novità più attese spicca il Passaporto del Vermouth, uno strumento interattivo per guidare il pubblico in un tour del gusto tra i locali aderenti.

    Le collaborazioni di questa edizione promettono esperienze inedite:

    1. Vermouth & Tramezzino: Un doppio anniversario (100 anni del tramezzino e 240 del vermouth) da celebrare nei caffè storici e a bordo del bus panoramico “Vermouth Cabrio”.
    2. Vermouth & Caffè: Insieme a Lavazza, un incontro per esplorare le affinità aromatiche tra i due pilastri della socialità torinese.
    3. Alta Cucina: Partnership con Eataly e il Museo Carpano per cene dove il Vermouth si trasforma da aperitivo a ingrediente principe nel piatto.

    Oggi il Vermouth sta vivendo una nuova rinascita. Se un tempo era il “vino ippocratico” destinato alla corte, oggi è il cuore pulsante della mixology moderna (basti pensare al Negroni o al Martini Cocktail). Il Salone ideato da Laura Carello si conferma l’appuntamento imprescindibile per chiunque voglia capire come un prodotto nato 240 anni fa riesca ancora a dettare le tendenze del bere bene nel mondo.

    Info Utili e Biglietteria

    • Fuorisalone: 16 – 22 febbraio 2026 (Sedi varie a Torino)
    • Evento Principale: 21 – 22 febbraio 2026 presso il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano.
    • Biglietti: Disponibili in formula “Early Bird” sul sito ufficiale salonedelvermouth.com.

    Turin, 1786–2026: When Vermouth Becomes the Language of a City

    A golden thread of aromatic herbs binds the porticoes of Turin to the rest of the world. That thread is Vermouth, the aromatized wine that in 2026 will reach a legendary milestone: 240 years of official history. It was 1786 when, in a small shop in Piazza Castello, Antonio Benedetto Carpano’s intuition transformed an ancient herbal remedy into a symbol of Savoy elegance and international conviviality.

    To honor this anniversary, the Piedmontese capital returns as the world capital of the category with the third edition of Il Salone del Vermouth, scheduled from February 21 to 22, 2026.

    The chosen setting is no coincidence: the National Museum of the Italian Risorgimento will host over 30 producers. The Salon will not be a simple exhibition, but an “experiential container” where historical giants of the sector will engage with emerging young producers, bringing new visions and contemporary creativity.

    A Brief History

    Although 1786 marks its official birth in Turin, Vermouth has roots stretching back to classical antiquity. It all began with the “Hippocratic wines” of ancient Greece: beverages infused with wormwood and spices, originally used for curative and digestive purposes.

    However, it was under the shadow of Turin’s porticoes that this pharmaceutical tradition made a leap in quality, evolving into a refined convivial art. The turning point occurred in Piazza Castello: here, Antonio Benedetto Carpano perfected a recipe based on Moscato wine and an infusion of over 30 herbs and spices. Its success was so great that it enchanted King Vittorio Amedeo III, elevating Vermouth to the official drink of the Savoy court and giving birth to what the world now knows as the “aperitivo hour.”

    Over the centuries, that Turinese intuition evolved into distinct aromatic profiles that today form the foundation of global mixology:

    • Red Vermouth: The original Turinese style—amber, complex, and balsamic. It is the essential soul of historical classics like the Negroni.
    • White Vermouth: Sweeter and smoother, perfect for sipping neat to appreciate its floral nuances.
    • Dry Vermouth: Sharp and crisp, with minimal sugar content; the inseparable partner of gin in the legendary Martini Cocktail.

    This heritage is not a museum piece but a living legacy. The Salone del Vermouth was created to connect this glorious past with a present defined by innovation and global markets.

    The Program

    While the weekend is dedicated to enthusiasts and the curious, Monday, February 23, will open exclusively to the B2B world, offering buyers and distributors a dedicated networking area to discuss the evolution of a constantly evolving market.

    The 2026 edition focuses heavily on education. The schedule includes:

    • Masterclasses and Workshops: Sessions led by international experts to discover the secrets of botanicals and production techniques.
    • Sensory Labs: Paths designed to sharpen the palate, distinguishing between the nuances of a complex Red, a delicate White, or a pungent Dry.
    • Talks and Insights: Meetings ranging from the medicinal history of the product to modern sustainability challenges.

