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Fior d’Arancio Secco: l’eleganza spontanea dei Colli Euganei

Il bello del Fior d’Arancio Secco è che è diventato un vino moderno senza accorgersene. Non ha inseguito mode né mutato natura: semplicemente, i vignaioli euganei hanno continuato a fare il loro vino come sempre. Ed è il mondo, oggi, ad aver raggiunto quel modo di bere — più leggero, gastronomico, immediato. Se un tempo poteva sembrare un bianco “minore”, oggi la sua bevibilità e la sua versatilità a tavola ne fanno uno dei vini più contemporanei del panorama veneto.
Dietro quel nome gentile, Fior d’Arancio, c’è il Moscato Giallo, vitigno aromatico di antica origine mediterranea, arrivato sui Colli Euganei grazie ai commerci veneziani tra Medioevo e Rinascimento. Proprio come accade in Alto Adige per il Goldmuskateller, valorizzare il vitigno in etichetta potrebbe essere un atto di chiarezza e di identità: un modo per riconoscere che l’aromaticità, quando è naturale e misurata, può essere sinonimo di eleganza.
La versione secca del Fior d’Arancio è una delle tre declinazioni — insieme a quella spumante e passita — della DOCG Moscato dei Colli Euganei, nata nel 2010. È un vino che nasce tra le alture vulcaniche e i versanti più dolci del Parco Regionale dei Colli Euganei, oggi anche Riserva della Biosfera MAB UNESCO. Un territorio dove il lavoro dell’uomo dialoga con una biodiversità ricchissima, tra boschi, ciglioni e oliveti, e dove la viticoltura ha saputo mantenere equilibrio e misura.

Il Moscato Giallo euganeo matura tardi, sviluppando una carica aromatica complessa che, nella versione secca, si traduce in note di fiori d’arancio, tiglio e zagara, con tocchi di agrumi e pesca. È un profumo che non invade, ma accompagna. In bocca, la freschezza e la sottile acidità tengono tutto in equilibrio, invitando al secondo sorso.
Un vino che si muove con disinvoltura dalla tavola quotidiana alla cucina d’autore: perfetto con crostacei e molluschi, sorprendente con carni bianche e formaggi erborinati, capace di adattarsi al gioco della contaminazione gastronomica contemporanea.

Il rapporto con la ristorazione è oggi cruciale per il Fior d’Arancio Secco: fare cultura del vitigno, raccontarlo al calice, significa anche aprire una finestra sul territorio. I Colli Euganei, con i loro borghi, le ville venete e le stazioni termali, sono un mosaico di esperienze dove il vino diventa parte integrante del viaggio.
Forse è questo il segreto del Fior d’Arancio Secco: un vino che sa essere autentico e moderno allo stesso tempo. Non ha bisogno di reinventarsi, gli basta continuare a essere se stesso — figlio di un paesaggio unico e di una tradizione che guarda avanti senza perdere radici.

I vini degustati
Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Saeòpa” 2024 – Colle Mattara
Colle Mattara è una piccola realtà immersa nel cuore verde dei Colli Euganei, dove le vigne respirano aria vulcanica e luce limpida. Il Saeòpa 2024 si apre con profumi di fiori bianchi e agrumi maturi, accennando appena a note di erbe aromatiche. In bocca è diretto, luminoso, con un equilibrio naturale tra freschezza e sapidità. Un vino che non ha bisogno di spiegarsi troppo: basta un sorso per sentirne la sincerità. Perfetto con pesce, verdure di stagione o anche solo per aprire la cena con leggerezza.
Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG 2023 – Cantina Colli Euganei
Dalla cooperativa simbolo del territorio arriva un Moscato Giallo che racconta in modo nitido la sua terra. Il colore è chiaro, il profumo ricorda la pesca, l’albicocca e un tocco di arancia candita. Al palato la sorpresa: è completamente secco, vibrante, con una freschezza che pulisce e invoglia al secondo bicchiere. Più che un vino aromatico, un bianco dallo spirito mediterraneo. Ottimo con antipasti di mare, sushi o primi piatti delicati.
Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Silene” 2023 – Bacco e Arianna
Il Silene porta nel bicchiere l’anima più profonda dei Colli Euganei. Il colore è dorato, il naso regala note di pera, spezie fini e scorza di limone. In bocca è dinamico, fresco, ma con una sottile rotondità che lo rende avvolgente. È un vino che parla di erbe e di pietra, di equilibrio tra forza e misura. Servito fresco, accompagna bene primi piatti leggeri, risotti alle verdure o una frittura di pesce, con quella naturalezza che solo i vini veri sanno avere.Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Unico” 2023 – Terre Gaie
Terre Gaie è un progetto familiare che unisce radici e visione. L’“Unico” è un Fior d’Arancio che guarda avanti: profumi di frutta gialla e salvia, sorso teso, leggermente sapido, con una struttura che invita alla tavola. È un bianco dalla personalità chiara, capace di reggere primi piatti con verdure, uova e asparagi o secondi di pesce. Non cerca effetti speciali, ma comunica autenticità e misura.
Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Jelmo” 2023 – Tenuta Gambalonga
Un vino dedicato al nonno, “Jelmo”, figura fondante della storia familiare: già questo dice molto del legame con la tradizione. Nel bicchiere, profumi di fiori d’arancio e pesca bianca si intrecciano con un accenno minerale. Il sorso è lineare, fresco, con un finale asciutto e pulito che lascia la bocca viva. È un Fior d’Arancio che sa coniugare eleganza e immediatezza, ideale con crostacei, primi piatti di mare e carni bianche delicate.
Fior d’Arancio Colli Euganei Passito DOCG 2016 – Cristofanon Montegrande
Il Passito di Cristofanon è un piccolo racconto liquido del tempo. Oro intenso nel calice, profuma di scorza d’arancia, miele, spezie e fiori secchi. Il sorso è dolce ma non stucchevole, sostenuto da una vena fresca e sapida che lo tiene in perfetto equilibrio. Stravolgiamo tutte le convenzioni e serviamolo come aperitivo, alla temperatura di 8/10 gradi, accanto a foie gras, formaggi erborinati, finger food speziati o gamberi caramellati. Una chiusura che ricorda il sole che cala sui Colli Euganei.Fior d’Arancio Secco: the spontaneous elegance of the Euganean Hills
The beauty of Fior d’Arancio Secco lies in how it became a modern wine almost without realising it. It didn’t chase trends or change its nature — the Euganean winemakers simply kept doing what they had always done. And today, the world has caught up with their way of drinking: lighter, gastronomic, immediate. Once considered a “minor” white wine, its drinkability and versatility at the table now make it one of the most contemporary wines in Veneto.
Behind that gentle name, Fior d’Arancio, lies Moscato Giallo, an aromatic grape of ancient Mediterranean origin, brought to the Euganean Hills through Venetian trade routes between the Middle Ages and the Renaissance. Much like South Tyrol’s Goldmuskateller, giving prominence to the grape on the label could be an act of clarity and identity — a way of recognising that aromatic character, when natural and measured, can indeed be a synonym for elegance.
The dry version of Fior d’Arancio is one of the three expressions — alongside the sparkling and passito — of the Moscato dei Colli Euganei DOCG, established in 2010. It’s a wine born among the volcanic ridges and gentle slopes of the Euganean Hills Regional Park, now also a UNESCO MAB Biosphere Reserve. Here, human hands work in harmony with a rich biodiversity of woods, terraces and olive groves, cultivating vines with balance and restraint.
The Euganean Moscato Giallo ripens late, developing a complex aromatic profile that, in its dry version, unfolds with notes of orange blossom, linden and citrus, touched by hints of peach. It’s a fragrance that accompanies rather than overwhelms. On the palate, freshness and subtle acidity keep everything in perfect balance, inviting another sip.
It’s a wine that moves effortlessly from everyday tables to fine dining: perfect with shellfish and seafood, surprising with white meats and blue cheeses, and flexible enough to adapt to the playful spirit of contemporary gastronomy.
Its relationship with the restaurant world is now crucial: to build a culture around this grape, to tell its story by the glass, means opening a window onto the land itself. The Euganean Hills — with their villages, Venetian villas and thermal spas — are a mosaic of experiences where wine becomes an essential part of the journey.
Perhaps this is the secret of Fior d’Arancio Secco: a wine that knows how to be authentic and modern at the same time. It doesn’t need to reinvent itself — it just needs to keep being what it is, the child of a unique landscape and a tradition that looks forward without losing its roots.
Wines Tasted
Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Saeòpa” 2024 – Colle Mattara
Colle Mattara is a small estate nestled in the green heart of the Euganean Hills, where the vines breathe volcanic air and crystal light. The Saeòpa 2024 opens with aromas of white flowers and ripe citrus, with a gentle touch of aromatic herbs. On the palate, it’s direct and bright, naturally balanced between freshness and savouriness. A wine that speaks for itself — one sip is enough to sense its honesty. Perfect with fish, seasonal vegetables, or simply to start a dinner lightly.Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG 2023 – Cantina Colli Euganei
From the cooperative that symbolises the region comes a Moscato Giallo that expresses its land with clarity. Pale in colour, it recalls peach, apricot and a touch of candied orange on the nose. The surprise comes on the palate: completely dry, vibrant, with a cleansing freshness that invites another glass. More Mediterranean white than aromatic wine — perfect with seafood starters, sushi, or delicate first courses.Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Silene” 2023 – Bacco e Arianna
Silene brings the deepest soul of the Euganean Hills into the glass. Golden in colour, it offers notes of pear, fine spices and lemon zest. The palate is lively and fresh, yet soft and enveloping. It’s a wine that speaks of herbs and stone, of balance between strength and grace. Served cool, it pairs beautifully with vegetable risottos, light pastas, or a seafood fry — with the natural poise only genuine wines possess.Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Unico” 2023 – Terre Gaie
Terre Gaie is a family project that unites roots and vision. “Unico” is a forward-looking interpretation of Fior d’Arancio: aromas of yellow fruit and sage, a taut and slightly saline palate, and a structure that calls for food. A white wine with clear personality, ideal with vegetable-based dishes, eggs and asparagus, or fish courses. No frills, just authenticity and poise.Fior d’Arancio Colli Euganei Secco DOCG “Jelmo” 2023 – Tenuta Gambalonga
Dedicated to the founder of the family, “Jelmo” carries a sense of lineage and affection. Aromas of orange blossom and white peach mingle with a faint mineral note. The taste is linear, fresh and clean, leaving the mouth lively and refreshed. A Fior d’Arancio that combines elegance with immediacy — excellent with shellfish, seafood pasta or delicate white meats.Fior d’Arancio Colli Euganei Passito DOCG 2016 – Cristofanon Montegrande
Cristofanon’s Passito is a small liquid tale of time. Deep gold in colour, it evokes orange peel, honey, spices and dried flowers. The sip is sweet but never cloying, balanced by a fresh, savoury vein. Forget conventions — serve it as an aperitif with foie gras, blue cheese, spicy finger food or caramelised prawns. A closing note that recalls the sun setting over the Euganean Hills.Colli Euganei, degustazione vini, DOCG, dry aromatic wines, enoturismo Veneto, Euganean Hills, Euganean Passito wine, Fior d’Arancio DOCG, Fior d’Arancio Secco, Italian white wines, Italian wines to discover, Moscato Giallo, passito Colli Euganei, Veneto wine, Veneto wine tourism, vini aromatici secchi, Vini bianchi italiani, vini dei Colli Euganei, vini italiani da scoprire, vino veneto, wine tasting, wines of the Euganean Hills -
Schioppettino di Prepotto: la rinascita di un’identità friulana

