• Consorzio Valtènesi: la Primavera 2026 tra mercati internazionali e identità gardesana

    Consorzio Valtènesi: la Primavera 2026 tra mercati internazionali e identità gardesana

    La Primavera 2026 del Consorzio Valtènesi non sarà soltanto una sequenza di date in agenda, ma un percorso articolato che intreccia promozione, cultura del vino e presidio identitario. Un calendario fitto di appuntamenti che ribadisce una strategia precisa: rafforzare il posizionamento della Valtènesi e del suo rosé come espressione autentica della sponda bresciana del Lago di Garda, capace di parlare ai mercati internazionali senza perdere il radicamento territoriale.

    C’è una data che, più di altre, segna l’inizio della stagione: il 14 febbraio. Da quel giorno i Valtènesi rosé possono ufficialmente entrare in commercio. Non è solo un passaggio normativo, ma un momento che sancisce l’avvio del nuovo ciclo produttivo e rinnova il dialogo tra produttori, operatori e appassionati. Una sorta di “capodanno” della denominazione, che sottolinea la natura identitaria di un vino profondamente legato al paesaggio gardesano.

    L’anno si apre con uno sguardo deciso verso l’estero. Dal 9 all’11 febbraio il Consorzio è stato protagonista a Wine Paris, all’interno della collettiva Lake Garda Wines, affiancando gli altri Consorzi del territorio in un racconto corale delle denominazioni gardesane.

    Sempre a febbraio, doppio appuntamento in Italia: la partecipazione a BIT Milano in collaborazione con Regione Lombardia, per rafforzare il legame tra vino e turismo, e la presenza alla Slow Wine Fair di Bologna, dove il Consorzio sarà protagonista del Premio Carta Vini “Terroir e Spirito Slow” come referente della categoria Territori emergenti italiani.

    Marzo porta la Valtènesi a Düsseldorf, snodo strategico per il mercato europeo. Prima con Tre Bicchieri – Special Edition in collaborazione con Gambero Rosso, poi con ProWein 2026, una delle principali fiere internazionali di settore.

    Proprio a ProWein, il Consorzio sarà protagonista di un momento di formazione dedicato al rosé all’interno del progetto PDO Rosé Educational Hub, sviluppato in sinergia con i partner della Provenza. Un dialogo tra due territori simbolo del rosé europeo che va oltre la semplice promozione: si tratta di un confronto culturale e tecnico che rafforza il posizionamento internazionale della tipologia, mettendo al centro autenticità, vocazione viticola e identità territoriale.

    Accanto alle fiere, la primavera sarà animata da un calendario ricco di eventi in loco. Il 23 marzo torna La Prima del Valtènesi, momento riservato a stampa e operatori per la presentazione delle nuove annate. Un appuntamento chiave per il dialogo con il mondo della comunicazione e della distribuzione.

    Spazio anche al pubblico e alla ristorazione con iniziative come Valtènesi in… Tavola!, rassegna enogastronomica nei ristoranti della denominazione, e con un educational tour dedicato ai giornalisti italiani, pensato per offrire un’esperienza immersiva tra aziende, paesaggio e cultura produttiva.

    Tra gli eventi simbolo spiccano Valtènesi in Rosa al Castello di Moniga del Garda, la Festa del Vino di Polpenazze con la 20ª edizione del Concorso Enologico Valtènesi – Riviera del Garda Classico e gli appuntamenti in Casa del Vino a Puegnago, dedicati al dialogo tra vino e alta cucina. Occasioni diverse per target e linguaggi, ma unite da un filo conduttore: raccontare la denominazione attraverso esperienze concrete di convivialità e cultura.

    Incastonata nella Riviera del Garda Classico DOC, la Valtènesi rappresenta una delle espressioni più identitarie del rosé italiano. La sua storia moderna affonda le radici nel 1896, quando il senatore Pompeo Molmenti codificò la tecnica del rosé ispirandosi ai modelli francesi.

    Paolo Pasini presidente del Consorzio Valtènesi

    Oggi il Consorzio riunisce 102 produttori, in gran parte vignaioli indipendenti, custodi di una filiera corta e sostenibile. Dal 2010 la sottozona è ufficialmente riconosciuta, consolidando il ruolo della Valtènesi come patria di un rosé che interpreta con eleganza il microclima del Garda – quell’equilibrio unico che rende quest’area una delle più settentrionali d’Europa per la coltivazione di ulivi e limoni.

    La Primavera 2026 si inserisce dunque in un percorso più ampio: una promozione integrata in cui fiere internazionali, eventi territoriali, formazione e cultura diventano strumenti complementari per rafforzare la riconoscibilità della Valtènesi nel panorama vitivinicolo contemporaneo.

    Consorzio Valtènesi: Spring 2026 Between International Markets and Gardesano Identity

    Spring 2026 for the Consorzio Valtènesi will be more than just a sequence of dates on the calendar; it will unfold as a structured journey intertwining promotion, wine culture, and a strong sense of identity. A rich program of events that reaffirms a clear strategy: strengthening the positioning of Valtènesi and its rosé as an authentic expression of the Brescia shore of Lake Garda, capable of engaging international markets while remaining deeply rooted in its territory.

    There is one date that, more than any other, marks the beginning of the season: February 14. From that day, Valtènesi rosé wines may officially be released onto the market. It is not merely a regulatory step, but a moment that signals the start of a new production cycle and renews the dialogue between producers, operators, and wine lovers. A sort of “New Year’s Day” for the denomination, underscoring the identity-driven nature of a wine profoundly connected to the Gardesano landscape.

    The year opens with a strong international outlook. From February 9 to 11, the Consortium took part in Wine Paris within the Lake Garda Wines collective, joining other Garda Consortia in a shared narrative of the region’s denominations.

    February also features two key events in Italy: participation in BIT Milano in collaboration with Regione Lombardia to reinforce the connection between wine and tourism, and attendance at the Slow Wine Fair in Bologna, where the Consortium will take part in the “Carta Vini – Terroir e Spirito Slow” Award as representative of the Emerging Italian Territories category.

    March brings Valtènesi to Düsseldorf, a strategic hub for the European market. First with Tre Bicchieri – Special Edition in collaboration with Gambero Rosso, then with ProWein 2026, one of the world’s leading international wine trade fairs.

    At ProWein, the Consortium will host a dedicated rosé training session as part of the PDO Rosé Educational Hub project, developed in synergy with partners from Provence. A dialogue between two emblematic European rosé territories that goes beyond simple promotion: a cultural and technical exchange designed to strengthen the international positioning of the category, placing authenticity, specific viticultural vocation, and territorial identity at its core.

    Alongside trade fairs, spring will also be animated by a rich calendar of local events. On March 23, La Prima del Valtènesi returns—an event reserved for press and trade professionals to present the new vintages. A key moment for dialogue with the world of communication and distribution.

    There will also be initiatives aimed at the public and the restaurant sector, such as Valtènesi in… Tavola!, a food and wine showcase hosted by restaurants within the denomination, as well as an educational tour for Italian journalists, designed to offer an immersive experience among wineries, landscapes, and production culture.

    Among the season’s hallmark events are Valtènesi in Rosa at the Castello di Moniga del Garda, the Festa del Vino di Polpenazze featuring the 20th edition of the Concorso Enologico Valtènesi – Riviera del Garda Classico, and the dinners hosted at Casa del Vino in Puegnago, dedicated to the dialogue between wine and haute cuisine. Different occasions addressing diverse audiences and languages, yet united by a common thread: telling the story of the denomination through tangible experiences of conviviality and culture.

    Nestled within the Riviera del Garda Classico DOC, Valtènesi represents one of the most distinctive expressions of Italian rosé. Its modern history dates back to 1896, when Senator Pompeo Molmenti codified the rosé technique inspired by French models.

    Today, the Consortium brings together 102 producers, largely independent winegrowers who safeguard a short and sustainable supply chain. Since 2010, the subzone has been officially recognized, consolidating Valtènesi’s role as the homeland of an authentic rosé that elegantly interprets the unique Garda microclimate—an equilibrium that makes this area one of the northernmost in Europe for olive and lemon cultivation.

    Spring 2026 thus forms part of a broader path: an integrated promotional vision in which international fairs, local events, education, and culture become complementary tools to strengthen Valtènesi’s recognition within the contemporary national and international wine landscape.