    From February 16 to 22, the entire city will come alive with the Fuorisalone. This urban narrative will involve cocktail bars, historic cafes, and restaurants through guest shifts, themed menus, and book presentations. Among the most anticipated features is the Vermouth Passport, an interactive tool to guide the public on a taste tour through participating venues.

    This edition’s partnerships promise unique experiences:

    • Vermouth & Tramezzino: A double anniversary (100 years of the tramezzino and 240 years of vermouth) celebrated in historic cafes and aboard the “Vermouth Cabrio” open-top bus.
    • Vermouth & Coffee: In collaboration with Lavazza, an encounter exploring the aromatic affinities between these two pillars of Turinese social life.
    • Fine Dining: Partnerships with Eataly and the Carpano Museum for dinners where Vermouth moves from aperitivo to a key ingredient on the plate.

    Today, Vermouth is experiencing a true renaissance. Once a “Hippocratic wine” for the court, it is now the beating heart of modern mixology. The Salone, created by Laura Carello, confirms itself as the essential appointment for anyone wishing to understand how a product born 240 years ago continues to define global drinking trends.

  • Il Pinot Meunier senza complessi: lo Champagne Extra Brut “Naturellement” di Maison Cazé-Thibaut

    Il Pinot Meunier senza complessi: lo Champagne Extra Brut “Naturellement” di Maison Cazé-Thibaut

    Nel mondo dello Champagne esiste e resiste ostinatamente un riflesso condizionato che porta a pensare che per produrlo esistano uve di serie A e uve di consolazione. E che il Pinot Meunier appartenga, senza appello, alla seconda categoria. Un’idea curiosa, se non apertamente ridicola, soprattutto oggi che il racconto del vino dovrebbe aver imparato a diffidare delle gerarchie facili e dei miti confezionati.

    Il Pinot Meunier non è lo Champagne “per chi non può permettersi altro”. È, semmai, lo Champagne per chi ha smesso di cercare modelli da imitare. È un’uva che non ama l’enfasi ma che cerca il piacere immediato ma non banale. I suoi Champagne non chiedono competenze enciclopediche né rituali complicati: si lasciano bere, capire, condividere. E in questo, paradossalmente, risiede la loro forza e la loro grandezza.

    Fabien Cazé

    Negli ultimi anni, fortunatamente, sempre più vigneron hanno deciso di restituirgli dignità e centralità, soprattutto lungo la Vallée de la Marne, dove il Meunier è da sempre parte integrante del paesaggio e della cultura agricola. Ed è proprio da qui che arriva uno degli assaggi che più mi ha colpito di recente.

    Lo Champagne Extra Brut “Naturellement” di Maison Cazé-Thibaut, messo in bottiglia il 13 luglio 2023 e con degorgement effettuato il 16 dicembre 2024 è la dimostrazione concreta di quanto il Pinot Meunier possa essere profondo, vibrante, autentico, senza mai perdere quella naturalezza che lo rende così vicino al bevitore.

    Maison Cazé-Thibaut affonda le sue radici nella Vallée de la Marne e porta con sé una storia che attraversa dieci generazioni di viticoltori, uomini e donne legati alla propria terra con una dedizione silenziosa e costante. È una storia fatta di continuità più che di rotture, di gesti che si tramandano senza bisogno di proclami. Roger Cazé fu il primo, negli anni Cinquanta, a mettere il nome della famiglia sulle bottiglie, guadagnandosi una reputazione tale da diventare un riferimento anche per altri viticoltori della zona. Oggi è Fabien Cazé a portare avanti questo patrimonio, con uno sguardo contemporaneo ma profondamente rispettoso dell’identità dei luoghi.

    In vigna il lavoro è interamente manuale, senza uso di erbicidi o insetticidi, con un’attenzione quasi sartoriale a ogni parcella. Ogni appezzamento è considerato un territorio di espressione unico, da ascoltare prima ancora che da interpretare. La vendemmia viene decisa parcella per parcella, seguendo il ritmo delle uve e non quello del calendario.