E pensare che lo Schioppettino, oggi simbolo di eleganza e territorialità, un tempo era un vino proibito. Fino alla metà degli anni Settanta piantarne una barbatella equivaleva a commettere un reato, come se si trattasse di un vitigno clandestino, di quelli che crescono ai margini della legge e della memoria. Eppure, proprio in quegli anni di oblio, si gettarono le basi della sua rinascita.

Fu la curiosità di Giannola e Benito Nonino, alla ricerca di vinacce per le loro grappe, a riportare alla luce lo Schioppettino insieme ad altri vitigni friulani in via d’estinzione — Ribolla, Pignolo, Tazzelenghe. Con l’intuizione del Risit d’Aur, la “barbatella d’oro” ideata con Luigi Veronelli, il gesto di reimpiantare divenne un atto di resistenza culturale. Nel 1976 il premio andò a Dina e Paolo Rapuzzi, pionieri di Ronchi di Cialla, che fecero dello Schioppettino una bandiera di Prepotto.

Fu solo nel 1981 che il vitigno venne finalmente reinserito tra quelli autorizzati, grazie anche al coraggio di un intero paese che, in seduta straordinaria, chiese di riscattare il proprio vino più identitario. Da allora lo Schioppettino ha ritrovato la strada del futuro, tornando a raccontare la valle dello Judrio e la sua geografia fatta di confini, boschi e colline dove l’aria sa di pepe e di pietra.

Oggi, a distanza di mezzo secolo, si può dire che per lo Schioppettino di Prepotto sia arrivata una nuova primavera. Non più un simbolo di resistenza, ma di maturità. L’Associazione dei Produttori, fondata nel 2002 e ora profondamente rinnovata, rilancia una sfida ambiziosa: fare dello Schioppettino il cuore produttivo e identitario del territorio.

Il nuovo presidente Riccardo Caliari (Spolert Winery) parla di un sogno condiviso: «Vogliamo che lo Schioppettino di Prepotto diventi il vino principale delle aziende del paese, espressione di uno stile elegante e riconoscibile, capace di competere sui mercati italiani e internazionali». Un progetto di lungo respiro — dai cinque ai dieci anni — che richiederà energie, visione e coesione, ma che parte da solide radici.

Perché qui, tra le pieghe dei Colli Orientali, il terroir ha una voce distinta. È la voce del sottobosco, della mora e del pepe nero, della freschezza che si intreccia alla profondità. Lo Schioppettino di Prepotto, riconosciuto nel 2008 come sottozona ufficiale della DOC Friuli Colli Orientali, è un vino che racconta il confine, la sua memoria contadina e la sua vocazione naturale all’eleganza.

Da fuorilegge a simbolo: lo Schioppettino di Prepotto continua a rappresentare una delle più belle parabole della viticoltura italiana. Oggi la sua rinascita non è solo produttiva, ma culturale. È il ritorno di una voce antica che, dopo secoli di silenzio, torna a parlare la lingua del futuro.
Schioppettino di Prepotto: the renaissance of a Friulian identity
To think that Schioppettino, now a symbol of elegance and territorial identity, was once a forbidden wine. Until the mid-1970s, planting even a single vine of Schioppettino was a crime — as if it were an outlaw grape, one that thrived on the margins of law and memory. Yet it was precisely in those years of oblivion that the seeds of its rebirth were sown.
It was the curiosity of Giannola and Benito Nonino, searching for pomace for their grappas, that brought Schioppettino back to light — together with other nearly extinct Friulian varieties such as Ribolla, Pignolo, and Tazzelenghe. With the visionary Risit d’Aur award, the “golden vine cutting” created with Luigi Veronelli, replanting became an act of cultural resistance. In 1976 the first prize went to Dina and Paolo Rapuzzi of Ronchi di Cialla, true pioneers who turned Schioppettino into the emblem of Prepotto.
Only in 1981 was the grape officially reauthorized, thanks to the courage of an entire community that, in an extraordinary council session, petitioned to reclaim its most authentic wine. Since then, Schioppettino has found its way back to the future, once again telling the story of the Judrio Valley — a landscape of borders, forests, and hills where the air smells of pepper and stone.
Today, half a century later, Schioppettino di Prepotto is living a new spring. No longer a symbol of defiance, but of maturity. The Association of Schioppettino Producers, founded in 2002 and now profoundly renewed, is launching an ambitious challenge: to make Schioppettino the beating heart of the area’s production and identity.
The new president, Riccardo Caliari (Spolert Winery), speaks of a shared dream: “We want Schioppettino di Prepotto to become the main wine of our producers — an elegant and distinctive style capable of standing out on both the Italian and international markets.” It’s a long-term project, a journey of five to ten years that will demand energy, vision, and unity — but it begins from solid roots.
Here among the folds of the Colli Orientali, the terroir speaks with its own voice — one of undergrowth, blackberry, and black pepper, where freshness meets depth. Recognized in 2008 as a designated subzone of the Friuli Colli Orientali DOC, Schioppettino di Prepotto is a wine that tells the story of a borderland, its rural memory, and its natural vocation for elegance.
From outlaw to icon: Schioppettino di Prepotto remains one of the most compelling stories in Italian viticulture. Its renaissance today is not only about production but culture — the return of an ancient voice that, after centuries of silence, once again speaks the language of the future.
Nella foto di copertina l’Associazione Produttori Schioppettino di Prepotto
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Oslavia: il colore della Ribolla e della memoria