  • Centopassi: l’eccellenza del Belice tra viticoltura e riscatto

    Centopassi: l’eccellenza del Belice tra viticoltura e riscatto

    Nell’Alto Belice Corleonese, in un paesaggio mozzafiato dove la bellezza è tanto travolgente quanto difficile, batte il cuore di Centopassi.

    Non è una semplice azienda vitivinicola, ma l’anima agricola delle cooperative Libera Terra: un progetto che affonda le radici nel riuso sociale dei beni confiscati, trasformando terre un tempo segnate dall’oppressione in giardini di legalità e lavoro pulito. Ma attenzione: non siamo di fronte a una semplice iniziativa di “vino sociale”. Qui la sfida vinta è quella di aver coniugato l’impegno civile con una competitività commerciale di altissimo profilo.

    L’identità di Centopassi è scolpita nei suoi 70 ettari di vigneto, frammentati in 13 appezzamenti distribuiti tra colline e montagne. Qui l’agricoltura biologica non è una moda, ma una scelta di rispetto verso un ecosistema incontaminato.

    Il focus è tutto sui vitigni autoctoni, veri interpreti di questo microclima complesso:

    I Bianchi: Grillo, Catarratto e Carricante, che qui acquistano verticalità e mineralità grazie alle altitudini elevate.

    I Rossi: Nero d’Avola, Perricone, ma anche chicche come il Lucignola, il Nerello Mascalese e il Nocera.

    L’obiettivo è chiaro: mettere in bottiglia vini dalla personalità forte, capaci di raccontare la terra da cui provengono senza filtri, rendendo omaggio a un’area della Sicilia che è, al tempo stesso, splendida e struggente.

    Se il valore etico è il motore, i risultati di mercato sono la prova che la visione di Centopassi è vincente. Con oltre 540 mila bottiglie prodotte nel 2025 (un record che segna un +18,5% rispetto all’anno precedente), l’azienda ha dimostrato una resilienza straordinaria in un settore sempre più competitivo.

    Non è solo il mercato italiano a premiare questo sforzo: i vini Centopassi viaggiano oggi in 14 Paesi, portando il messaggio del riscatto siciliano sulle tavole di tutto il mondo. Dalle linee storiche come Placido Rizzotto e Giato, fino ai prestigiosi Cru che valorizzano le singole vigne, l’offerta commerciale è solida, articolata e sempre coerente.

    Centopassi rappresenta oggi un caso di studio internazionale. Dimostra che la cooperazione sociale, se supportata da competenze tecniche d’eccellenza e una visione imprenditoriale lucida, può superare la dimensione della “testimonianza” per diventare un attore protagonista dell’economia reale.

    Bere un calice di Centopassi significa, dunque, godersi un vino di territorio, figlio di una viticoltura di montagna mediterranea, ma significa anche sostenere un equilibrio delicato tra profitto e giustizia. È la prova che il buon vino può nascere dalla terra buona, in tutti i sensi.

    Centopassi: Belice Excellence Between Viticulture and Social Redemption

    In the Alto Belice Corleonese, set against a breathtaking landscape where beauty is as overwhelming as it is challenging, beats the heart of Centopassi. This is no ordinary winery; it is the viticultural soul of the Libera Terra cooperatives. A project rooted in the social reuse of lands confiscated from the mafia, transforming estates once marked by oppression into gardens of legality and fair labor. But make no mistake: this is more than a “social wine” initiative. The real triumph here is the seamless union of civic commitment with high-profile commercial competitiveness.

    Centopassi’s identity is carved into 70 hectares of vineyards, split across 13 plots nestled between hills and mountains. Here, organic farming is not a trend, but a profound choice to respect an untainted ecosystem. The focus is entirely on indigenous grape varieties, the true interpreters of this complex microclimate:

    The Whites: Grillo, Catarratto, and Carricante, which gain verticality and minerality thanks to the high altitudes.

    The Reds: Nero d’Avola and Perricone, along with gems like Lucignola, Nerello Mascalese, and Nocera.

    The goal is clear: to bottle wines with a strong, distinct personality that tell the unfiltered story of their origin, paying tribute to an area of Sicily that is both stunning and poignant.

    While ethical values are the engine, market results prove that Centopassi’s vision is a winning one. With over 540,000 bottles produced in 2025 (a record +18.5% compared to the previous year), the winery has demonstrated extraordinary resilience in an increasingly competitive industry. It is not just the Italian market rewarding this effort; Centopassi wines now travel to 14 countries, carrying a message of Sicilian redemption to tables worldwide. From historic labels like Placido Rizzotto and Giato to prestigious single-vineyard Crus, the commercial offering is solid, articulate, and consistently high-quality.

    Centopassi stands today as an international case study. It proves that social cooperation—when backed by technical excellence and a clear entrepreneurial vision—can move beyond “testimony” to become a leading player in the real economy.

    Sipping a glass of Centopassi means enjoying a true “territory wine,” the child of Mediterranean mountain viticulture. It also means supporting a delicate balance between profit and justice. It is definitive proof that great wine can only come from “good” land, in every sense of the word.

    Ph © Giorgio_Salvatori

  • Ad Alessandra Piubello il Premio Kyle Phillips 2025

    Ad Alessandra Piubello il Premio Kyle Phillips 2025

    Il percorso professionale di Alessandra Piubello è il frutto di un’infanzia vissuta con il gusto della scoperta,  il naso nel mosto e i doni della dispensa per approdare oggi sul palco di PrimAnteprima 2026 a Firenze. In questa cornice, l’evento della Regione Toscana che inaugura la Settimana delle Anteprime, le è stato conferito il Premio Kyle Phillips 2025.

    Per Alessandra, il vino e il cibo non sono stati una scoperta dell’età adulta, ma un bagaglio ereditato in famiglia: una vera ‘scuola dei sensi’ frequentata fin da piccola.”

    Il padre, artigiano di origini contadine, curava le vigne in Valpolicella per produrre il vino di casa; la madre dominava la cucina, mentre i nonni e gli zii – tra botteghe di alimentari, prosciuttifici e trattorie sui Colli Berici – le insegnavano il valore della materia prima.

    “Odori e sapori che, fin da piccolissima, mi hanno stregata”, ricorda Alessandra.

    Ma la passione, da sola, non basta a fare una grande firma. Alla memoria sensoriale, Alessandra Piubello ha saputo unire un rigore accademico d’eccellenza (AIS, WSET, l’Università di Bordeaux) e una curiosità instancabile. Oggi è l’unica curatrice donna di una guida vini in Italia, la celebre Guida Oro I Vini di Veronelli, oltre che Regional Chair ai Decanter World Wine Awards.

    Il Premio, istituito dall’ASET (Associazione Stampa EnoGastroAgroAlimentare Toscana) e patrocinato dall’Ordine dei Giornalisti della Toscana, è nato nel 2014 per onorare la memoria di Kyle Phillips. Kyle era un collega che sapeva raccontare il vino con una dote rara: la totale assenza di pregiudizi, unita a una brillantezza di scrittura mai sopra le righe.

    Secondo la commissione coordinata da Marzia Morganti, Alessandra Piubello incarna perfettamente questo stile “a 360 gradi”. Non è solo una degustatrice tecnica; è una giornalista che ha “camminato tante vigne”, capace di unire la franchezza del giudizio alla sobrietà del comportamento.

    Leonardo Tozzi, Presidente di ASET, ha sottolineato che : “Forse qualcuno penserà che in Italia ci sono troppi premi di cui si potrebbe anche fare a meno. Nel nostro caso il Premio, come questo che assegniamo oggi alla memoria del collega Kyle Philips, così prematuramente e ingiustamente scomparso, è in realtà uno strumento per leggere lo sviluppo del giornalismo EnoGastroAgroAlimentare anno dopo anno, i colleghi che lo esercitano, le tendenze che analizzano, le storie che raccontano. Quindi non è un premio alla semplice memoria, ma un modo concreto, per quanto possibile, di tenere in vita lo spirito professionale del collega cercando ogni anno di ritrovarne l’estro e la capacità professionale nel corpo e nel mestiere di altri giornalisti che con analoga tempra, indipendenza e autonomia di giudizio rinnovano il meglio della nostra professione, così come era nello stile dell’ottimo Kyle»

    Insieme al premio, Alessandra ha ricevuto un soggiorno in un territorio vinicolo toscano, grazie alla partnership con il Movimento Turismo del Vino Toscana, rappresentato dalla Presidente Anastasia Mancini. Ma il riconoscimento più significativo resta l’ingresso di Alessandra in ASET come socia onoraria, a suggello di una carriera che continua a nobilitare il racconto del vino italiano.