    “Naturellement” nasce da Pinot Meunier in purezza, coltivato in sei piccoli appezzamenti tra Châtillon-sur-Marne e Vandières, su suoli calcareo-argillosi. La vinificazione alterna acciaio e legno, con fermentazioni spontanee, e l’affinamento sui lieviti dura circa 24 mesi. Nessuna filtrazione, nessuna chiarifica: solo il tempo necessario perché il vino trovi il suo equilibrio.

    Nel calice non c’è alcuna voglia di stupire a tutti i costi. Il colore è un giallo dorato luminoso, il perlage fine e cremoso. I profumi oscillano tra agrumi freschi, fiori gialli, frutta a polpa bianca e lievi accenni di lievito e pasticceria secca. Al sorso è verticale, teso, con una freschezza vibrante e una sapidità che accompagna senza sovrastare. È uno Champagne che invita al secondo bicchiere non per opulenza o compiacimento, ma per una naturale progressione del sorso, guidata da freschezza e sapidità.

    “Naturellement” non cerca di essere altro da sé. Non rincorre modelli blasonati, non gioca a imitare stili che non gli appartengono. È esattamente ciò che promette: un’espressione sincera di Pinot Meunier, del suo territorio e di chi lo coltiva.

    Ed è qui che cade definitivamente il pregiudizio. Perché, se questo è uno Champagne “minore”, allora forse è il nostro sguardo a dover cambiare prospettiva. Il Pinot Meunier non è un ripiego: è una scelta. In fondo, nel vino le emozioni più autentiche molto spesso non arrivano da ciò che si proclama straordinario ma da ciò che sa essere profondamente, onestamente, sé stesso.

    Pinot Meunier without inhibitions: the Extra Brut “Naturellement” Champagne by Maison Cazé-Thibaut

    In the world of Champagne, a stubborn reflex still exists: the idea that some grapes are first-class while others are merely consolation prizes. And that Pinot Meunier, without appeal, belongs to the latter category. It is a curious notion—if not an openly ridiculous one—especially today, when wine storytelling should have learned to distrust easy hierarchies and pre-packaged myths.

    Pinot Meunier is not the Champagne “for those who can’t afford anything else.” Rather, it is the Champagne for those who have stopped looking for models to imitate. It is a grape that does not love emphasis but seeks immediate pleasure without banality. Its Champagnes do not require encyclopedic knowledge or complicated rituals: they are meant to be drunk, understood, shared. And paradoxically, this is where their strength—and their greatness—lies.

    In recent years, fortunately, more and more vignerons have chosen to restore dignity and centrality to Pinot Meunier, especially along the Vallée de la Marne, where it has always been an integral part of the landscape and agricultural culture. And it is precisely from here that one of the tastings that impressed me most in recent times comes.

    The Champagne Extra Brut “Naturellement” by Maison Cazé-Thibaut, bottled on July 13th, 2023 and disgorged on December 16th, 2024, is a concrete demonstration of how deep, vibrant and authentic Pinot Meunier can be, without ever losing that naturalness that makes it so close to the drinker.

    Maison Cazé-Thibaut has its roots in the Vallée de la Marne and carries with it a history spanning ten generations of winegrowers—men and women bound to their land by a silent and constant dedication. It is a story shaped more by continuity than by rupture, by gestures passed down without the need for proclamations. Roger Cazé was the first, in the 1950s, to put the family name on Champagne bottles, earning a reputation that made him a reference point even for other local winegrowers. Today, Fabien Cazé carries this legacy forward with a contemporary vision that remains deeply respectful of the identity of the place.

    In the vineyard, all work is done by hand, without the use of herbicides or insecticides, with almost tailor-made attention given to each parcel. Every plot is considered a unique land of expression, to be listened to before being interpreted. Harvest dates are decided parcel by parcel, following the rhythm of the grapes rather than that of the calendar.

    “Naturellement” is made from pure Pinot Meunier, grown in six small parcels between Châtillon-sur-Marne and Vandières, on clay-limestone soils. Vinification alternates between stainless steel and wood, with spontaneous fermentations, followed by about 24 months of ageing on the lees. No filtration, no fining—only the time necessary for the wine to find its balance.