Qualcuno dice che la moda degli orange wine sia finita. Ma a Oslavia la macerazione non è mai stata una moda. Qui, tra le colline che guardano Gorizia e Nova Gorica, l’uva si è sempre lasciata il tempo di parlare attraverso le bucce: per necessità, per tradizione, per convinzione profonda.
È forse l’unico luogo in Italia dove la macerazione ha un senso pieno, perché nasce da un gesto contadino antico e mai dimenticato, non da una posa o da una rivendicazione enologica.
A Oslavia — o Oslavje, per chi la nomina in sloveno — il vino è una lingua madre. Una lingua che ha imparato a sopravvivere ai confini, alle guerre, alle ricostruzioni. Un piccolo borgo senza piazza né chiesa, ma con un ossario che custodisce 57.000 anime cadute nella Grande Guerra. Oslavia è un luogo dove la storia non si cancella, ma si stratifica nella terra.
Sui pendii che guardano la valle dell’Isonzo, tra trincee ormai inghiottite dai rovi e silenzi che ancora sanno di polvere, la vita ha trovato il modo di ricominciare.
Là dove un tempo il paesaggio fu devastato, oggi cresce la vite: un gesto di resilienza più che di rinascita. È come se la Ribolla avesse saputo restituire senso a una terra ferita, trasformando la memoria in materia viva.
Un terroir che parla con voce propria
Oslavia è una manciata di chilometri: dal primo vigneto di Dario Princic a quello de Il Carpino di Franco Sosol ne passano appena tre, ma dentro questo breve tragitto si concentrano secoli di storia, di contadini e di scelte. In mezzo, i nomi che per primi hanno scritto la grammatica dei bianchi macerati: Primosic, Fiegl, La Castellada, Gravner, Radikon.
Sette produttori, sette interpretazioni, sette mondi che dialogano con una sola idea di fondo: la Ribolla come materia viva, capace di rispondere al tempo e alle stagioni.
RibolliAMO 2025, la manifestazione organizzata ogni anno dai produttori dell’Associazione Produttori Ribolla di Oslavia (APRO), non è un evento come tanti nella miriade di appuntamenti dedicati al vino, è un momento di confronto, un esercizio collettivo di consapevolezza.
È qui che si misura la fedeltà a una tradizione, ma anche la sua capacità di evolversi. Ed è qui, puntualmente, che cade, ad ogni assaggio, uno dei pregiudizi più radicati: quello secondo cui i vini macerati finirebbero per assomigliarsi tutti, livellando i profumi, appiattendo il terroir, sacrificando la varietà sull’altare della tecnica.
A Oslavia accade l’esatto contrario. La Ribolla Gialla dei “Magnifici Sette” dimostra che la macerazione, quando nasce da un pensiero coerente e da uve sane, diventa, paradossalmente un mezzo per esprimere il carattere del vitigno e del territorio.
Ogni vino racconta la propria collina, la mano che lo ha guidato e il tempo che gli è stato concesso: una pluralità di interpretazioni che smentisce l’idea di uniformità e restituisce alla macerazione il suo ruolo originario di strumento identitario.
Un vino di confine, per un confine senza barriere
La Ribolla Gialla di Oslavia è diventata molto più di un vitigno: è un simbolo di unione tra popoli che per decenni si sono guardati attraverso una linea di confine.
Oggi, quella stessa linea è diventata un ponte grazie al progetto GO! 2025, che unisce Gorizia e Nova Gorica come Capitale europea della Cultura.
Un’iniziativa che mira a superare i confini fisici e mentali, costruendo un dialogo nuovo tra due città e due comunità che condividono radici comuni.
In questo percorso di riconciliazione, la Ribolla è un linguaggio universale: parla la lingua della terra, ma anche quella delle persone. È un vino che attraversa i confini, li scioglie, e ricorda a tutti che le periferie d’Europa possono essere centri vivi di identità condivisa.
Anche per questo Oslavia è diventata un luogo da ascoltare: lo si può fare camminando tra le Panchine Arancioni, un itinerario che attraversa i vigneti dei sette produttori, sette sguardi aperti sull’infinito e sulla memoria. Un invito alla lentezza, alla contemplazione, all’ascolto reciproco.

La Banca della Ribolla: memoria genetica e visione collettiva
In questo contesto, nasce un progetto unico nel suo genere: la Banca della Ribolla di Oslavia, il primo archivio genetico territoriale dedicato a un vitigno autoctono.
Un’idea collettiva, promossa dall’ Associazione Produttori Ribolla di Oslavia, che trasforma la custodia del patrimonio genetico in un gesto di cultura e di futuro.
Il vigneto-archivio, impiantato nel luglio 2025 dopo quattro anni di lavoro, è frutto della selezione massale delle viti più sane e antiche della zona.
Un lavoro meticoloso, guidato dall’agronomo Alessandro Zanutta, che ha coinvolto tutti i produttori: Dario Princic, La Castellada, Primosic, Fiegl, Gravner, Radikon e Il Carpino.
Non è solo un progetto agricolo, ma un atto di tutela e di visione.
“Vogliamo garantire un futuro alla Ribolla di Oslavia — spiegano i produttori — creando un patrimonio collettivo che custodisca la memoria del passato e offra strumenti concreti per affrontare le sfide climatiche future.”
È un modo per dire che la Ribolla non appartiene a nessuno, ma a tutti. Che la tradizione non è un museo, ma un organismo vivente. Che anche nel vino, come nella vita, la vera modernità è saper prendersi cura di ciò che resta.
A Oslavia, il vino non è solo un prodotto: è un atto culturale, una forma di resistenza.
In un’epoca che confonde la macerazione con la moda, la Ribolla Gialla di Oslavia ci ricorda che il tempo è ancora un ingrediente essenziale.
E che ogni bicchiere, qui, sa di confine, di memoria e di riconciliazione.
Forse è questo il vero significato di “orange”: il colore della terra al tramonto, quando tutto sembra finire ma in realtà sta solo iniziando.Oslavia: the Color of Memory and Ribolla
Some say the orange wine trend is over.
But in Oslavia, maceration has never been a trend.
Here, among the hills overlooking Gorizia and Nova Gorica, the grapes have always been given time to speak through their skins — out of necessity, tradition, and deep conviction.It may be the only place in Italy where maceration truly makes sense, because it stems from an ancient, never-forgotten peasant gesture, not from pose or enological claim.
In Oslavia — or Oslavje, as it’s called in Slovene — wine is a mother tongue.
A language that has learned to survive borders, wars, and reconstructions.
A small village without a square or a church, but with an ossuary that holds 57,000 souls fallen during the Great War.
Oslavia is a place where history is never erased but layered into the earth.On the slopes facing the Isonzo Valley, among trenches swallowed by brambles and silences still thick with dust, life has found a way to begin again.
Where the landscape was once destroyed, vines now grow — a gesture of resilience more than rebirth.
It’s as if Ribolla had restored meaning to a wounded land, turning memory into living matter.A terroir that speaks with its own voice
Oslavia covers only a handful of kilometers: from Dario Princic’s first vineyard to Franco Sosol’s Il Carpino, there are barely three.
Yet within that short distance lie centuries of history, farmers, and choices.
In between, the names that first wrote the grammar of macerated whites: Primosic, Fiegl, La Castellada, Gravner, Radikon.Seven producers, seven interpretations, seven worlds united by one shared idea: Ribolla as living matter, capable of responding to time and the seasons.
RibolliAMO 2025, the annual event organized by the producers of the Associazione Produttori Ribolla di Oslavia (APRO), is not just another stop in the crowded calendar of wine fairs — it is a moment of reflection, a collective exercise in awareness.
It is here that fidelity to tradition is measured, as well as its ability to evolve.And it is here, with every tasting, that one of the most persistent prejudices falls away: the notion that macerated wines all end up tasting the same, flattening aromas and terroir, sacrificing diversity on the altar of technique.
In Oslavia, the exact opposite happens.
The Ribolla Gialla of the “Magnificent Seven” shows that maceration — when born from coherent thought and healthy grapes — becomes, paradoxically, a means of expressing the true character of the grape and its land.Each wine tells the story of its own hillside, the hand that guided it, and the time it was allowed to unfold.
A plurality of interpretations that disproves the idea of uniformity and restores to maceration its original role as an instrument of identity.A wine of borders, for a border without barriers
Ribolla Gialla from Oslavia has become more than a grape variety: it is a symbol of unity between peoples who, for decades, looked at each other across a dividing line.
Today that same line has become a bridge, thanks to the GO! 2025 project — which joins Gorizia and Nova Gorica as European Capital of Culture.
An initiative aimed at overcoming physical and mental borders, building a new dialogue between two cities and two communities with shared roots.In this path of reconciliation, Ribolla is a universal language: it speaks the language of the earth, but also of people.
It is a wine that crosses borders, dissolves them, and reminds us that Europe’s peripheries can still be living centers of shared identity.That’s why Oslavia has become a place to listen to — literally.
You can do so by walking along the Orange Benches, an itinerary through the vineyards of the seven producers: seven open gazes upon infinity and memory.
An invitation to slowness, contemplation, and mutual understanding.The Ribolla Bank: genetic memory and collective vision
In this context was born a unique project: the Ribolla Bank of Oslavia, the first territorial genetic archive dedicated to an indigenous grape variety.
A collective idea promoted by the Associazione Produttori Ribolla di Oslavia, transforming the preservation of genetic heritage into an act of culture and foresight.The archive-vineyard, planted in July 2025 after four years of work, is the result of mass selection of the healthiest and oldest vines in the area.
A meticulous effort led by agronomist Alessandro Zanutta, involving all producers: Dario Princic, La Castellada, Primosic, Fiegl, Gravner, Radikon, and Il Carpino.It is more than an agricultural project — it is an act of protection and vision.
“We want to guarantee a future for the Ribolla of Oslavia,” the producers explain, “by creating a collective heritage that preserves the memory of the past and provides tools to face the climate challenges ahead.”
It’s a way of saying that Ribolla belongs to no one — and to everyone.
That tradition is not a museum, but a living organism.
That even in wine, as in life, true modernity lies in caring for what endures.In Oslavia, wine is not just a product: it is a cultural act, a form of resistance.
In an era that confuses maceration with fashion, Ribolla Gialla from Oslavia reminds us that time is still an essential ingredient.And that every glass here tastes of borders, of memory, and of reconciliation.
Perhaps this is the true meaning of orange: the color of the earth at sunset, when everything seems to end — yet everything is just beginning.Presentata durante l’edizione 2025 di RibolliAMO la Banca della Ribolla
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Marilisa Allegrini: racconti newyorkesi