    From the Vineyards of Valpolicella to the 2025 Kyle Phillips Prize: The Journey of Alessandra Piubello

    The professional path of Alessandra Piubello is the result of a childhood lived with a taste for discovery, a nose for must, and the gifts of the pantry, leading her today to the stage of PrimAnteprima 2026 in Florence. In this prestigious setting—the Tuscany Region’s event that inaugurates the “Settimana delle Anteprime” (Tuscan Wine Preview Week)—she was awarded the 2025 Kyle Phillips Prize.

    For Alessandra, wine and food were not discoveries of adulthood, but a family heritage: a true “school of the senses” attended since she was a child. Her father, a craftsman of peasant origins, tended the vineyards in Valpolicella to produce the family wine; her mother mastered the kitchen, while grandparents and uncles—among grocery stores, ham factories, and trattorias in the Berici Hills—taught her the value of raw materials.

    “Smells and flavors that have enchanted me since I was very small,” Alessandra recalls.

    However, passion alone is not enough to create a great writer. To her sensory memory, Alessandra Piubello has combined academic excellence (AIS, WSET, the University of Bordeaux) and an untiring curiosity. Today, she is the only female curator of a wine guide in Italy, the renowned Guida Oro I Vini di Veronelli, as well as Regional Chair at the Decanter World Wine Awards.

    The Prize, established by ASET (Tuscany Agri-Food Press Association) and patronized by the Order of Journalists of Tuscany, was created in 2014 to honor the memory of Kyle Phillips. Kyle was a colleague who knew how to write about wine with a rare gift: a total absence of prejudice, combined with a brilliance of writing that was never over the top.

    According to the commission coordinated by Marzia Morganti, Alessandra Piubello perfectly embodies this “360-degree” style. She is not just a technical taster; she is a journalist who has “walked many vineyards,” capable of combining frankness of judgment with sobriety of conduct.

    As the President of ASET, Leonardo Tozzi, pointed out, this award is not a simple exercise in memory, but a tool to map the state of journalism in the sector:

    • Independence: The ability to look at the market with a critical eye.
    • Curiosity: The desire to explore new territories and stories.
    • Autonomy: The stylistic signature that honors the profession.

    Along with the award, Alessandra received a stay in a Tuscan wine territory, thanks to the partnership with the Movimento Turismo del Vino Toscana, represented by President Anastasia Mancini. Yet, the most significant recognition remains Alessandra’s induction into ASET as an honorary member, sealing a career that continues to ennoble the storytelling of Italian wine.

  • DiVinNosiola 2026: In Valle dei Laghi l’oro bianco del Trentino si fa cammino

    DiVinNosiola 2026: In Valle dei Laghi l’oro bianco del Trentino si fa cammino

    Dal 27 marzo al 10 aprile, nella Valle dei Laghi, culla della Nosiola, l’unico vitigno autoctono a bacca bianca del Trentino, torna con la sedicesima edizione DiVinNosiola, un appuntamento che quest’anno segna un punto di svolta: la nascita del primo sentiero interamente dedicato a questo vitigno “selvatico” ed elegante.

    La grande novità del 2026 è l’inaugurazione del Sentiero della Nosiola, un progetto che trasforma la viticoltura in un’esperienza immersiva. Non è solo un tracciato, ma un omaggio tangibile al paesaggio.

    Per chi ama camminare: Un anello di 9 km tra Padergnone e Santa Massenza, punteggiato da 13 installazioni didattiche in legno di larice che richiamano la forma delle arèle (i graticci su cui appassiscono le uve). Un percorso facile, arricchito da specchi per catturare scorci inediti e installazioni dedicate al vento, l’elemento invisibile ma vitale per la Valle.

    Per i bikers: Un percorso MTB di 28 km che collega fisicamente tutte le cantine della zona, permettendo di pedalare tra i filari e fermarsi per un calice direttamente dal produttore.

    Il cuore pulsante della manifestazione rimane legato alla Settimana Santa. Domenica 29 marzo, presso la Cantina Pedrotti, si rinnoverà il Rito della Spremitura. È un momento quasi mistico: le uve di Nosiola, dopo il processo di appassimento naturale più lungo al mondo, lasciano finalmente i graticci per essere spremute.

    Nasce così il Vino Santo Trentino DOC (Presidio Slow Food), un nettare che richiede pazienza infinita e l’intervento della “muffa nobile”. Un vino da meditazione che, con le sue note di miele e albicocca, rappresenta l’identità più profonda di questa valle.

    Il calendario di DiVinNosiola 2026 è fitto di appuntamenti che mescolano enogastronomia e folklore:

    Nosiola Express (6 aprile): Un viaggio a bordo di un trenino enogastronomico che toccherà i borghi di Santa Massenza (la capitale della grappa artigianale), Lasino e Pergolese. Un tour tra castelli e vigne con tappe nelle cantine per assaggiare i piatti della tradizione, come la polenta concia e l’orzotto, abbinati alla Nosiola nelle sue varie declinazioni.

    L’Aspersione (4 aprile): Presso la Casa Caveau di Padergnone, si potrà assistere all’antico rito laico di bagnarsi gli occhi con gocce di Nosiola, un gesto benaugurante per l’imminente stagione agricola, accompagnato dai canti del Coro della Valle dei Laghi.

    Trekking tra gli Olivi (29 marzo): Una camminata impegnativa ma spettacolare che unisce il blu del Lago di Cavedine alla macchia mediterranea, dove pini e abeti convivono incredibilmente con olivi secolari, a testimonianza del microclima unico di questa zona.

    DiVinNosiola non è solo una rassegna di degustazioni. È l’occasione per scoprire la versatilità di un vitigno che sa essere fresco e minerale nella versione ferma, ma anche complesso e regale nella versione Vino Santo. Quest’anno, grazie anche al gemellaggio con l’Albana di Romagna, il festival si conferma come un laboratorio a cielo aperto sulla biodiversità vitivinicola italiana.

    Per i dettagli sui ticket del Nosiola Express o per le prenotazioni delle escursioni guidate è possibile  consultare il sito ufficiale dell’evento.

    Foto Credits: Archivio Garda Dolomiti Spa

    DiVinNosiola 2026: In Valle dei Laghi, Trentino’s White Gold Becomes a Journey

    From March 27th to April 10th, the Valle dei Laghi—the cradle of Nosiola, Trentino’s only indigenous white grape variety—welcomes the 16th edition of DiVinNosiola. This year marks a significant turning point: the inauguration of the first trail entirely dedicated to this “wild” and elegant vine.

    The highlight of 2026 is the debut of the Nosiola Trail, a project that transforms viticulture into an immersive experience. More than just a path, it is a tangible tribute to the landscape.

    • For Hikers: A 9 km loop between Padergnone and Santa Massenza, dotted with 13 educational installations made of larch wood. These structures mirror the shape of arèle (the traditional racks used for drying grapes). It is an easy route, enriched by mirrors capturing unique vistas and installations dedicated to the wind—the invisible yet vital element of the Valley.
    • For Cyclists: A 28 km MTB trail that physically connects all the local wineries, allowing riders to pedal through the rows of vines and stop for a glass directly from the producers.

    The beating heart of the event remains tied to Holy Week. On Sunday, March 29th, at the Cantina Pedrotti, the Rite of Pressing (Rito della Spremitura) will take place. It is an almost mystical moment: after the longest natural drying process in the world, the Nosiola grapes finally leave the racks to be pressed.

    The result is Vino Santo Trentino DOC (a Slow Food Presidio), a nectar born from infinite patience and the influence of “noble rot.” A true meditation wine, its notes of honey and apricot represent the deepest identity of this valley.

    The DiVinNosiola 2026 calendar is packed with events blending food, wine, and folklore:

    • Nosiola Express (April 6th): A journey aboard a food and wine train through the villages of Santa Massenza (the capital of artisanal grappa), Lasino, and Pergolese. A tour of castles and vineyards with stops at wineries to taste traditional dishes like polenta concia and orzotto, paired with Nosiola in its various forms.
    • The Aspersion (April 4th): At the Casa Caveau in Padergnone, visitors can witness the ancient secular rite of washing one’s eyes with drops of Nosiola—a gesture of good luck for the upcoming agricultural season, accompanied by the songs of the Valle dei Laghi Choir.
    • Trekking Among Ancient Olive Trees (March 29th): A challenging yet spectacular 9.5 km hike connecting the blue waters of Lake Cavedine with the Mediterranean scrub, where pines and firs coexist with centuries-old olive trees, testifying to the unique microclimate of this area.