    In the glass, there is no desire to impress at all costs. The colour is a bright golden yellow, with a fine, creamy perlage. Aromas move between fresh citrus notes, yellow flowers, white-fleshed fruit and subtle hints of yeast and dry pastry. On the palate it is vertical and taut, with vibrant freshness and a savoury balance that supports without overpowering. It is a Champagne that invites a second glass not through opulence or self-indulgence, but through a natural progression of the palate, guided by freshness and savoury tension.

    “Naturellement” does not seek to be anything other than itself. It does not chase prestigious models, nor does it try to imitate styles that do not belong to it. It is exactly what it promises to be: a sincere expression of Pinot Meunier, of its territory and of those who cultivate it.

    And this is where the prejudice finally falls away. Because if this is a “minor” Champagne, then perhaps it is our perspective that needs to change. Pinot Meunier is not a fallback choice—it is a conscious one. In wine, the most authentic emotions very often do not come from what claims to be extraordinary, but from what knows how to be deeply, honestly, itself.

  • Gianni Tessari, una capsula del tempo per il vino

    Gianni Tessari, una capsula del tempo per il vino

     Il 2025, per il mondo del vino è stato un anno complesso, faticoso, attraversato da tensioni economiche, instabilità geopolitiche e da un senso diffuso di incertezza che ha toccato anche le vigne, le cantine, le persone.

    In questo clima, Gianni Tessari ha scelto di compiere un gesto semplice e insieme potentemente simbolico: piantare nel giardino della sua azienda a Roncà una targa metallica con una scritta essenziale, quasi austera: Capsula del tempo. Non aprire prima del 2050.

    Non un’operazione nostalgica, né un esercizio di autocelebrazione, ma un atto di fiducia. Un modo per dire che il vino, prima ancora di essere mercato o prodotto, è tempo che scorre, memoria che si stratifica, dialogo silenzioso tra generazioni.

    L’idea nasce da un passaggio personale, la nascita del nipote Lorenzo. Diventare nonni, spesso, significa rimettere in ordine il calendario interiore: ciò che conta davvero, ciò che resta, ciò che si lascia. La capsula del tempo diventa così una fotografia del presente vitivinicolo, ma anche una lettera non scritta al futuro, destinata a chi nel 2050 guarderà indietro cercando di capire com’eravamo.

    Dentro il contenitore in acciaio inox non ci sono slogan né promesse, ma oggetti concreti, quotidiani, carichi di senso. C’è il terreno, prima di tutto: campioni delle tre denominazioni in cui l’azienda opera – Monti Lessini, Soave e Colli Berici – come a ricordare che tutto nasce da lì, dalla materia viva e silenziosa che sorregge ogni ambizione. Ci sono le mappe, perché il vino è sempre anche geografia, orientamento, appartenenza.

    Poi arriva la vendemmia, raccontata non con parole enfatiche ma attraverso le forbici e i guanti usati in vigna, strumenti umili che parlano di fatica condivisa, di scelte, di attenzione. A completare il racconto, una nota sulla vendemmia 2025 scritta da Tessari stesso: una testimonianza diretta, senza filtri, di un’annata che chiederà di essere ricordata.

    La cantina è rappresentata dal ladro di botte, simbolo di attesa e ascolto, e dai tappi, custodi silenziosi del tempo del vino. Infine le bottiglie: un Dosaggio Zero Monti Lessini Riserva, un Perinato Soave Classico, un Pian Alto Colli Berici, il PIWI Rebellis da uve Solaris. Vini pensati non per essere giudicati oggi, ma per essere assaggiati tra venticinque anni, con un calice che attende paziente il suo momento.

    Accanto al lavoro materiale, trovano spazio le parole: riviste di settore, quotidiani, guide vini, rassegne stampa. Tracce di un linguaggio che cambia, di un modo di raccontare il vino che nel 2050 apparirà forse superato, forse ingenuo, forse sorprendentemente attuale. Tessari si interroga su quali strumenti sopravvivranno, su come continueremo a parlare di vino, su quali parole useremo per descriverlo.