New York non dorme mai. Brilla, respira, inghiotte e restituisce sogni come un organismo vivo, sospeso tra memoria e desiderio. C’è chi la attraversa di corsa, chi la osserva dall’alto di un grattacielo, chi la cammina piano per non perdersi il respiro delle sue strade. A ogni passo, la città racconta un frammento del Novecento: le promesse delle grandi migrazioni, le ferite della modernità, la febbre dell’arte, la nostalgia del jazz. È un teatro di luci e di destini, dove tutto sembra possibile e dove l’illusione stessa diventa parte del paesaggio.

Caterina Mastella Allegrini, Marilisa Allegrini con Tom e Sara Matthews Eppure, dietro la vertigine delle insegne e il brusio costante dei taxi, resta intatto un sentimento di umanità. È quella vibrazione che si riconosce negli occhi di chi arriva da lontano e sente, all’improvviso, di appartenere a questo luogo senza tempo. Forse è per questo che il vino – simbolo universale di incontro – trova qui una risonanza speciale: perché a New York ogni storia, per quanto personale, diventa collettiva.

Marilisa Allegrini e Christian Coco È in questo scenario che Marilisa Allegrini, ambasciatrice nel mondo della cultura del vino italiano, ha portato la sua voce e il suo sorriso. A pochi mesi dai venticinque anni di Poggio al Tesoro, la cantina bolgherese che con coraggio e visione ha trasformato un sogno in realtà, la sua presenza alla Wine Experience di Wine Spectator è apparsa come un naturale approdo di un lungo viaggio iniziato nel segno della passione e della famiglia.

Sotto le luci della Grande Mela, il Dedicato a Walter – Cabernet Franc in purezza, tributo a un legame fraterno e a un’intuizione condivisa – ha conquistato i riflettori del Critics’ Choice Grand Tastings. Due giornate intense, il 16 e 17 ottobre, tra brindisi, volti amici e nuove scoperte, dove il pubblico americano ha potuto incontrare non solo un vino, ma la storia di chi lo ha immaginato.
“Essere qui – ha raccontato Marilisa – è un’emozione che tocca corde profonde. Ogni calice alzato è un pensiero per mio fratello Walter, per la visione che abbiamo condiviso e per il lungo cammino che ci ha portato fin qui.”
New York, in fondo, è anche questo: una città che restituisce senso al viaggio di chi ha osato partire. E per Marilisa Allegrini, che con l’America intrattiene da sempre un dialogo di fiducia e affetto, la partecipazione alla Wine Experience ha rappresentato un ritorno simbolico, un riconoscimento che va oltre il successo commerciale.
“Il vino – spiega – si racconta con le persone, non solo con le etichette. Chi ci sceglie cerca autenticità, vuole sentire la vita che c’è dietro a una bottiglia. È questo che rende un vino interessante, umano, vero.”
Il viaggio statunitense – iniziato a Chicago, con l’annuncio della selezione tra le cantine di Opera Wine 2026 – è stato anche un’occasione per riflettere su un mercato in cambiamento, dove i dazi e le tensioni economiche non hanno intaccato la ricerca della qualità. “Ho visto carte dei vini con oltre il 45% di etichette di alto profilo – osserva – segno che il pubblico americano, pur acquistando forse meno, continuerà a scegliere l’eccellenza. È su questo terreno che dobbiamo continuare a confrontarci.”
Tra i grattacieli e le luci che si specchiano sull’Hudson, Marilisa ha condiviso l’esperienza con parte della sua squadra, ricordando a tutti che il vino è, prima di tutto, un racconto collettivo: “È fatto di persone, di passione, di curiosità. Bisogna essere sempre disposti a imparare, a meravigliarsi ancora.”

E forse è proprio questo il segreto dei venticinque anni “eroici” di Poggio al Tesoro: la capacità di conservare lo stupore. Quello di chi, davanti a una città come New York o a un bicchiere di vino, cerca ancora la semplicità delle cose vere.
Marilisa Allegrini: New York Stories
New York never sleeps. It shines, breathes, swallows, and gives back dreams like a living organism suspended between memory and desire. Some cross it in a rush, some watch it from the top of a skyscraper, others walk it slowly so as not to lose the rhythm of its streets. At every step, the city tells a fragment of the twentieth century: the promises of great migrations, the wounds of modernity, the fever of art, the nostalgia of jazz. It is a stage of lights and destinies, where everything seems possible and even illusion becomes part of the landscape.
And yet, behind the vertigo of the neon signs and the constant hum of the taxis, a sense of humanity remains untouched. It’s the vibration you recognize in the eyes of those who come from afar and suddenly feel they belong to this timeless place. Perhaps that’s why wine — the universal symbol of encounter — finds a special resonance here: because in New York, every story, however personal, becomes collective.
It is within this scene that Marilisa Allegrini, an ambassador of Italian wine culture, brought her voice and her smile. Just months away from celebrating the 25th anniversary of Poggio al Tesoro, the Bolgheri winery that turned audacity into destiny, her participation in the Wine Spectator Wine Experience felt like the natural landing of a long journey rooted in family and passion.
Under the lights of the Big Apple, the Dedicato a Walter — a pure Cabernet Franc and tribute to a fraternal bond — took the spotlight at the Critics’ Choice Grand Tastings. Two intense days, October 16 and 17, filled with toasts, familiar faces, and new encounters, where the American audience discovered not just a wine, but the story of the woman who imagined it.
“Being here,” Marilisa said, “is an emotion that touches something deep. Every raised glass is a thought for my brother Walter, for the vision we shared, and for the long path that brought us here.”New York, after all, is also this: a city that gives meaning back to the journey of those who have dared to begin. And for Marilisa Allegrini, who has always maintained a bond of trust and affection with America, the Wine Experience represented a symbolic return — a recognition that goes far beyond commercial success.
“Wine,” she explains, “is told through people, not just through labels. Those who choose us seek authenticity — they want to feel the life behind a bottle. That’s what makes a wine interesting, human, real.”The U.S. trip — which began in Chicago, with the announcement of Poggio al Tesoro’s selection among the Opera Wine 2026 wineries — also offered a chance to reflect on a changing market, where tariffs and global tensions haven’t diminished the pursuit of quality. “I saw restaurant wine lists where more than 45% of the wines are high-end,” she noted. “It means that American consumers, though perhaps buying less, will keep choosing excellence. That’s where we must continue to challenge ourselves.”
Amid the skyscrapers and lights reflected on the Hudson, Marilisa shared the experience with part of her team, reminding everyone that wine is, above all, a collective story: “It’s made of people, passion, curiosity. We must always be ready to learn — to keep being amazed.”
And perhaps this is the true secret of Poggio al Tesoro’s twenty-five “heroic” years: the ability to preserve a sense of wonder. The wonder of those who, before a city like New York or a glass of wine, still seek the simplicity of genuine things.
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Rebellis, il vino che osa: essere se stesso