    DiVinNosiola is more than just a series of tastings. It is an opportunity to discover the versatility of a grape that can be fresh and mineral in its still version, yet complex and regal as Vino Santo. This year, thanks to a twinning with Albana di Romagna, the festival confirms its status as an open-air laboratory for Italian viticultural biodiversity.

    For details on Nosiola Express tickets or to book guided excursions, please visit the official event website.

  • L’anima vulcanica di Casa Cecchin si fa incontro

    L’anima vulcanica di Casa Cecchin si fa incontro

    Il Veneto è anche terra di vulcani spenti e di un’uva che, un tempo, veniva chiamata “rabiosa” per il suo carattere indomabile. In particolare ci troviamo ad Agugliana, sui Monti Lessini, e qui la famiglia Cecchin ha trasformato quella spigolosità in un’eccellenza che oggi accoglie una nuova, importante etichetta: Incontrà.

    La storia di Casa Cecchin non inizia con un vignaiolo di professione, ma con un ingegnere, Renato Cecchin. Nel 1973, Renato si innamorò di una collina a 250 metri di altitudine e decise di scommettere sulla Durella, un’uva autoctona che all’epoca rischiava l’abbandono perché considerata troppo acida e difficile.

    Con la precisione tipica della sua professione, Renato non si è limitato a piantare vigne: ha scavato la cantina direttamente nella roccia vulcanica (il basalto nero) e ha inventato soluzioni geniali. Un esempio? L’Esagono Cecchin, un particolare cesto brevettato che permette di ruotare 273 bottiglie con un unico gesto, facilitando la pulizia del vino dai lieviti.

    Oggi l’azienda è guidata dalla figlia Roberta, affiancata dalla nipote Sara, che portano avanti questa visione: trattare la terra con rispetto (niente diserbo e solo concimi organici) e far parlare il territorio attraverso bollicine che riposano nel silenzio e nel buio della loro cripta di roccia.

    Se il termine “Durella” vi fa pensare a qualcosa di duro o difficile, il nuovo nato di casa, Incontrà, è qui per farvi cambiare idea. Questo Monti Lessini Metodo Classico Brut nasce con un obiettivo chiaro: essere un ponte tra la tradizione rigorosa della cantina e la voglia di un sorso più immediato e conviviale.

    Il nome stesso è un gioco di parole affascinante: richiama la “Contrada” Agugliana, dove tutto ha inizio, ma celebra soprattutto l’incontro tra le persone. È un vino pensato per il dialogo, per l’aperitivo tra amici o per una cena senza troppe formalità.

    A differenza delle lunghe attese delle Riserve (che possono riposare anche 60 mesi), Incontrà affina 24 mesi sui lieviti. Un tempo perfetto per mantenere intatta la freschezza dell’uva, ma aggiungendo quella complessità che solo la rifermentazione in bottiglia sa regalare. La particolarità? Al momento della chiusura finale, viene aggiunto un tocco di mosto di Durella della vendemmia precedente, un segreto che esalta il lato fruttato del vino.

    Al naso: La prima cosa che colpisce è la dolcezza della frutta. Si sente chiaramente la pesca bianca, ma c’è anche un tocco esotico che ricorda il mango e l’ananas. È un profumo delicato, accompagnato da una nota leggera ed elegante di crosta di pane

    In bocca: È un vino che “vibra”. La freschezza è la protagonista assoluta, rendendo il sorso leggero e invitante. Si sentono i fiori di campo e ancora la frutta, ma il finale è la vera firma di Casa Cecchin: una sensazione salina, che deriva direttamente da quei terreni vulcanici su cui crescono le vigne.

    Con questa etichetta, Casa Cecchin dimostra che anche una roccia dura come il basalto e un’uva fiera come la Durella possono farsi accoglienti. Incontrà è il punto di equilibrio perfetto: ha il carattere della terra vicentina, ma la mano tesa di chi vuole raccontarla con leggerezza.

    Incontrà: The Volcanic Soul of Casa Cecchin Becomes an “Encounter”

    Veneto is also a land of extinct volcanoes and a grape variety once called “rabiosa” (angry) for its indomitable character. Specifically, we are in Agugliana, in the Lessini Mountains, where the Cecchin family has transformed that sharpness into excellence, now welcoming a new, significant label: Incontrà.

    The story of Casa Cecchin doesn’t begin with a professional winemaker, but with an engineer, Renato Cecchin. In 1973, Renato fell in love with a hill 250 meters above sea level and decided to bet on Durella, a native grape that was at risk of abandonment at the time because it was considered too acidic and difficult.

    With the precision typical of his profession, Renato didn’t stop at planting vines: he carved the cellar directly into the volcanic rock (black basalt) and invented ingenious solutions. An example? The Cecchin Hexagon, a unique patented basket that allows 273 bottles to be rotated with a single movement, facilitating the cleaning of the wine from the yeast.

    Today, the winery is led by his daughter Roberta, alongside his granddaughter Sara, who carry forward this vision: treating the land with respect (no weeding and only organic fertilizers) and letting the territory speak through bubbles that rest in the silence and darkness of their rock crypt.

    If the term “Durella” makes you think of something hard or difficult, the winery’s newcomer, Incontrà, is here to change your mind. This Monti Lessini Metodo Classico Brut was born with a clear goal: to be a bridge between the winery’s rigorous tradition and the desire for a more immediate and convivial sip.

    The name itself is a fascinating play on words: it recalls the “Contrada” (hamlet) of Agugliana, where it all begins, but above all, it celebrates the “incontro” (encounter) between people. It is a wine designed for dialogue, for an aperitif with friends, or for a dinner without too many formalities.

    Unlike the long aging of the Riservas (which can rest for up to 60 months), Incontrà ages for 24 months on the lees. A perfect amount of time to maintain the freshness of the grape while adding the complexity that only bottle fermentation can provide. The secret? During the final bottling stage, a touch of Durella must from the previous harvest is added, enhancing the wine’s fruity side.

    On the nose: The first thing that strikes you is the sweetness of the fruit. White peach is clearly present, but there is also an exotic touch reminiscent of mango and pineapple. It is a delicate fragrance, accompanied by a light and elegant note of bread crust.

    In the mouth: It is a wine that “vibrates.” Freshness is the absolute protagonist, making the sip light and inviting. You can taste wild flowers and more fruit, but the finish is the true signature of Casa Cecchin: a saline sensation that stems directly from the volcanic soils where the vines grow.

    With this label, Casa Cecchin proves that even a rock as hard as basalt and a grape as fierce as Durella can become welcoming. Incontrà is the perfect balance: it has the character of the Vicenza land, but the outstretched hand of those who want to tell its story with lightness.

  • Il vino non conosce cattive intenzioni

    Il vino non conosce cattive intenzioni

    In un tempo in cui il vino viene spesso raccontato come problema, rischio, eccesso, Baglio di Pianetto compie un gesto controcorrente: non promuove una bottiglia, ma un’idea.
    Lo fa con una campagna che non è un invito all’acquisto, non ha listini, non ha punteggi. Ha invece una frase-manifesto che suona come una dichiarazione di senso prima ancora che di comunicazione: “Il vino non conosce cattive intenzioni.”

    È un messaggio che non difende il vino come consumo, ma lo restituisce alla sua dimensione culturale, oggi sempre più fragile, compressa tra slogan salutisti, allarmismi semplificati e un’idea di piacere ridotta a performance individuale.

    Da Wine Paris a Vinitaly, la campagna di Baglio di Pianetto appare sui media di settore e sui quotidiani nazionali come una presa di parola pubblica: non per dire “bevi”, ma per chiedere come e perché beviamo.

    Fondata nel 1997 dal Conte Paolo Marzotto, Baglio di Pianetto vive oggi una nuova fase sotto la guida di Grégoire Desforges, terza generazione della famiglia.
    La sua non è una visione nostalgica, ma lucida: se il vino vuole continuare a essere rilevante, deve smettere di difendersi come merce e tornare a proporsi come esperienza culturale.

    La campagna 2026 si articola in sei frasi-manifesto, che non parlano di vitigni o terroir, ma di tempo, relazione, responsabilità, profondità.

    Unisce, non divide

    In una società che misura tutto in termini di prestazione, il vino viene spesso vissuto come segno di distinzione: competenza, status, appartenenza.
    Baglio di Pianetto ribalta questa logica: il vino non serve a separare, ma a creare uno spazio comune, in cui le differenze non vengono annullate, ma accolte. Il vino non come oggetto da esibire, ma come tempo condiviso.