    In fondo, questa capsula del tempo non custodisce risposte, ma domande. E forse è proprio questo il suo valore più autentico. In un periodo plumbeo come quello che il comparto vitivinicolo sta attraversando, scegliere di guardare avanti, di affidare al futuro una testimonianza onesta del presente, è un gesto controcorrente.

    Gianni Tessari, a time capsule for the world of wine

    For the world of wine, 2025 has been a complex and demanding year, marked by economic tensions, geopolitical instability, and a widespread sense of uncertainty that has reached vineyards, cellars, and people alike.

    In this climate, Gianni Tessari chose to perform a simple yet powerfully symbolic act: planting a metal plaque in the garden of his winery in Roncà, engraved with an essential, almost austere inscription: Time capsule. Do not open before 2050.

    Not a nostalgic exercise, nor an act of self-celebration, but a gesture of trust. A way of saying that wine, before being a market or a product, is time unfolding, memory layering itself, a silent dialogue between generations.

    The idea stems from a personal turning point: the birth of his grandson, Lorenzo. Becoming a grandparent often means rearranging one’s inner calendar—rethinking what truly matters, what remains, and what we leave behind. The time capsule thus becomes a snapshot of the present wine world, but also an unwritten letter to the future, destined for those who in 2050 will look back, trying to understand who we were.

    Inside the stainless-steel container there are no slogans or promises, but concrete, everyday objects filled with meaning. First and foremost, the soil: samples from the three denominations in which the winery operates—Monti Lessini, Soave, and Colli Berici—reminding us that everything begins there, in the living, silent matter that supports every ambition. There are also maps, because wine is always geography, orientation, and belonging.

    Then comes the harvest, told not through emphatic words but through the pruning shears and gloves used in the vineyard—humble tools that speak of shared labor, choices, and care. Completing the story is a note on the 2025 harvest written by Tessari himself: a direct, unfiltered testimony of a vintage that will ask to be remembered.

    The cellar is represented by the wine thief, a symbol of waiting and listening, and by the corks, silent guardians of the wine’s time. Finally, the bottles: a Dosage Zero Monti Lessini Riserva, a Perinato Soave Classico, a Pian Alto Colli Berici, and the PIWI Rebellis made from Solaris grapes. Wines conceived not to be judged today, but to be tasted in twenty-five years’ time, with a glass patiently awaiting its moment.

    Alongside the material work, there are words: trade magazines, newspapers, wine guides, press clippings. Traces of a changing language, of a way of talking about wine that in 2050 may seem outdated, naïve, or perhaps surprisingly current. Tessari wonders which tools will survive, how we will continue to talk about wine, and which words we will choose to describe it.

    Ultimately, this time capsule does not preserve answers, but questions. And perhaps this is its most authentic value. In a gloomy period like the one the wine sector is going through, choosing to look ahead, to entrust the future with an honest testimony of the present, is a countercultural gesture.

  • Umbria Top a Vinitaly 2026: il Cuore Verde si presenta unito

    Umbria Top a Vinitaly 2026: il Cuore Verde si presenta unito

    Umbria Top annuncia ufficialmente la propria partecipazione a Vinitaly 2026, in programma a Verona dal 12 al 15 aprile. La cooperativa sarà protagonista all’interno del Padiglione D, nuovo spazio espositivo interamente dedicato all’Umbria, pensato per raccontare in modo corale l’identità vitivinicola della regione.

    Sono circa 40 le aziende umbre già confermate per l’edizione 2026, un numero che testimonia la volontà di presentarsi in maniera compatta e riconoscibile in uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama enologico internazionale. Una presenza che non si limita alla semplice esposizione, ma che si articolerà – come da tradizione – in un programma di degustazioni guidate, incontri professionali, momenti di approfondimento e attività di animazione, con l’obiettivo di rafforzare il profilo culturale, enoturistico e commerciale delle aziende partecipanti.

    Il tema scelto per la prossima edizione sarà “Umbria: Stili di Vite”, un concept che intende raccontare l’anima profonda del territorio attraverso la pluralità delle sue espressioni enologiche. Un filo conduttore che lega la cultura della vite a uno stile di vita autentico, radicato nella sostenibilità, nella qualità delle produzioni e in un’idea di sviluppo che intreccia vino, paesaggio e identità.