Verticale di quattro annate con Gianni Tessari
Partiamo da un presupposto: Rebellis non è un vino per tutti. E probabilmente a Gianni Tessari questa definizione non dispiace affatto.
Perché Rebellis nasce proprio così — con l’idea di rompere le regole, di non piacere a tutti i costi, di portare in bottiglia una visione più che un gusto.
Un vino ribelle, come suggerisce il nome, ma anche profondamente coerente con la personalità di chi lo ha creato: curiosa, inquieta, capace di mettere in discussione le abitudini.La verticale di quattro annate — 2018, 2021, 2022 e l’anteprima 2023 — è stata un viaggio dentro l’evoluzione di questa idea. Dall’acciaio delle origini all’anfora di terracotta, che dal 2019 è diventata la casa naturale del Rebellis.
Il passaggio non è solo tecnico: l’anfora respira, accompagna il vino in un ossigeno lento e misurato, senza alterarne il profilo aromatico, ma liberandone l’espressività. È come se il Rebellis avesse trovato la sua voce.
Gianni e Valeria Tessari Dall’acciaio all’anfora: una metamorfosi ribelle
L’annata 2018, affinata in acciaio, racconta il punto di partenza. È il Rebellis che cerca la sua identità, già intrigante ma ancora in cerca di equilibrio.
Con il 2021 si entra in un’altra dimensione: l’anfora regala profondità, una tessitura più calda e una longevità che sorprende. Il 2022 ne amplifica la naturale armonia, mentre la 2023, annata non ancora in commercio, risulta giovane, quasi ostica nei primi minuti, ma poi conquista lentamente, lasciando intravedere un futuro vibrante.
Un vino che non si concede subito, ma che si rivela con il tempo, proprio come le cose autentiche.
Un’uva resistente per un’idea di futuro
Il Rebellis nasce da uve Solaris, una varietà resistente alle principali malattie della vite. È frutto di incroci sviluppati a Friburgo nel 1975, ma solo di recente autorizzata in Italia.
Coltivata a 550 metri d’altitudine, nella Val d’Alpone veronese, richiede pochi trattamenti antiparassitari e potrebbe rappresentare una risposta concreta ai cambiamenti climatici e alla necessità di una viticoltura più sostenibile.
Gianni Tessari segue queste varietà fin dai primi studi e ne ha fatto una delle sue sfide più personali.
Gianni Tessari Autentico fino in fondo
Chi non è abituato al mondo degli “orange” può trovare il primo impatto spiazzante. Ma è proprio in questo dialogo difficile, a tratti ruvido, che si nasconde la forza del Rebellis. È un vino che ti chiede tempo, che cambia nel bicchiere, che evolve lentamente e quando finalmente si apre, la sua complessità trova armonia anche a tavola: dal baccalà alla vicentina — abbinamento ideale suggerito dallo stesso Tessari — fino a piatti di cucine asiatiche, dove spezie e texture dialogano con la sua struttura.

Una danza fuori dagli schemi
L’etichetta di Rebellis raffigura tre ballerine: due in punta di piedi, una con scarpe da ginnastica. È lei la vera protagonista, quella che rompe la coreografia e trova un modo diverso di danzare.
Proprio come questo vino, che non vuole imitare nessuno, ma essere semplicemente se stesso — ribelle, libero, in movimento.
Rebellis: the wine that dares — to be itself
A vertical tasting of four vintages with Gianni Tessari
Let’s start from a simple truth: Rebellis is not a wine for everyone. And Gianni Tessari probably likes it that way.
Because Rebellis was born precisely to break the rules — not to please at all costs, but to bring a vision into the bottle, rather than just a flavor.
A rebellious wine, as its name suggests, yet deeply consistent with the personality of its creator: curious, restless, and never afraid to question habits.The vertical tasting of four vintages — 2018, 2021, 2022 and the preview of 2023 — was a journey through the evolution of that idea.
From the original stainless steel aging to the terracotta amphora, which since 2019 has become the natural home of Rebellis.
The shift is not merely technical: the amphora breathes, accompanying the wine through a slow, balanced oxygen exchange that preserves its aromatic integrity while unlocking greater expressiveness. It’s as if Rebellis had finally found its own voice.From steel to amphora: a rebellious metamorphosis
The 2018 vintage, aged in steel, tells the story of a beginning — Rebellis still searching for its identity, already intriguing but not yet at peace with itself.
With 2021, a new dimension opens up: the amphora adds depth, warmth, and a surprising longevity. The 2022 vintage amplifies its natural harmony, while 2023 — still young, almost edgy at first — slowly reveals itself, hinting at a vibrant future.
A wine that doesn’t give itself away easily, but reveals its soul over time, like all things that are truly genuine.A resistant grape for an idea of the future
Rebellis is made from Solaris grapes, a variety resistant to the main vine diseases. Created in Freiburg in 1975, it has only recently been authorized for cultivation in Italy.
Grown at 550 meters above sea level, in the Val d’Alpone area near Verona, it requires minimal treatments and represents a concrete response to climate change and the need for a more sustainable viticulture.
Gianni Tessari has followed these resistant varieties since their early studies, turning them into one of his most personal challenges.Authentic to the core
Those unfamiliar with the world of orange wines might find the first approach challenging. Yet it’s precisely within that tension — that slightly rough dialogue — that Rebellis reveals its strength.
It’s a wine that asks for time, that transforms in the glass, that evolves slowly. And when it finally opens, its complexity finds harmony at the table: from baccalà alla vicentina — the ideal pairing suggested by Tessari himself — to dishes from Asian cuisines, where spices and textures resonate with its structure.Dancing out of line
The Rebellis label depicts three ballerinas: two on pointe, one wearing sneakers. She’s the true protagonist, the one who breaks the choreography and finds her own way of dancing.
Just like the wine itself — refusing imitation, choosing instead to be simply what it is: rebellious, free, in motion.amphora aged, anfora, artisanal wine, baccalà alla vicentina, cantina Giannitessari, degustazione verticale, Gianni Tessari, Giannitessari winery, innovative winemaking, natural wines, orange wine, PIWI wines, rebellious wine, Rebellis, resistant varieties, Solaris, Solaris grape, sustainable wines, Val d’Alpone, Veneto wine, vertical tasting, vini di ricerca, vini naturali, vini sostenibili, vino artigianale, vino orange, vino PIWI, vino ribelle, vino veneto, viticoltura resistente -
Vigne, mare e memoria: il viaggio di Tullum

Nell’antica Roma la vita era un equilibrio continuo tra negotium e otium: da un lato il vortice delle faccende pubbliche, dei commerci, delle guerre e della politica; dall’altro il bisogno di ritirarsi in luoghi appartati, dove il tempo poteva scorrere più lento, tra il mare e i vigneti. Proprio lungo queste coste d’Abruzzo, a Tollo, i nobili romani avevano costruito ville marittime che univano il piacere della contemplazione alla concretezza del lavoro agricolo. Non erano semplici residenze di villeggiatura, ma autentiche aziende ante litteram, con spazi dedicati alla produzione del vino e dell’olio.

Oggi, tra quelle stesse colline con lo sguardo rivolto all’Adriatico, sorge la sede di Feudo Antico: un’azienda che non solo custodisce i reperti di quella villa rustica romana, ma ne raccoglie l’eredità culturale trasformandola in progetto vivo, nel cuore della DOCG Tullum. Un filo che attraversa i secoli lega così il vino di oggi al senso più autentico dell’otium romano: un tempo ritrovato, fatto di natura, bellezza e sapienza agricola.

Una DOCG che parla la lingua del territorio
Il nome Tullum compare ufficialmente nel mondo del vino nel 2008, quando nasce una delle più piccole Dop d’Italia. Undici anni dopo, il 4 luglio 2019, arriva la consacrazione della DOCG: il livello più alto nella gerarchia delle denominazioni italiane. Non è soltanto un riconoscimento formale, ma una testimonianza concreta della qualità e della vocazione vitivinicola delle terre tollesi, dove storia, tradizione e ricerca convivono da secoli.

La continuità è la vera forza di questo territorio. Dai Longobardi ai Normanni, fino al Regno di Napoli, le dominazioni che si sono succedute hanno rispettato, e in molti casi consolidato, la specificità agricola di Tollo. Anche le ferite della Seconda Guerra Mondiale non hanno fermato i coltivatori: il paese fu distrutto insieme ai vigneti, ma la ripresa della viticoltura segnò un vero rinascimento, evitando un fenomeno migratorio di massa che avrebbe svuotato la comunità.