    Celebra il tempo, non la fretta

    Il vino è, per sua natura, una forma di resistenza alla velocità.
    Resistenza alla semplificazione, alla gratificazione immediata, alla cultura del “tutto e subito”.

    Celebrare il tempo significa riconoscere che ogni bottiglia è una storia lenta, fatta di stagioni, attese, trasformazioni invisibili.
    Insegna la misura, non l’eccesso

    Qui la cantina compie il gesto più coraggioso: non nega il problema, ma lo nomina.
    Riconosce che non esiste un consumo alcolico privo di rischio, e proprio per questo richiama a una cultura della misura come valore, non come limite imposto. Il vino non come fuga, ma come esercizio di responsabilità.

    Cerca l’essenza, non resta in superficie

    In un mondo che privilegia l’immediato, il vino chiede l’opposto: attenzione, silenzio, ritorno.
    Degustare diventa un gesto quasi meditativo: osservare, annusare, assaggiare, tornare sui propri passi.

    Cura il territorio, non lo snatura

    La relazione con la terra non è mai neutra.
    Baglio di Pianetto parla di suolo come organismo vivo, di biodiversità come risorsa, di equilibrio come scelta quotidiana.

    Crea cultura, non consumo

    È il cuore del manifesto.
    Nel momento in cui il vino rischia di essere trattato come una commodity qualsiasi, la cantina sceglie di rimettere al centro le domande: da dove viene? chi lo ha fatto? con quali scelte? con quale impatto? Bere non come atto distratto, ma come relazione consapevole.

    “Il vino non conosce cattive intenzioni” non è uno slogan, ma un invito a restituire senso a una bevanda culturale, oggi più che mai fragile: forse non è il vino a essere sotto attacco, ma il modo in cui abbiamo smesso di ascoltarlo.

    Wine Has No Bad Intentions

    At a time when wine is often portrayed as a problem, a risk, an excess, Baglio di Pianetto makes a countercultural gesture: it does not promote a bottle, but an idea. It does so with a campaign that is not an invitation to purchase, has no price lists, no scores. Instead, it carries a manifesto-phrase that sounds like a declaration of meaning, even before a communication strategy: “Wine has no bad intentions.”

    It is a message that does not defend wine as a form of consumption, but restores it to its cultural dimension—now increasingly fragile, squeezed between health slogans, simplified alarmism, and an idea of pleasure reduced to individual performance. From Wine Paris to Vinitaly, Baglio di Pianetto’s campaign appears across industry media and national newspapers as a public statement: not to say “drink,” but to ask how and why we drink.

    Founded in 1997 by Count Paolo Marzotto, Baglio di Pianetto is now living a new phase under the guidance of Grégoire Desforges, the third generation of the family. This is not a nostalgic vision, but a lucid one: if wine wants to remain relevant, it must stop defending itself as a commodity and once again present itself as a cultural experience.

    The 2026 campaign unfolds through six manifesto statements that speak not of grape varieties or terroir, but of time, relationships, responsibility, and depth.

    It Unites, It Does Not Divide

    In a society that measures everything in terms of performance, wine is often experienced as a symbol of distinction: competence, status, belonging.
    Baglio di Pianetto overturns this logic: wine does not serve to separate, but to create a shared space, where differences are not erased but welcomed. Wine not as an object to display, but as shared time.

    It Celebrates Time, Not Hurry

    By its very nature, wine is a form of resistance to speed.
    Resistance to simplification, to instant gratification, to the culture of “everything and now.”
    To celebrate time means to recognize that every bottle is a slow story, made of seasons, waiting, invisible transformations.

    It Teaches Moderation, Not Excess

    Here the winery makes its boldest gesture: it does not deny the issue, it names it.
    It acknowledges that there is no level of alcohol consumption completely free of risk, and for this very reason it calls for a culture of moderation as a value, not as an imposed limit. Wine not as escape, but as an exercise in responsibility.

    It Seeks Essence, Not Surface

    In a world that privileges immediacy, wine asks for the opposite: attention, silence, return.
    Tasting becomes an almost meditative act: observing, smelling, tasting, retracing one’s steps.

    It Cares for the Land, It Does Not Distort It

    The relationship with the land is never neutral.
    Baglio di Pianetto speaks of soil as a living organism, of biodiversity as a resource, of balance as a daily choice.

    It Creates Culture, Not Consumption

    This is the heart of the manifesto.
    At a time when wine risks being treated like any other commodity, the winery chooses to place questions back at the center: Where does it come from? Who made it? With which choices? With what impact?
    Drinking not as a distracted act, but as a conscious relationship.

    “Wine has no bad intentions” is not a slogan, but an invitation to restore meaning to a cultural beverage, today more fragile than ever.
    Perhaps it is not wine that is under attack, but the way we have stopped listening to it.

  • Chissà cosa direbbe oggi Veronelli

    Chissà cosa direbbe oggi Veronelli

    Chissà cosa avrebbe detto Luigi Veronelli davanti a un calice di vino dealcolato.
    Chissà come avrebbe reagito di fronte ai dazi, alle paure globali, all’ondata salutista che sembra voler trasformare il vino in un problema invece che in una relazione.
    Chissà cosa avrebbe scritto sapendo che i giovani bevono meno alcol, che il vino è costretto a giustificarsi, a spiegarsi, a difendersi.

    Forse avrebbe sorriso, come faceva quando le cose si facevano complesse.
    O forse avrebbe alzato la voce, come sapeva fare, con quella sua lingua ruvida e poetica insieme, capace di tenere insieme il pensiero critico e la passione civile.

    Perché Veronelli non è mai stato un uomo del “si è sempre fatto così”.
    È stato, al contrario, un uomo del “non accontentiamoci”.

    Alberto Lupo,_Lila_Rocco,_Ave_Ninchi,_Luigi_Veronelli – Italian magazine Radiocorriere, Public domain, via Wikimedia Commons

    Il 2 febbraio avrebbe compiuto cent’anni.
    Era nato a Milano, nel quartiere dell’Isola, nel 1926, e da lì aveva iniziato un percorso che lo avrebbe portato a diventare molto più di un critico: un interprete del suo tempo, un filosofo della terra, un testimone scomodo.

    Fondatore della critica gastronomica ed enologica in Italia, editore, giornalista, intellettuale militante, Veronelli ha attraversato il secondo Novecento accompagnando, come un compagno di strada, vignaioli, artigiani, cuochi, contadini.

    Non cercava il vino “perfetto”, ma quello vero.
    Non inseguiva l’eccezione, ma la coerenza.
    Non misurava solo aromi e strutture, ma persone, luoghi, scelte.

    È stato maestro di intere generazioni, ma soprattutto ha educato gli italiani a una cosa semplice e rivoluzionaria: che dietro ogni bottiglia c’è un mondo, e che quel mondo merita rispetto.

    Ecco perché, oggi, ricordarlo non può ridursi a un monumento.
    Non avrebbe sopportato di essere trasformato in un santino.

    Come ha ricordato Angela Maculan, presidente del Seminario Permanente Luigi Veronelli, le sue battaglie sono state battaglie di senso: per la qualità, per i territori, per il lavoro, per l’ambiente, per una cultura del vino libera e responsabile.

    Non un “beota ripetere”, per usare una sua espressione. Ma un lavoro continuo di rielaborazione.

    È da questa idea che nasce il Seminario Permanente Luigi Veronelli, associazione da lui voluta nel 1986, che oggi, nel giorno del suo centenario,  lancia una nuova campagna associativa.

    Onestà intellettuale, indipendenza della critica, trasparenza, relazione, gioia della condivisione: sono questi i pilastri del pensiero veronelliano che il Seminario continua a far vivere, anche attraverso la Guida Oro I Vini di Veronelli, uno degli ultimi veri presìdi di libertà critica nel mondo del vino.

    Nel corso del 2026, anno simbolicamente dedicato al suo centenario, il Seminario promuoverà eventi, incontri e pubblicazioni.
    E soprattutto aprirà le porte di un luogo che è più di un museo: lo Spazio espositivo permanente “Il Veronelli”, al Convento dei Neveri di Bariano, dove l’archivio, la biblioteca, la cantina, la sala assaggi raccontano non solo una vita, ma una visione.

    In un’epoca in cui il vino sembra dover chiedere scusa per esistere, Veronelli ci ricorda che non si tratta di difendere una bevanda, ma di difendere una cultura.
    Una cultura fatta di terra, di mani, di tempo, di comunità.