    «Valorizzare un comparto fondamentale come quello del vino è essenziale per l’Umbria – sottolinea Simona Meloni, Assessora regionale all’Agricoltura e al Turismo – e intendiamo sostenerlo con politiche pubbliche capaci di guardare anche all’apertura di nuovi mercati». Il nuovo padiglione umbro, spiega l’Assessora, sarà uno spazio vivo e immersivo, pensato per raccontare non solo i vini, ma anche il legame profondo tra territorio, cultura gastronomica e offerta turistica.

    Sulla stessa linea Massimo Sepiacci, Presidente di Umbria Top Wines: «Vinitaly rappresenta un appuntamento imprescindibile per i nostri soci. La collaborazione costante con le istituzioni regionali ci ha permesso di costruire nel tempo una presenza sempre più strutturata e riconoscibile, capace di dare continuità e forza al progetto Umbria».

    Accanto alla partecipazione a Vinitaly, Umbria Top conferma il proprio impegno in un programma di promozione che accompagnerà tutto il 2026, sostenuto dalla Regione Umbria e da fondi ministeriali ed europei. Un piano pluriennale che riconosce il vino come elemento identitario e strategico per lo sviluppo economico del territorio, inserito nell’ambito delle iniziative di promozione delle produzioni certificate umbre previste dal CSR Umbria 2023–2027, intervento SRG10.

    Un percorso che guarda al futuro, partendo da una visione condivisa: quella di un’Umbria che sceglie di raccontarsi al mondo attraverso i suoi vini, i suoi produttori e i suoi diversi, autentici “stili di vite”.

    Umbria Top at Vinitaly 2026: the Green Heart of Italy presents itself as one

    Umbria Top officially announces its participation in Vinitaly 2026, scheduled to take place in Verona from April 12 to 15. The cooperative will be featured in Hall D, the new exhibition area entirely dedicated to Umbria, designed to present the region’s wine identity through a unified and coherent narrative.

    Around 40 Umbrian wine producers have already confirmed their presence for the 2026 edition, highlighting a shared desire to appear strong and cohesive at one of the most important international wine events. As in previous years, the regional presence will go beyond exhibition space, offering a structured programme of guided tastings, professional meetings, in-depth discussions and experiential activities, aimed at strengthening the cultural, wine tourism and commercial profile of the participating wineries.

    The theme chosen for Vinitaly 2026 is “Umbria: Styles of Vines”, a concept that explores the region’s deep-rooted identity through the diversity of its wines. A narrative linking viticulture to an authentic lifestyle, shaped by sustainability, quality production and a development model that connects wine, landscape and cultural heritage.

    “For Umbria, enhancing a fundamental sector such as wine is essential,” says Simona Meloni, Regional Councillor for Agriculture and Tourism. “We are committed to supporting it through public policies that also focus on opening new markets.” The new Umbrian pavilion, she adds, will be a vibrant and immersive space, designed to showcase not only wines, but also the close relationship between territory, gastronomy and tourism.

    Massimo Sepiacci, President of Umbria Top Wines, echoes this vision: “Vinitaly is an unmissable event for our members. The ongoing collaboration with regional institutions has allowed us to build an increasingly structured and recognisable presence, giving continuity and strength to the Umbria project.”

    Alongside Vinitaly, Umbria Top confirms its commitment to a promotional programme spanning the entire year 2026, supported by the Umbria Region and by national and European funds. A multi-year strategy that recognises wine as a key identity asset and a strategic driver for the region’s economic development, within the framework of the CSR Umbria 2023–2027 programme, intervention SRG10.

    A long-term vision that looks ahead, starting from a shared belief: that Umbria can speak to the world through its wines, its producers and its many authentic “styles of vines”.

  • Alta Langa DOCG: il 2025 si chiude in crescita

    Alta Langa DOCG: il 2025 si chiude in crescita

    Il 2025 si conferma un anno particolarmente significativo per l’Alta Langa DOCG, che consolida il proprio ruolo tra i riferimenti del metodo classico italiano. Il bilancio del Consorzio evidenzia una crescita costante, sia in termini di visibilità sia di risultati produttivi e commerciali.