Tra Adriatico e Maiella: un mosaico di vigne
Il territorio di Tollo è un piccolo tesoro sospeso tra mare e montagna. A 150 metri sul livello del mare, le colline si aprono verso l’Adriatico e, alle spalle, incontrano la Maiella e il Gran Sasso. Questo dialogo tra vento marino e altitudine crea escursioni termiche favorevoli e una varietà di suoli che rendono il paesaggio straordinariamente vocato alla viticoltura.

Per valorizzare queste caratteristiche, Feudo Antico ha avviato un progetto di zonazione guidato dal professor Attilio Scienza. Lo studio ha permesso di leggere ogni singolo versante come un micro-terroir, riconoscendo le peculiarità di suolo, esposizione e microclima. Il risultato è la DOCG Tullum così come la conosciamo oggi, con quattro tipologie principali e un’attenzione particolare alle varietà autoctone come Montepulciano, Pecorino e Passerina, in grado di esprimere pienamente le sfumature del territorio.

Il Consorzio e le cantine della DOCG
Il Consorzio Tullum raccoglie tre realtà complementari, ciascuna con una propria storia e vocazione, unite dall’obiettivo di valorizzare il territorio e le sue produzioni: Feudo Antico, Vigneti Radica e la Cooperativa Agricola Coltivatori Diretti Tollo (CCDD).

Daniele Ferrante – enologo Feudo Antico Feudo Antico è un incubatore di archeo-enologia, è il primo esempio in Italia di museo archeologico dentro una cantina. La sede, inaugurata nel 2021, ospita i reperti della villa romana di San Pietro e il primo vigneto impiantato esattamente dove duemila anni fa sorgeva la grande azienda agricola romana. Su 30 ettari di vigneti, l’azienda produce circa 150.000 bottiglie. Qui la sostenibilità non è una parola di tendenza, ma una regola di vita: rese basse, coltivazioni rispettose e vinificazioni che privilegiano la spontaneità del processo naturale.

Le etichette raccontano l’identità di Tollo in chiave contemporanea: dai bianchi Tullum Pecorino DOCG e Passerina DOCG, ai rossi Tullum Rosso DOCG, Rosso Riserva DOCG e Rosso Inanfora DOCG Biologico, fino alla linea a fermentazione spontanea che comprende un Pecorino Biologico Tullum DOCG, un Rosato Biologico Terre di Chieti IGP e un Rosso Biologico Tullum DOCG. A completare il mosaico, lo Spumante Brut Metodo Classico Tullum DOP, simbolo della vocazione di Feudo Antico per l’eleganza e la finezza.

Ma forse il progetto più emblematico della filosofia aziendale è quello nato dall’incontro con lo chef tristellato Niko Romito: il Pecorino Terre Aquilane IGP Casadonna. Alla ricerca di un terreno che potesse amplificare la purezza del vitigno, Feudo Antico è salita fino a Castel di Sangro, dove Romito ha costruito il suo centro di ricerca e formazione. A oltre 800 metri d’altitudine, tra boschi e silenzi montani, il Pecorino cresce in un ambiente estremo, capace di regalare vini di straordinaria tensione minerale, freschezza agrumata e vibrante verticalità. È un vino che parla la lingua della montagna, ma conserva l’anima mediterranea delle origini: un incontro tra misura, profondità e essenzialità, come la cucina dello chef che lo ha ispirato.

Giacomo Radica – enologo Vigneti Radica Vigneti Radica racconta tre generazioni di viticoltori. Il simbolo della famiglia Radica è un toro, in dialetto “li Ture”. Non un emblema di forza cieca, ma di energia paziente, radicata nella terra. Tre generazioni – dal nonno Rocco al padre Antonio fino a Giacomo, che oggi guida l’azienda – hanno trasformato questa energia in un progetto coerente, che unisce vigne e paesaggio in un equilibrio fatto di gesti e tempi misurati.
I vigneti, trent’ettari distribuiti tra Tollo, Ari, Fara Filiorum Petri e Ortona, disegnano un percorso che parte dalla montagna e arriva al mare. Tutto è condotto in biologico, ma senza slogan: è un modo di lavorare che asseconda la fertilità naturale dei terreni e rispetta la vitalità del suolo. Anche la cantina riflette questo equilibrio, costruita con materiali locali – legno, pietra, luce – e pensata per respirare insieme al paesaggio.
I vini nascono da uve raccolte a mano di Montepulciano, Pecorino e Passerina, e restituiscono un’identità coerente con la DOCG Tullum: vini di precisione, ma non di maniera.

La Cooperativa Agricola Coltivatori Diretti Tollo, fondata nel 1962, è oggi una realtà solida con circa 300 soci e oltre 700 ettari di vigneto. La cooperativa mantiene viva la tradizione contadina del territorio, producendo grandi volumi di uve rosse e bianche tipiche – Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina e Cococciola – ma sempre con l’attenzione alla qualità richiesta dal disciplinare DOCG.

I vini degustati
Feudo Antico Passerina Tullum DOCG 2023
Un bianco essenziale e luminoso, in cui la morbidezza si intreccia con una freschezza salina che dona scatto e ritmo. Il finale ammandorlato ne definisce la firma delicata e precisa.Vigneti Radica Passerina Tullum DOCG 2023
Un sorso agile e minerale, vibrante di agrumi e di erbe. Energico, limpido, immediato: racconta la vitalità della costa abruzzese in chiave nitida e contemporanea.
Feudo Antico Pecorino Tullum Biologico Fermentazione Spontanea 2024
Un vino di straordinaria personalità. La fermentazione spontanea ne amplifica la complessità: materia e tensione convivono in un equilibrio raro, tra morbidezza iniziale e una scia sapida e precisa che chiude lunga e profonda. Un grande bianco italiano, capace di evolvere e di toccare corde sottili.Vigneti Radica Pecorino Tullum DOCG 2022
Deciso, verticale, immediato. La freschezza agrumata domina un sorso netto, teso, che lascia la bocca pulita e la mente vigile. È il Pecorino nella sua veste più diretta e schietta.Feudo Antico “InAnfora” Pecorino Tullum DOCG Biologico 2022
Un bianco che sfida le regole, unisce struttura e delicatezza, luce e profondità. La trama è ampia, quasi materica, ma sempre sorretta da una vitalità che lo rende sorprendentemente dinamico. Il suo equilibrio tra frutto sale e terra lo colloca tra i vini da ricordare.
Feudo Antico “InAnfora” Rosso Tullum DOCG Biologico 2022
Un Montepulciano di rara eleganza. La maturazione in anfora scolpisce un sorso vivo, sincero, di frutto puro e tannini finissimi. Fresco, profondo, con una persistenza che conquista senza bisogno di potenza. È un rosso che parla con voce propria: pulita, armonica, essenziale.Vigneti Radica Rosso Tullum DOCG 2020
Materico e vigoroso, con un cuore fruttato che si apre lentamente. La struttura è piena, compatta, sostenuta da una freschezza che gli dona equilibrio e una lunga chiusura speziata.
Feudo Antico Rosso Tullum DOCG 2020
Armonico e immediato, gioca tra dolcezza di frutto e morbidezza dei tannini. Un rosso di grande bevibilità, che racconta la misura e l’eleganza della denominazione.Feudo Antico Rosso Riserva Tullum DOCG 2019
Profondo, ampio, meditativo. La trama tannica è finissima, la materia è generosa ma sempre composta. Un rosso che unisce intensità e grazia, restando nel segno della finezza.
Radici e orizzonti
Se nell’epoca romana l’otium era rifugio e ricerca di bellezza tra mare e vigne, oggi la DOCG Tullum raccoglie quell’eredità trasformandola in un progetto di comunità. Ogni filare racconta la resilienza di una terra che ha saputo rinascere più volte, trovando nella vite il suo respiro più autentico. Non si tratta solo di vino, ma di identità: di un luogo che continua a vivere nella memoria dei suoi abitanti e che, attraverso il lavoro dei vignaioli, offre al mondo il dono di un paesaggio tradotto in calice.
Il Tullum è così: un vino che non si limita a celebrare la qualità, ma che custodisce la storia di un popolo e la restituisce in forma liquida, capace di unire cultura, natura e passione. Un vino che guarda avanti con la consapevolezza di chi ha radici antiche e solide, profonde come quelle vigne che, da secoli, disegnano le colline tra l’Adriatico e la Maiella.
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Casentino segreto: Poggiotondo tra arte, vino e natura

Ho conosciuto Lorenzo Massart, proprietario di Poggiotondo, al Vinitaly di molti anni fa. Non fu soltanto il vino a sorprendermi, ma l’uomo che lo raccontava. Rimasi folgorato dal suo Vinsanto del Chianti Collefresco, che allora – come oggi – continua ad essere uno dei più buoni mai prodotti in Toscana, quindi nel mondo. Ma rimasi colpito anche da Lorenzo stesso: avvocato, pittore, vignaiolo e agricoltore, un uomo eclettico e generoso, capace di mescolare ironia e passione come pochi altri. In un territorio poco noto alla viticoltura toscana come il Casentino, riusciva a tirar fuori vini di straordinario carattere.