    Forse oggi direbbe che il problema non è che i giovani bevono meno, ma che il mondo ha smesso di raccontare perché vale la pena bere insieme.
    Forse direbbe che il vino non è una moda, né un prodotto da normalizzare, ma una relazione da custodire.

    E forse, come sempre, ci inviterebbe a non avere paura di pensare controcorrente.

    What Would Veronelli Say Today

    What would Luigi Veronelli say today, standing before a glass of dealcoholized wine?
    How would he react to tariffs, to global fears, to the health-driven wave that seems to be turning wine into a problem rather than a relationship?
    What would he write knowing that young people drink less alcohol, that wine is forced to justify itself, to explain itself, to defend itself?

    Perhaps he would smile, as he used to when things became complicated.
    Or perhaps he would raise his voice, as he knew how to do, with that language of his—both rough and poetic—capable of holding together critical thought and civic passion.

    Because Veronelli was never a man of “this is how it’s always been done.”
    On the contrary, he was a man of “let us not settle.”

    On February 2, he would have turned one hundred.
    He was born in Milan, in the Isola district, in 1926, and from there began a journey that would make him far more than a critic: an interpreter of his time, a philosopher of the land, an uncomfortable witness.

    Founder of gastronomic and wine criticism in Italy, editor, journalist, militant intellectual, Veronelli crossed the second half of the twentieth century walking alongside—like a fellow traveler—winegrowers, artisans, chefs, and farmers.

    He did not seek the “perfect” wine, but the true one.
    He did not chase exception, but coherence.
    He measured not only aromas and structure, but people, places, choices.

    He was a teacher to entire generations, but above all he educated Italians to something simple and revolutionary: that behind every bottle there is a world, and that world deserves respect.

    That is why today remembering him cannot be reduced to a monument.
    He would not have tolerated being turned into a holy icon.

    As Angela Maculan, President of the Seminario Permanente Luigi Veronelli, recalled, his battles were battles of meaning: for quality, for territories, for labor, for the environment, for a free and responsible culture of wine.

    Not a “beota ripetere,” to use one of his own expressions, but a continuous work of rethinking.

    From this idea was born the Seminario Permanente Luigi Veronelli, the association he founded in 1986, which today, on the day of his centenary, launches a new membership campaign.

    Intellectual honesty, independence of criticism, transparency, relationship, and the joy of sharing: these are the pillars of Veronelli’s thought that the Seminario continues to keep alive, also through the Guida Oro I Vini di Veronelli, one of the last true strongholds of free wine criticism.

    Throughout 2026, the year symbolically dedicated to his centenary, the Seminario will promote events, meetings, and publications.

    And above all, it will open the doors of a place that is more than a museum: the permanent exhibition space “Il Veronelli,” at the Convento dei Neveri in Bariano, where the archive, library, cellar, and tasting room tell not only a life, but a vision.

    In an age in which wine seems to have to apologize for existing, Veronelli reminds us that this is not about defending a beverage, but about defending a culture.
    A culture made of land, hands, time, and community.

    Perhaps today he would say that the problem is not that young people drink less, but that the world has stopped telling why it is worth drinking together.
    Perhaps he would say that wine is not a fashion, nor a product to be normalized, but a relationship to be cared for.

    And perhaps, as always, he would invite us not to be afraid to think against the current.

  • Degustare è scoprire: il Piemonte del vino in scena al Salone di Torino 2026

    Degustare è scoprire: il Piemonte del vino in scena al Salone di Torino 2026

    Il Salone del Vino di Torino torna per la sua IV edizione da sabato 28 febbraio a lunedì 2 marzo 2026 negli spazi delle OGR Torino, confermandosi come la più grande “cantina aperta” del Piemonte.

    • Sabato 28 e domenica 1° marzo: aperto al grande pubblico
    • Lunedì 2 marzo: giornata riservata agli operatori professionali

    Il tema dell’edizione 2026 è “Degustare è scoprire”: un invito a leggere ogni vino come una nuova mappa del gusto, un cambio di prospettiva capace di raccontare territori, persone e trasformazioni in atto nel mondo del vino piemontese.

    Il Salone rafforza il proprio ruolo culturale diventando un percorso diffuso e continuativo, che supera i confini della città e si estende a tutto il Piemonte con eventi, incontri e collaborazioni lungo l’arco dell’anno.

    Ad anticipare la manifestazione, per tutto il mese di febbraio, torna “Aspettando il Salone del Vino”: oltre 50 eventi tra cene, degustazioni e appuntamenti diffusi a Torino e in regione.

    I numeri del Salone

    • Oltre 500 cantine
    • Più di 50 masterclass gratuite
    • 30+ collaborazioni territoriali
    • 10 talk di approfondimento
    • 2.000 operatori professionali attesi il lunedì

    Le novità 2026

    • Focus sulle cantine “First Generation”, giovani realtà anche fuori Piemonte, portatrici di nuove visioni produttive e sostenibili.
    • Nuova area food in collaborazione con i Maestri del Gusto di Torino e Provincia, per raccontare l’incontro tra vino e gastronomia.
    • Talk e storytelling sul palco delle OGR, in collaborazione con DISSAPORE, con giornalisti, esperti e creator digitali.
    • Nuova identità visiva firmata dall’illustratore torinese Jacopo Rosati.

    Il Salone 2026 presenta il Piemonte come sistema culturale del vino, fatto di paesaggi, comunità, lavoro, ricerca e innovazione.
    Dal Canavese alla Val di Susa, dal Pinerolese al Monferrato, dalle colline torinesi alle Langhe, dal Roero all’Alto Piemonte, passando per Asti, Ovada, Gavi, Barolo, Barbaresco, Barbera, Grignolino, Moscato, Brachetto e molte denominazioni minori, il Salone offre una mappa completa e contemporanea della viticoltura regionale.

    Ampio spazio anche a:

    • vitigni autoctoni e territori eroici
    • produzioni biologiche
    • distillati piemontesi
    • Vermouth di Torino, simbolo identitario della città.

    Area food

    Nel Binario 3 delle OGR una selezione di artigiani e produttori, tra cui:
    Fassona piemontese, formaggi regionali, cucina popolare contemporanea, tartufo, nocciole e prodotti agricoli del territorio.

    Giornata professionale

    Lunedì 2 marzo, grazie a Unioncamere Piemonte, il Salone accoglierà buyer internazionali da Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito e Repubblica Ceca, insieme a ristoratori, sommelier, enotecari e giornalisti.

    INFO E BIGLIETTI

    www.salonedelvinotorino.it

    Degustare è scoprire: the wines of Piedmont take the stage at Salone del Vino di Torino 2026

    The Salone del Vino di Torino returns for its 4th edition from Saturday 28 February to Monday 2 March 2026 in the spaces of OGR Torino, confirming itself as the largest “open wine cellar” in Piedmont.

    • Saturday 28 February & Sunday 1 March: open to the general public
    • Monday 2 March: reserved for wine professionals

    The theme of the 2026 edition is “Degustare è scoprire” (To taste is to discover): an invitation to read every wine as a new map of flavour, a shift in perspective capable of telling the story of territories, people and transformations within the Piedmontese wine world.

    The Salone strengthens its cultural role by becoming a year-round, travelling project, extending beyond the city of Turin to involve the entire region through events, meetings and collaborations.

    Throughout the month of February, the event will be preceded by “Aspettando il Salone del Vino”, with more than 50 events including dinners, tastings and appointments across Turin and Piedmont.

    The numbers

    • Over 500 wineries
    • More than 50 free masterclasses
    • 30+ territorial partnerships
    • 10 in-depth talks
    • 2,000 wine professionals expected on Monday

    What’s new in 2026

    • A special focus on “First Generation” wineries, young realities (also from outside Piedmont) bringing new visions of production and sustainability.
    • A new food area in collaboration with the Maestri del Gusto di Torino e Provincia, celebrating the dialogue between wine and gastronomy.
    • Talks and storytelling on the OGR stage in collaboration with DISSAPORE, featuring journalists, experts and digital creators.
    • A new visual identity by Turin-based illustrator Jacopo Rosati.

    The 2026 edition presents Piedmont as a cultural wine system, made of landscapes, communities, labour, research and innovation.

    From Canavese to Val di Susa, from Pinerolese to Monferrato, from the hills around Turin to the Langhe, from Roero to Alto Piemonte, passing through Asti, Ovada, Gavi, Barolo, Barbaresco, Barbera, Grignolino, Moscato, Brachetto and many lesser-known appellations, the Salone offers a complete and contemporary map of regional viticulture.