    Tra i progetti chiave dell’anno, il lancio dell’Alta Langa Academy, piattaforma digitale dedicata alla storia, al territorio e all’identità della denominazione, pensata come strumento di divulgazione e formazione aperto ad appassionati e operatori.

    Sul fronte degli eventi, l’Alta Langa DOCG è stata protagonista in numerosi appuntamenti nazionali e internazionali: dalla Slow Wine Fair di Bologna alla Prima dell’Alta Langa alla Nuvola Lavazza di Torino – edizione record con 82 produttori – fino al riconoscimento di Vino dell’Anno 2025 della Regione Piemonte. Un titolo che ha accompagnato la denominazione in contesti istituzionali e culturali in Italia e all’estero, tra cui Expo Osaka 2025, Artissima, Golosaria e numerosi eventi di settore.

    Importante anche il riscontro ottenuto a Roma, con la seconda edizione di Alta Langa Roma, degustazione professionale che ha coinvolto 34 cantine, affiancata da masterclass, incontri con la critica specializzata e degustazioni dedicate nel corso dell’anno.

    Dal punto di vista produttivo, la vendemmia 2025 è stata giudicata di ottima qualità. Gli ettari vitati raggiungono quota 500, i soci del Consorzio sono 179 e le bottiglie potenzialmente certificabili arrivano a 3,5 milioni. Le vendite superano i 2 milioni di bottiglie, con una crescita oltre il 10% rispetto al 2024.

    Per il 2026, il Consorzio conferma un programma orientato a promozione e internazionalizzazione, con appuntamenti già definiti a Torino, Bologna, New York e Roma, nel segno della continuità e della valorizzazione delle alte colline piemontesi da cui nasce l’Alta Langa DOCG.

    I numeri del Consorzio e dell’Alta Langa DOCG

    • Oltre 100 cantine produttrici associate al Consorzio
    • 500 ettari di vigneto tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo
    • Il vigneto Alta Langa è coltivato indicativamente per 2/3 a Pinot Nero e 1/3 a Chardonnay
    • 3.500.000 bottiglie potenziali dalla vendemmia 2025 (in commercio non prima dell’autunno 2028)
    • Mercato interno: 85%
    • Export: 15%

    Alta Langa DOCG: 2025 Ends on a High Note
    2025 has proven to be a particularly significant year for Alta Langa DOCG, consolidating its role as a reference point for Italian traditional method sparkling wines. The Consortium’s report highlights steady growth in terms of visibility, production, and sales.

    Key projects this year include the launch of Alta Langa Academy, a digital platform dedicated to the history, territory, and identity of the denomination, designed as an educational and informational tool for both enthusiasts and professionals.

    On the events front, Alta Langa DOCG played a leading role in numerous national and international occasions. From the Slow Wine Fair in Bologna to La Prima dell’Alta Langa at Nuvola Lavazza in Turin – a record edition with 82 producers – to being named Wine of the Year 2025 by the Piedmont Region, the denomination participated in institutional and cultural contexts in Italy and abroad, including Expo Osaka 2025, Artissima, Golosaria, and many industry events.

    Significant attention was also garnered in Rome with the second edition of Alta Langa Roma, a professional tasting involving 34 wineries, complemented by masterclasses, meetings with wine critics, and dedicated tastings throughout the year.

    From a production standpoint, the 2025 harvest was deemed of excellent quality. Vineyard area reaches 500 hectares, the Consortium has 179 members, and potentially certifiable bottles amount to 3.5 million. Sales exceed 2 million bottles, marking a growth of over 10% compared to 2024.

    For 2026, the Consortium confirms a program focused on promotion and internationalization, with already scheduled events in Turin, Bologna, New York, and Rome, continuing to highlight the high hills of Piedmont where Alta Langa DOCG originates.

    Consortium and Alta Langa DOCG figures:

    • Over 100 member wineries
    • 500 hectares of vineyards across the provinces of Alessandria, Asti, and Cuneo
    • Vine composition: approximately 2/3 Pinot Noir and 1/3 Chardonnay
    • 3,500,000 potential bottles from the 2025 harvest (commercial release not before autumn 2028)
    • Domestic market: 85%
    • Export market: 15%