Siamo a Subbiano, nord di Arezzo. Qui, nel cuore di una valle che la maggior parte dei toscani associa più al paesaggio e alla gastronomia che al vino, Lorenzo ha scelto di dar vita al suo progetto. L’azienda di famiglia, acquistata nel 1973, poggia su terreni argillosi e galestrosi, in posizione collinare: il luogo ideale per ospitare sangiovese e canaiolo, con piccoli tocchi di malvasia e trebbiano. È qui che Lorenzo e la moglie Cinzia Chiarion hanno deciso di scommettere su un sogno: produrre vino e olio di qualità, senza compromessi, restando fedeli alle radici del Casentino.

Lorenzo Massart I vini di Poggiotondo sono figli autentici di questa filosofia, che riflettono la personalità di chi li produce. Poggiotondo, il rosso che porta il nome dell’azienda, è forse il prediletto di Lorenzo: diretto, ruvido, sincero, maturato solo in cemento, senza mai vedere il legno. “In Toscana non dobbiamo scimmiottare i francesi – dice – il nostro compito è far parlare il Sangiovese”. Le Rancole, marchio storico della cantina, affina invece in parte in piccole botti e riposa poi a lungo in bottiglia, offrendo un’espressione più elegante. A queste etichette si affianca il C66, creato da Cinzia: un blend di sangiovese e merlot, morbido e avvolgente, ma il capolavoro resta il Vinsanto, custodito in una suggestiva sala con i caratelli, memoria liquida del tempo che scorre lento.

Cinzia Chiarion Accanto al vino, l’olio: oltre 800 ulivi – molti dei quali moraiolo – raccolti a mano e moliti in giornata. Cinzia se ne occupa con cura quasi maniacale, portando in bottiglia un extravergine che riflette la stessa autenticità dei vini.
Poggiotondo non è solo un’azienda: è un microcosmo. Ci sono gli asini sardi, simbolo gentile e testardo della tenuta, presenti fin dagli anni Sessanta. Ci sono gli amici, i giornalisti, i curiosi che ogni anno partecipano alla vendemmia, trasformata in rito di condivisione. E soprattutto c’è Lorenzo, che con il suo carattere ribelle non ha mai cercato scorciatoie. Cresciuto tra i campi di Poggiotondo, con una passione precoce per gli animali e la vita all’aria aperta, ha sempre mantenuto uno sguardo curioso e indocile. Avvocato di professione, ma anche pittore autodidatta e viaggiatore instancabile, ha trasformato il suo paradiso casentinese in un luogo dove natura, arte e vigna convivono senza confini. I suoi quadri, astratti e sgargianti, riflettono la stessa energia vitale che si ritrova nei vini: diretti, sinceri, liberi da compromessi. Lorenzo è un uomo che sfugge alle definizioni, e Poggiotondo non è solo un’azienda agricola, ma la proiezione della sua personalità eclettica. A distanza di trentacinque anni dall’inizio di questa avventura, Poggiotondo è una realtà consolidata. Non un colosso, ma un presidio di autenticità. Una voce che testimonia come il Casentino, terra finora laterale nella mappa del vino toscano, possa diventare un orizzonte nuovo, una frontiera capace di regalare emozioni vere.

Chi entra a Poggiotondo non trova solo una cantina: trova un mondo che profuma di galestro e di mosto, di olio appena franto e di stalle con gli asini. Trova Lorenzo e Cinzia, due personalità complementari che hanno scelto di difendere un territorio con la forza delle loro idee. E trova vini che non ammiccano a mode o mercati, ma che parlano la lingua più pura: quella della passione.
I vigneti, la vendemmia, la cantina
Poggiotondo conta poco più di quattro ettari di vigne, tutte nel cuore del Chianti. Qui il terreno è quello tipico del Casentino, ricco di galestro, e le vigne affondano le radici tra sangiovese, canaiolo, trebbiano e malvasia, con qualche nuovo impianto più recente accanto a filari storici che superano i cinquant’anni.
La vendemmia è sempre manuale, fatta a inizio ottobre con cassette piccole per rispettare ogni grappolo. È un lavoro paziente e lento, che precede l’ingresso in cantina: qui l’uva viene vinificata in vasche di cemento o vetrocemento, un materiale caro a Lorenzo perché conserva freschezza e autenticità. Il legno si usa solo quando serve, mai per mascherare il vino. A Poggiotondo ogni dettaglio è pensato per esaltare il carattere della vallata.

I vini di Poggiotondo
C66 2022
È il vino di Cinzia, pensato “da una donna per le donne”, ma non solo. Nasce da sangiovese con una piccola parte di merlot, ed è il più morbido della famiglia: vellutato, avvolgente, con sfumature scure e speziate che il legno rende eleganti senza eccessi. È un rosso che guarda lontano, capace di conquistare chi cerca armonia e profondità.
Poggiotondo 2022
È il cuore pulsante dell’azienda, il vino che più racconta Lorenzo. Sangiovese e canaiolo, maturati in cemento, senza legno. Diretto, schietto, con il frutto nitido e una freschezza che invita alla beva. È un Chianti che non ha bisogno di orpelli, compagno ideale della tavola quotidiana, sincero come la terra da cui nasce.Le Rancole 2022
È la memoria storica dell’azienda: il primo Chianti imbottigliato in Casentino. Anche qui dominano sangiovese e canaiolo, con un leggero passaggio in legno che dona complessità senza mai coprire il carattere del vino. Più strutturato e profondo del Poggiotondo, ha eleganza, stoffa e un respiro che lo rende capace di sorprendere anche dopo anni.
Vinsanto del Chianti Collefresco 2016
Il gioiello di Poggiotondo, prodotto in poche bottiglie. Da malvasia e trebbiano appassiti e lasciati riposare per anni nei piccoli caratelli, nasce un vino dal colore ambrato e luminoso, che profuma di frutta secca, miele e scorza d’arancia. Dolce ma mai stucchevole, ha una freschezza che bilancia la ricchezza. Un sorso che sembra catturare il tempo e racchiuderlo in un bicchiere. -
Mondial des Vins Extrêmes: quando la viticoltura diventa resistenza e bellezza

C’è un filo che unisce la fatica delle mani sui pendii più ripidi, le radici che si aggrappano alla roccia e le bottiglie che arrivano sulle tavole del mondo. È il filo della viticoltura eroica, quella che nasce in luoghi difficilmente accessibili, tra terrazze strappate alla montagna, vigneti in forte pendenza o appezzamenti inerpicati su piccole isole. Una viticoltura dove ogni lavorazione richiede sforzi, dedizione e pazienza fuori dal comune, tanto da renderla davvero “eroica”.
Il Mondial des Vins Extrêmes, giunto quest’anno alla sua 33ª edizione, continua a celebrare e valorizzare proprio questo patrimonio unico. Nelle giornate di degustazione svoltesi a Sarre, in Valle d’Aosta, oltre 1000 vini provenienti da più di 20 Paesi hanno raccontato storie di resistenza, biodiversità e passione.

“Di anno in anno – ha sottolineato il Presidente del CERVIM Nicola Abbrescia – il Mondial des Vins Extrêmes ci ricorda quanto la viticoltura eroica sia stimolante e affascinante. I vignaioli che prendono parte al concorso affrontano vendemmie sfidanti e territori unici, creando vini di qualità e carattere”.
Il concorso è organizzato dal CERVIM – Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana, con il patrocinio dell’OIV (Organisation Internationale de la Vigne et du Vin) e l’autorizzazione del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. Il Mondial des Vins Extrêmes fa parte di VINOFED, la Federazione Internazionale dei Grandi Concorsi Enologici.