    Special attention is also given to:

    • autochthonous grapes and heroic territories
    • organic wine production
    • Piedmontese spirits
    • Vermouth di Torino, a cultural symbol of the city

    Food Area

    At Binario 3 of OGR Torino, a selection of artisans and producers including:
    Piedmontese Fassona beef, regional cheeses, contemporary popular cuisine, truffles, hazelnuts and local agricultural products.

    Professional Day

    On Monday 2 March, thanks to Unioncamere Piemonte, the Salone will welcome international buyers from Sweden, Denmark, the Netherlands, the United Kingdom and the Czech Republic, together with restaurateurs, sommeliers, wine shop owners and journalists.

    Ph Marzia Benigna

  • La storia di Darmagi, il Cabernet che osò parlare piemontese

    La storia di Darmagi, il Cabernet che osò parlare piemontese

    Quarant’anni fa, quando Angelo Gaja decise di piantare Cabernet Sauvignon nel cuore di Barbaresco, sulla collina del Bricco, non sapeva che quell’idea, considerata “impossibile”, avrebbe cambiato per sempre la prospettiva della sua cantina.

    Negli anni Settanta, Angelo Gaja viaggiava spesso tra Inghilterra e Stati Uniti. Tornava con la testa piena di entusiasmo, di stimoli, di visioni nuove. Ma, una volta rientrato a casa, quella energia sembrava sgonfiarsi.

    Il mondo non era ancora pronto per i grandi Nebbioli. Il Barbaresco, elegante e sottile, veniva guardato con sospetto, spesso paragonato (e giudicato) con il metro di Bordeaux: troppo chiaro, troppo tannico, troppo “diverso”.

    Il precedente vigneto di Nebbiolo

    Angelo capì che per raccontare la sua terra a un pubblico nuovo doveva, paradossalmente, parlare una lingua che quel pubblico già conosceva.
    E quella lingua, allora, era il Cabernet.

    Produrre un Cabernet… a Barbaresco.
    Un’eresia.

    Il primo a non crederci fu suo padre Giovanni: uomo di Nebbiolo, sindaco del paese, convinto che il Barbaresco fosse già il miglior vino possibile. Perché mai piantare altro?

    “Il Bricco”

    Alla fine, però, cedette. Con una sola condizione: farlo lontano dai suoi occhi, in un angolo remoto dei terreni di famiglia.
    “Solo un esperimento”, disse.

    Angelo, invece, prese la cosa molto sul serio. Fece analizzare tutti i suoli e spedì i campioni all’Università di Bordeaux, chiedendo quale fosse il terreno più adatto al Cabernet Sauvignon.
    Fino a quel momento, quell’idea del “vigneto lontano dagli occhi” era rimasta vaga, quasi teorica.

    Il vigneto Darmagi appena piantato

    La risposta, però, cambiò tutto:
    il suolo migliore si trovava proprio al centro del paese, sulla collina del Bricco.
    La collina.
    Quella su cui sorgeva la casa paterna.

    Sul Bricco c’era un vecchio vigneto di Nebbiolo, ormai espiantato. La terra riposava, in attesa di essere reimpiantata come voleva la tradizione.

    Nel febbraio del 1978, mentre Giovanni trascorreva come ogni inverno qualche settimana a Sanremo, lontano dalle nebbie delle Langhe, Angelo decise che era arrivato il momento di agire.

    Così, quasi in segreto, arrivarono le barbatelle da Bordeaux. Furono messe a dimora poco meno di due ettari, in forte pendenza, esposti a pieno Sud, su quella collina che da sempre i barbareschi chiamano “Il giro del mondo”, perché da lassù lo sguardo sembra abbracciare tutto.

    Quando Giovanni tornò e vide che il vecchio appezzamento non era stato reimpiantato a Nebbiolo, capì immediatamente cosa era successo.
    Si fermò davanti alle viti, si portò una mano alla fronte e lasciò uscire un’esclamazione mista a stupore e rassegnazione:

    “Darmagi!”

    In piemontese significa “che peccato!”, ma richiama anche dommage e damage: un lamento affettuoso e ironico, che conteneva insieme disappunto e meraviglia.
    Quella esclamazione diventò un nome. Per affetto, per sfida, per ironia.

    Il vigneto oggi

    Così nacque, nel 1982, Darmagi Vino da Tavola: il primo vino con un nome in dialetto in etichetta, e uno dei primi veri “fuoriclasse” della cantina.

    Giovanni Gaja non lo bevve mai.
    Non perché non lo stimasse, ma perché non era mai abbastanza vecchio per i suoi gusti.

    Eppure, non si oppose.
    Non ci fu uno scontro generazionale, ma una convivenza silenziosa tra due visioni che, in fondo, avevano lo stesso obiettivo: far brillare Barbaresco.

    Darmagi divenne un ariete gentile: aprì conversazioni, creò curiosità, portò nuovi appassionati verso i vini della famiglia. Molti arrivavano per lui, e restavano per il Nebbiolo.

    Darmagi non è mai stato un Cabernet “internazionale”.
    Non assomiglia a Bordeaux, né alla Toscana.

    È un vino che parla piemontese: nei tannini tesi, nel corpo slanciato, nella freschezza quasi nervosa. Al naso emergono frutti rossi, mora, viola, liquirizia, erbe come menta e timo, con richiami di radici e corteccia.

    Non è un vino muscolare.
    È un vino di equilibrio, di precisione, di misura.

    Il vigneto, con i suoi grappoli piccoli e spargoli, richiede cura e rispetto. E in cantina serve lo stesso approccio: estrazioni delicate, tempi giusti, ascolto.

    Oggi Darmagi è parte integrante della storia Gaja.

    Gaia, Rossana e Giovanni lo descrivono come l’incarnazione più autentica dello spirito del padre: un vigneto fuori dagli schemi, come lui.

    The story of Darmagi, the Cabernet that dared to speak Piedmontese

    Forty years ago, when Angelo Gaja decided to plant Cabernet Sauvignon in the heart of Barbaresco, on the Bricco hill, he had no idea that what was considered an “impossible” idea would forever change the perspective of his winery.

    In the 1970s, Angelo Gaja often travelled between England and the United States. He would return home full of enthusiasm, inspiration and new visions. But once back, that energy seemed to fade.

    The world was not yet ready for great Nebbiolos. Barbaresco, elegant and subtle, was looked at with suspicion, often compared to Bordeaux and judged by the same standards: too pale, too tannic, too “different”.

    Angelo understood that, in order to tell the story of his land to a new audience, he paradoxically had to speak a language that audience already knew.
    And that language, at the time, was Cabernet.

    Producing a Cabernet… in Barbaresco.
    A heresy.

    The first to doubt it was his father Giovanni: a Nebbiolo man, mayor of the village, convinced that Barbaresco was already the best wine possible. Why plant anything else?

    In the end, however, he gave in. On one condition: it had to be done far from his eyes, in a remote corner of the family’s vineyards.
    “Just an experiment,” he said.

    Angelo, instead, took it very seriously. He had all the soils analysed and sent the samples to the University of Bordeaux, asking which plot would be most suitable for Cabernet Sauvignon.
    Until then, the idea of the “vineyard far from sight” had remained vague, almost theoretical.

    The answer changed everything:
    the best soil was right in the centre of the village, on the Bricco hill.
    The hill.
    The one beneath his father’s house.

    On Bricco there had once been an old Nebbiolo vineyard, now uprooted. The land was resting, waiting to be replanted, as tradition dictated.

    In February 1978, while Giovanni spent his usual winter weeks in Sanremo, far from the Langhe fog, Angelo decided it was time to act.

    Almost secretly, the cuttings arrived from Bordeaux. Just under two hectares were planted, on a steep slope, facing south, on that hill that locals have always called “Il giro del mondo” — “the world tour” — because from there the view seems to embrace everything.

    When Giovanni returned and saw that the old plot had not been replanted with Nebbiolo, he immediately understood.
    He stopped in front of the vines, placed a hand on his forehead and uttered an exclamation full of surprise and resignation:

    “Darmagi!”

    In Piedmontese it means “what a pity!”, but it also echoes dommage and damage: an affectionate, ironic lament that held together disappointment and wonder.
    That exclamation became a name. Out of affection, out of defiance, out of irony.

    Thus, in 1982, Darmagi Vino da Tavola was born: the first wine to bear a dialect name on its label, and one of the first true “mavericks” of the estate.