I vini ammessi
Per selezionare i vini, degustatori esperti, quali tecnici (enologi), esperti degustatori e giornalisti di settore provenienti da tutto il mondo, si riuniscono in commissioni composte da 5 degustatori ciascuna, che tramite un apposito sistema informatico, utilizzato per la prima volta in Italia, proprio al concorso Cervim, valutano i diversi vini, suddivisi in 9 diverse categorie, esprimendo un giudizio, dapprima singolo in base al colore, la limpidezza, l’olfatto e il gusto, che sommati tra loro danno origine al giudizio finale.

La particolarità del Mondial des Vins Extrêmes dovuta principalmente alla varietà dei vini in degustazione, prodotti per lo più da vitigni autoctoni, caratterizzati da terroir unici che segnano in modo particolare i profumi e i sapori e che rendono il Mondial des Vins Extrêmes unico nel panorama dei concorsi enologici mondiali, richiama l’interesse degli esperti che numerosi ogni anno si candidano per partecipare alle selezioni di luglio.

Nicola Abbrescia – Presidente del CERVIM I vini presentati vengono divisi in 9 categorie:
1 – vini bianchi tranquilli annate 2024, (con residuo zuccherino fino a 6 g/l);
2 – vini bianchi tranquilli annate 2023 e precedenti, (con residuo zuccherino fino a 6 g/l);
3 – vini bianchi tranquilli semidolci (con residuo zuccherino da 6,1 a 45 g/l);
4 – vini rossi tranquilli annate 2023 e 2024;
5 – vini rossi tranquilli annate 2022 e precedenti;
6 – vini rosati tranquilli;
7 – vini spumanti;
8 – vini dolci (con residuo zuccherino superiore a 45,1 g/l);
9 – vini liquorosi.Sono ammessi esclusivamente i vini DOC/DOP e IGT/IGP. Non sono ammessi al concorso i vini da tavola (come da regolamento ministeriale).

I premi
Al termine delle degustazioni viene stilata la classifica finale, in base al punteggio acquisito vengono ripartiti i premi suddivisi in Gran Medaglia d’Oro, Medaglia d’Oro e Medaglia d’Argento, oltre a ulteriori premi speciali destinati al miglior vino e alla miglior cantina per Paese partecipante, il miglior vino in assoluto, il miglior vino biologico e/o biodinamico, il miglior vino prodotto nelle piccole, il miglior Giovane produttore (al di sotto dei 35 anni), la miglior Donna produttrice, uno destinato alla Regione viticola partecipante con il maggior numero di vini, ed un premio dedicato al miglior vino prodotto da uve franco di piede .
Premio VINOFED, assegnato in tutti i concorsi enologici aderenti alla Federazione dei Grandi Concorsi Enologici Mondiali, verrà attribuito al miglior vino secco che ha ottenuto il miglior punteggio del concorso. Nel caso in cui il premio VINOFED coincida con il GRAN PREMIO CERVIM, il premio verrà assegnato al secondo vino classificato.

Il risultato complessivo della 33ª edizione parla chiaro: 77 Grandi Medaglie d’Oro e 221 Medaglie d’Oro assegnate da commissioni internazionali, insieme a 17 Premi Speciali che hanno messo in luce territori e produttori d’eccellenza. Dalla Mosella alle Canarie, dai Pirenei alla Calabria, i vini premiati testimoniano un mosaico di vitigni autoctoni e terroir irripetibili, spesso a rischio di scomparsa.
Tra le novità, la prima partecipazione dell’Albania, premiata con due Medaglie d’Oro, segno che il concorso continua ad allargare i suoi confini e a essere sempre più globale.
Accanto ai vini, spazio anche ai distillati con la quinta edizione di Extreme Spirits International Contest, che ha visto primeggiare ancora Tenerife con il Brumas de Ayosa Vermut Blanco 2024, affiancato dal Perù con il Pisco Viña De Los Campos Mosto Verde Italia.

Ma oltre ai numeri e alle medaglie, il Mondial des Vins Extrêmes è soprattutto un atto di riconoscenza verso chi coltiva l’impossibile. Perché la viticoltura eroica non è soltanto un settore agricolo: è un patrimonio culturale e paesaggistico che ci ricorda quanto vino e territorio siano inseparabili. Non è un caso che questa manifestazione si svolga proprio in Valle d’Aosta, terra di vette e castelli, dove i vigneti salgono arditi verso le montagne e rendono tangibile il senso di una viticoltura che non conosce scorciatoie.
L’elenco completo dei vincitori è consultabile sul sito ufficiale www.mondialvinsextremes.com
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Zagrea e l’utopia del piede franco

Dalla conferenza di Villa Campolieto nasce una guida visionaria per riscrivere la narrazione del vino.
Ci sono momenti in cui il vino smette di essere semplice oggetto di degustazione e torna ad assumere il ruolo di ponte tra storia e futuro. La recente Conferenza Nazionale sulla Viticoltura a Piede Franco, svoltasi l’8 settembre a Villa Campolieto, ha avuto proprio questo significato: non soltanto un incontro di addetti ai lavori, ma un invito a ripensare le radici stesse della viticoltura.

Il piede franco è l’immagine più nitida di ciò che la vite era prima della fillossera, la pratica più ancestrale, fragile e al tempo stesso resistente, che custodisce un patrimonio genetico e culturale unico. Una viticoltura che non ha conosciuto l’innesto e che, nelle sue “oasi” di resistenza — sabbie, suoli vulcanici, terreni ostili al parassita — continua a regalarci vini che raccontano un rapporto diretto, non mediato, tra pianta e terroir.

Roberto Cipresso Non a caso, durante la conferenza, è stata annunciata la nascita di Zagrea – Ungrafted, la prima guida internazionale dedicata esclusivamente ai vini da piede franco. Un progetto che non si limita a classificare etichette, ma che vuole sostenere la ricerca scientifica e alimentare la creazione di un protocollo integrato per la salvaguardia di questa forma di viticoltura. Una guida “inattuale” — come l’ha definita Gaetano Cataldo, ideatore dell’iniziativa e fondatore di Identità Mediterranea — nel senso nietzschiano del termine: controcorrente, visionaria, capace di guardare al futuro proprio perché affonda le radici nel passato.

Fragilità e forza del piede franco
“Fragile ma autentico”: così lo ha definito Roberto Cipresso, winemaker di fama internazionale, ricordando come l’assenza di innesto renda la vite più esposta ma, allo stesso tempo, più trasparente nella sua relazione con il suolo. Una trasparenza che si traduce in vini dal carattere netto, dalla mineralità vibrante, capaci di restituire il paesaggio geologico e umano che li ha generati.

Gaetano Cataldo Anche altri relatori hanno sottolineato il valore di questa viticoltura “al limite”. L’agronomo Gaetano Conte ha evidenziato la sorprendente resistenza della vitis vinifera pre-fillosserica a siccità, calcare e salinità; Mariano Murru, direttore enologico di Argiolas, ha ricordato il ruolo della Sardegna come “continente viticolo” dove ancora oggi il piede franco resiste su superfici significative. La professoressa Teresa Del Giudice ha invece messo in guardia dal rischio di confinare questa pratica in un ambito meramente museale: il piede franco deve entrare a pieno titolo nel sistema agricolo contemporaneo, connesso anche al turismo, all’economia rurale e alle strategie di destination management.

Un atto politico e culturale
La viticoltura a piede franco non riguarda solo la genetica della vite o la biodiversità: è un tema che tocca identità, economie locali, paesaggio, resilienza al cambiamento climatico. È anche un’occasione per interrogarsi sul nostro modo di vivere il vino. “Non può esserci amore per il vino se non c’è rispetto per il piede franco”, ha ricordato Cataldo, riportando l’attenzione sul legame profondo tra il Mediterraneo e la vite, tra radici culturali e radici vegetali.
La sfida, oggi, è non ridurre il piede franco a semplice feticcio di autenticità, ma trasformarlo in leva per una nuova narrazione del vino. Una narrazione che sappia coniugare ricerca scientifica, valorizzazione dei borghi, sostenibilità e inclusione, generando economie alternative per le aree interne e fragili del Paese.

Guardare oltre
Da Villa Campolieto non è uscita soltanto l’idea di una guida, ma la prospettiva di una commissione scientifica multidisciplinare chiamata a elaborare linee guida per la difesa e la valorizzazione di questa viticoltura. Archeologia, antropologia, agronomia, economia agraria, enologia: il piede franco chiede uno sguardo trasversale, capace di integrare competenze e visioni.
In questo senso, l’iniziativa non appare come un nostalgico ritorno al passato, bensì come un gesto profondamente contemporaneo: un atto di resistenza e di futuro. Perché, se è vero che senza radici non c’è crescita, il piede franco ci ricorda che anche nel vino l’autenticità non è mai un lusso, ma una necessità.
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