    Giovanni Gaja never drank it.
    Not because he did not respect it, but because it was never old enough for his taste.

    Yet he did not oppose it.
    There was no generational clash, but a silent coexistence between two visions that ultimately shared the same goal: to make Barbaresco shine.

    Darmagi became a gentle battering ram: it opened conversations, sparked curiosity, and led new wine lovers to the family’s wines. Many arrived for it, and stayed for Nebbiolo.

    Darmagi has never been an “international” Cabernet.
    It does not resemble Bordeaux, nor Tuscany.

    It is a wine that speaks Piedmontese: in its taut tannins, its slender body, its almost nervous freshness. On the nose, red fruit, blackberry, violet, liquorice, herbs like mint and thyme, with hints of roots and bark.

    It is not a muscular wine.
    It is a wine of balance, precision, restraint.

    The vineyard, with its small, loose clusters, demands care and respect. And in the cellar the same approach is needed: gentle extraction, the right timing, attentive listening.

    Today Darmagi is an integral part of the Gaja story.
    Gaia, Rossana and Giovanni describe it as the most authentic embodiment of their father’s spirit: a vineyard outside the rules, just like him.

  • Vini resistenti, idee forti: cosa ci racconta davvero la rassegna PIWI di San Michele all’Adige

    Vini resistenti, idee forti: cosa ci racconta davvero la rassegna PIWI di San Michele all’Adige

    A San Michele all’Adige, tra i vigneti che da oltre un secolo raccontano la storia viticola del Trentino, si è chiusa la quinta edizione della rassegna dei vini PIWI organizzata dalla Fondazione Edmund Mach. Ma più che una semplice cerimonia di premiazione, l’evento ha avuto il sapore di un osservatorio sul futuro: quello di una viticoltura che prova a conciliare qualità, identità e sostenibilità senza rinunciare al piacere.

    I premiati

    I PIWI – acronimo tedesco di pilzwiderstandsfähig, ovvero “resistenti ai funghi” – sono vitigni ottenuti attraverso incroci naturali che permettono di ridurre drasticamente l’uso di trattamenti in vigneto. Tradotto in termini concreti: meno chimica, meno passaggi con il trattore, meno impatto sull’ambiente e più attenzione alla salute di chi lavora la terra. Non una rivoluzione ideologica, ma una risposta pratica a un problema reale, soprattutto in un contesto climatico sempre più instabile.

    La rassegna di quest’anno ha fotografato con chiarezza come questo mondo non sia più un laboratorio per pochi pionieri. Le 141 etichette in gara – provenienti da tutta Italia e, per la prima volta, anche dall’estero – raccontano una comunità produttiva in crescita, curiosa, sperimentale. Oltre 200 i partecipanti presenti e una giuria composta da ricercatori, enologi, sommelier, assaggiatori e comunicatori: un segnale evidente che il tema PIWI ha ormai superato i confini della ricerca per entrare nel discorso culturale sul vino.

    Colpisce soprattutto la varietà degli stili premiati: vini bianchi e rossi, macerati, frizzanti, spumanti con rifermentazione in bottiglia o metodo Martinotti, fino a vini dolci naturali con residui zuccherini importanti. Una biodiversità espressiva che smonta uno dei luoghi comuni più diffusi, quello che associa i PIWI a vini “tecnici”, tutti simili, pensati più per la sostenibilità che per il piacere. Al contrario, ciò che emerge è una nuova grammatica del gusto, ancora in costruzione ma già sorprendentemente ricca.

    Sul fondo, naturalmente, resta centrale la ricerca scientifica, che oggi però parla un linguaggio diverso rispetto al passato. Non più soltanto resistenza alle malattie, ma resilienza dell’intero sistema viticolo: strumenti digitali per ottimizzare i trattamenti, studi su patogeni emergenti come il Black Rot, e progetti applicativi come Spumares, dedicato all’individuazione delle varietà PIWI più adatte alla produzione di spumanti in Trentino. La scienza, in questo contesto, non è fine a se stessa ma diventa infrastruttura invisibile di una viticoltura più intelligente.

    Emblematica, in questo senso, è la parabola del Souvignier gris. Nato come vitigno “sperimentale”, nel giro di dieci anni è diventato una vera identità enologica, grazie al lavoro di caratterizzazione aromatica e sensoriale portato avanti dalla Fondazione Edmund Mach. Non più solo un nome da scheda tecnica, ma un vino riconoscibile, con uno stile e una personalità propria, capace di dialogare con il mercato senza complessi di inferiorità.

    Il vero nodo, oggi, non è più se i PIWI funzionino, ma se il sistema vino sia pronto ad accoglierli fino in fondo. L’obiettivo dichiarato di PIWI International è l’inserimento dei vitigni resistenti nei disciplinari delle DOP, come già avviene in diversi paesi europei. Una sfida che non riguarda soltanto le norme, ma l’immaginario collettivo: cosa consideriamo davvero “tradizione”? E quanto spazio siamo disposti a dare all’innovazione quando nasce dalla terra, e non da una strategia di marketing?

    In questo senso, la rassegna di San Michele all’Adige non è soltanto un concorso o un evento tecnico, ma un vero laboratorio culturale. Un luogo in cui il vino smette di essere nostalgia e torna a essere progetto. Dove la sostenibilità non è uno slogan, ma una nuova estetica possibile del bere. E dove, forse, si sta scrivendo una parte importante del lessico del vino che verrà.

    Resistant Wines, Strong Ideas: What the PIWI Showcase in San Michele all’Adige Really Tells Us

    In San Michele all’Adige, among the vineyards that for over a century have shaped the viticultural history of Trentino, the fifth edition of the PIWI wine showcase organised by the Edmund Mach Foundation has come to a close. But rather than a simple award ceremony, the event felt more like an observatory on the future: that of a form of winegrowing seeking to reconcile quality, identity and sustainability without giving up pleasure.

    PIWI — the German acronym for pilzwiderstandsfähig, meaning “fungus-resistant” — refers to grape varieties obtained through natural cross-breeding, capable of drastically reducing the need for treatments in the vineyard. In practical terms: less chemistry, fewer tractor passes, lower environmental impact and greater attention to the health of those who work the land. Not an ideological revolution, but a concrete answer to a real problem, especially in an increasingly unstable climate.

    This year’s showcase clearly revealed how this world is no longer confined to a handful of pioneers. The 141 wines entered — from all over Italy and, for the first time, also from abroad — portray a growing, curious and experimental community of producers. More than 200 participants attended, and the jury included researchers, winemakers, sommeliers, tasters and wine communicators: a clear sign that PIWI is no longer just a scientific topic, but part of the broader cultural conversation around wine.

    What stands out most is the diversity of styles awarded: white and red wines, skin-contact wines, sparkling wines, bottle-fermented and Martinotti-method sparkling wines, as well as naturally sweet wines with high residual sugar. A stylistic biodiversity that dismantles one of the most persistent clichés — the idea that PIWI wines are all “technical”, uniform, more focused on sustainability than on pleasure. On the contrary, what emerges is a new grammar of taste, still in the making but already surprisingly rich.

    Scientific research naturally remains central, but today it speaks a different language. No longer just about disease resistance, but about the resilience of the entire wine system: digital tools to optimise vineyard management, studies on emerging pathogens such as Black Rot, and applied projects like Spumares, dedicated to identifying the most suitable PIWI varieties for sparkling wine production in Trentino. Science, here, is not an end in itself, but the invisible infrastructure of a more intelligent form of viticulture.

    The trajectory of Souvignier gris is particularly emblematic. Born as an “experimental” grape, in the space of a decade it has become a true enological identity, thanks to the work of the Edmund Mach Foundation on its aromatic and sensory profile. No longer just a name on a technical sheet, but a recognisable wine with its own style and personality, capable of engaging with the market without any inferiority complex.

    The real question today is no longer whether PIWI works, but whether the wine system is truly ready to embrace it. The declared goal of PIWI International is to include resistant varieties within the DOP regulations, as already happens in several European countries. A challenge that is not only regulatory, but also cultural: what do we really mean by “tradition”? And how much space are we willing to give to innovation when it grows from the soil rather than from marketing strategies?

    In this sense, the showcase in San Michele all’Adige is not merely a competition or a technical event, but a genuine cultural laboratory. A place where wine stops being nostalgia and becomes a project again. Where sustainability is not a slogan, but a possible new aesthetic of drinking. And where, perhaps, an important part of the future language of wine is already being written.